ROBERT McCAMMON.
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MARY TERROR.
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Titolo originale: Mine. 1990.
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Parte 1.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Ai sopravvissuti di un'epoca, in cui il mondo intero era spettatore.
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RINGRAZIAMENTI.
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Grazie a Julie Keeton per avermi ispirato il titolo.
E grazie anche a Dale Davis per l'aiuto tecnico.
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Quel che  stato ...
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Il bambino piangeva di nuovo.
Il suono la dest mentre sognava un castello su una nuvola, e le fece di-
grignare i denti. Era stato un bel sogno, in cui era giovane e snella e aveva
i capelli del colore del sole estivo. Era un sogno da cui detestava svegliar-
si, ma il bambino piangeva di nuovo. A volte si pentiva di essere diventata
madre; a volte il bambino uccideva i sogni. Ma si mise a sedere sul letto e
infil i piedi nelle pantofole, perch non c'era nessun altro che potesse ba-
dare al piccolo.
Si stir, facendo schioccare le giunture, e si alz in piedi. Era una donna
grossa, massiccia, con le spalle larghe, ed era alta un metro e ottanta. L'A-
mazzone, era stata soprannominata. Da chi? Non riusciva a ricordare. Oh
s, le torn in mente. Da lui. Era uno dei vezzeggiativi che aveva inventato
per lei, faceva parte del loro codice d'amore segreto. Con la fantasia riusci-
va a vedere il suo viso, di una bellezza abbagliante. Ricordava la sua risata
pericolosa e il suo corpo, che sembrava duro come il marmo sopra di lei,
su un letto frangiato di perline viola...
Basta. Era una tortura, pensare a com'era stato un tempo.
Disse: - Buono, buono - con voce arrochita dal sonno. Il bambino
continu a piangere. Lei amava quel bambino, pi di quanto amasse qual-
siasi cosa al mondo da molto tempo a quella parte, ma piangeva tanto. Non
era mai soddisfatto. Lei si avvicin alla culla per guardarlo. Alla luce stri-
dente del Majik Market, dalla parte opposta della statale, gli vide le guance
rigate di lacrime. - Buono - ripet. - Robby, sta' buono, adesso! - Ma
Robby non voleva saperne di stare buono, e lei non voleva svegliare i vici-
ni. Gi non la trovavano molto simpatica. Soprattutto il vecchio bastardo
della porta accanto, che bussava sulle pareti quando lei ascoltava i nastri di
Hendrix e della Joplin. Minacciava di chiamare i porci, e non aveva rispet-
to nemmeno per Dio.
- Zitto! - disse a Robby. Il bambino fece un verso strozzato, agit
nell'aria i pugni delle dimensioni di grosse fragole, e il pianto aument di
volume. Lei prese dalla culla il piccolo di pochi mesi e lo fece dondolare,
sentendolo tremare di collera infantile. Mentre tentava di placare i suoi
demoni, ascoltava il fragore degli autotreni a diciotto ruote che superavano
Mableton passando sulla statale per Atlanta. Le piaceva. Era un rumore pu-
lito, come acqua che scorreva sulle pietre. Ma la rendeva anche triste, in un
certo senso. Andavano tutti in qualche posto lontano da lei, le pareva. A-
vevano tutti una destinazione, una stella fissa. La sua aveva brillato lumi-
nosa per un certo tempo, aveva sfolgorato, e poi si era ridotta in cenere.
Era successo tanto tempo prima, in un'altra vita. Ora lei viveva l, in quel
palazzo di appartamenti a fitto basso vicino alla statale, e, quando le notti
erano limpide, riusciva a vedere le luci della citt a nord-est. Quando pio-
veva, non vedeva altro che buio.
Fece il giro dell'angusta camera da letto, mormorando al bambino canti-
lene sommesse. Lui non voleva smettere di piangere, per, e le stava fa-
cendo venire mal di testa. Il piccolo era ostinato. Lo port oltre il corri-
doio, nella cucina, dove accese la luce. Gli scarafaggi corsero a nasconder-
si. La cucina era uno schifo, e fu assalita dalla collera per averla trascurata
tanto. Spazz via dal tavolo lattine vuote e rifiuti per fare posto al bambi-
no, poi lo stese per controllare il pannolino. No, non era bagnato. - Hai
fame? Hai fame, tesoro? - Robby toss e ansim, abbassando il volume
del pianto per alcuni secondi e poi risalendo a un timbro sottile e acuto che
le penetrava nel cervello.
Cerc invano qualcosa per tranquillizzarlo. L'occhio le cadde sull'orolo-
gio: le quattro e venti. Ges! Doveva trovarsi al lavoro fra poco pi di u-
n'ora, e Robby stava piangendo da farsi scoppiare la testa. Lo lasci a di-
battersi sul tavolo e apr il frigorifero. Emanava un puzzo di rancido. Qual-
cosa era andato a male, l dentro, fra patatine fritte fredde, avanzi di ham-
burger del Burger King, Spam, ricotta, latte, scatolette di fagioli stufati ri-
maste a met e qualche vasetto di omogeneizzati Gerber. Scelse un vasetto
di composta di mele, poi apr un'armadietto pensile e prese un pentolino.
Accese uno dei fornelli elettrici e fece scorrere nel pentolino un po' d'acqua
dal rubinetto. Mise il pentolino sul fuoco e il vasetto di mele nell'acqua per
scaldarlo a bagnomaria. A Robby non piaceva mangiare roba fredda, e il
calore gli avrebbe fatto venire sonno. Una madre doveva imparare qualche
trucchetto; era un lavoro duro.
Lanci un'occhiata a Robby mentre aspettava che la composta di mele si
scaldasse, e vide con un sussulto di orrore che stava per rotolare gi dal-
l'orlo del tavolo.
Si mosse in fretta per i suoi novanta chili. Afferr Robby un attimo pri-
ma che cadesse sul linoleum a scacchi, e lo strinse forte a s mentre rico-
minciava a gridare. - Buono, adesso. Sta' buono. Per poco non ti rompevi
l'osso del collo, eh? - disse mentre camminava avanti e indietro con il
piccolo che piangeva. - Per poco non te lo spezzavi. Cattivo! Zitto, ora.
Mary ti ha preso.
Robby scalciava e piangeva, dibattendosi fra le sue braccia, e Mary sen-
tiva la sua pazienza sfilacciarsi come una vecchia bandiera pacifista, espo-
sta a un vento impetuoso, ardente.
Ricacci indietro quella sensazione perch era pericolosa. La faceva
pensare a bombe che ticchettavano, e dita che ficcavano caricatori di
proiettili nella canna di fucili automatici. La faceva pensare alla voce di
Dio, che di notte dettava comandamenti con voce stentorea dagli altopar-
lanti dello stereo. La faceva pensare a dove era stata e a chi era, e quella
era un'idea pericolosa da coltivare nella mente. Cull Robby con un brac-
cio solo e tast il vasetto di composta di mele. Abbastanza calda. Tir fuo-
ri il vasetto, prese un cucchiaio da un cassetto e si sedette su una sedia col
bambino in braccio. Robby aveva il naso che colava, il viso chiazzato di
rosso. - Tieni - disse Mary. - Il dolce per il beb. - Lui aveva la boc-
ca serrata, non voleva aprirla, e all'improvviso si dimen convulsamente e
scalci, e la composta di mele si rovesci sul davanti della vestaglia di fla-
nella di Mary. - Dannazione! - grid lei. - Merda! Guarda che disa-
stro! - Il corpo del bambino s'inarc con una forza indomabile. - La
mangerai! - gli disse, e raccolse un altro cucchiaio di composta di mele.
Ancora una volta, lui la sfid. La composta di mele gli sgocciol dalla
bocca sul mento. Era una lotta, ormai, uno scontro di volont. Mary prese
il viso del bambino con una delle grosse mani e strizz le guance del pic-
colo. - TU MI DARAI RETTA! - url su quegli occhi azzurri e lucidi.
Il piccolo tacque per un secondo, sbalordito, poi nuove lacrime gli rigaro-
no il viso e il suo urlo acuto trafisse la testa di Mary infliggendole un altro
dolore.
Le labbra di Robby divennero una barriera per il cucchiaio. La composta
di mele col sulla tutina da notte, dove papere gialle facevano capriole.
Mary pens al bucato che avrebbe dovuto lavare, un compito che detesta-
va, e la trama gi logora della sua pazienza cedette.
Gett via il cucchiaio, prese fra le mani il bambino e lo scroll. - OB-
BEDISCI! - grid. - HAI SENTITO QUELLO CHE HO DETTO? -
Lo scroll sempre pi forte, con la testa che ciondolava e l'urlo acuto che
gli scaturiva ancora dalla bocca. Gli mise una mano sulle labbra, e la testa
di Robby si dimen contro le sue dita. Il suono del pianto sal sempre di
pi, in una spirale folle. Lei doveva prepararsi per andare al lavoro, doveva
assumere la faccia che aveva tutti i giorni fuori di quelle mura, doveva di-
re: "S, signora" e "No, signore" e incartare gli hamburger nel modo giusto,
e la gente che li comprava non sapeva mai chi era stata, non indovinava
mai, neanche fra un milione di anni avrebbero capito che lei avrebbe prefe-
rito sgozzarli che guardarli in faccia. Robby urlava, l'appartamento si
riempiva di urla, qualcuno stava bussando alla parete e lei aveva la gola ir-
ritata.
- VUOI PIANGERE? - grid, tenendo sotto il braccio il bambino che
lottava. - TI FARO' PIANGERE IO!
Tolse il pentolino dal fuoco e alz il fornello elettrico al massimo.
Robby, che era una malerba, continuava a urlare e a ribellarsi alla sua
volont. Lei non voleva farlo, le faceva male al cuore, ma che senso aveva
un bambino che non dava retta alla madre? - Non costringermi a farlo! -
Scroll Robby come un bambolotto di stracci. - Non costringermi a farti
del male! - Lui aveva il viso stravolto, le urla erano cos acute da diventa-
re quasi inudibili, ma Mary sentiva la loro pressione trapanarle il cranio.
- Non costringermi! - ammon. Poi lo prese per la collottola e lo schiaf-
feggi sul viso.
Alle sue spalle, il fornello cominciava a diventare incandescente.
Robby non si sarebbe piegato alla sua volont. Non voleva stare zitto, e
qualcuno poteva chiamare i porci, e allora...
Un pugno batteva sulla parete. Robby frignava e scalciava. Stava tentan-
do di piegarla, e quello non poteva tollerarlo.
Sent i denti striderle, il sangue pulsarle alle tempie. Goccioline rosse
colavano dal naso di Robby, e il suo grido sembrava la voce del mondo al-
la fine dei tempi.
Mary emise un gemito basso, dal fondo della gola. Si gir verso il for-
nello e premette il viso del bambino contro la piastra incandescente.
Il corpicino fremette e guizz. Mary sent il terribile calore levarsi dietro
di lui, investirle il viso con una vampata. L'urlo di Robby sal di volume,
mentre dimenava le gambe. Lei gli teneva la mano premuta con forza sulla
nuca, aveva le lacrime agli occhi e sentiva male al cuore, perch Robby era
stato un bambino cos buono.
Smise di lottare, e il grido si spense in uno sfrigolio.
La testa del bambino si stava sciogliendo.
Mary rimase a guardare come se fosse al di fuori del proprio corpo e os-
servasse dall'alto: un'osservatrice distante, dalla curiosit distaccata. La te-
sta di Robby si raggrinziva, emanando piccole scintille ardenti, e la carne
rosea scorreva in rivoletti luccicanti. Lei sentiva il calore sotto la mano.
Ormai il piccolo stava zitto. Aveva capito chi comandava.
Lo sollev dal fornello, ma la maggior parte del viso rest attaccata alle
spirali roventi del fornello elettrico, in una nitida impronta nera a rovescio.
Robby era morto.
- Ehi, matta di una freak! - url una voce dalla parte opposta della pa-
rete sottile. Era il vecchio della porta accanto, quello che andava in giro
lungo la statale a raccogliere lattine di alluminio in un sacco della spazza-
tura. Shecklett, c'era scritto sulla cassetta della posta. - Piantala con que-
sto fracasso o chiamo la polizia! Mi senti?
Mary guard il buco orlato di nero dove prima c'era la faccia di Robby.
La testa era piena di fumo. La plastica mandava scintille sul fornello, e la
cucina era satura del lezzo nauseante di un altro bambino morto.
- Sta' zitta e lascia dormire un pover'uomo! - Il vecchio batt di nuo-
vo sulla parete, e le foto di bambini, ritagliate dalle riviste e montate nelle
cornici dei grandi magazzini, sussultarono appese ai chiodi.
Mary rimase in piedi a fissare il bambolotto, con la bocca semiaperta e
gli occhi grigi vitrei. Quello era andato. Era pronto per il paradiso. Ma era
stato un bambino cos buono. Aveva creduto che fosse il migliore di tutti.
Si asciug gli occhi con un gesto stanco e spense il fornello. Pezzetti di
plastica s'infiammarono e scoppiettarono, mentre un velo di fumo azzurri-
no appannava l'aria come alito di fantasmi.
Port il bambolotto verso un armadio a muro nell'ingresso. In fondo al-
l'armadio c'era una scatola di cartone, e in quella scatola c'erano i bambini
morti. La firma della sua rabbia era l. Alcuni bambolotti avevano il viso
bruciato, come Robby. Altri erano stati decapitati, o mutilati degli arti uno
per uno. Alcuni portavano i segni delle ruote di un'automobile che li aveva
schiacciati, e altri ancora erano stati sventrati con rasoi o coltelli. Erano
tutti maschietti, ed erano stati tutti il suo tesoro.
Sfil a Robby la tutina con le papere gialle. Lo tenne sollevato con due
dita, come qualcosa di sudicio, e lo lasci cadere nella scatola della morte.
Ficc di nuovo la scatola in fondo all'armadio, poi chiuse lo sportello.
Ripose la cassetta di legno che era servita da culla e fu sola.
Un autoarticolato a diciotto ruote pass veloce sulla statale, facendo
scricchiolare le pareti. Mary entr nella camera da letto con l'andatura len-
ta di una sonnambula. Un'altra morte le pesava sulla coscienza. Ce n'erano
state tante. Cos tante. Perch mai non le davano retta? Perch dovevano
sempre ribellarsi alla sua volont? Non era giusto che lei li sfamasse e li
vestisse e li amasse, e loro alla fine morissero, odiandola.
Voleva essere amata. Pi di ogni altra cosa al mondo. Era chiedere trop-
po?
Mary rimase a lungo alla finestra, guardando fuori verso la statale. Gli
alberi erano spogli. Un gennaio inclemente aveva inaridito i campi, e sem-
brava che l'inverno regnasse sulla terra.
Lasci cadere la tutina nel cesto della biancheria in bagno. Poi si diresse
verso il cassettone, apr l'ultimo cassetto, infil la mano sotto alcuni ma-
glioni ripiegati e trov la Colt calibro 38 Snubnose. La lucentezza si era
consumata, e nel cilindro da sei colpi c'era un solo proiettile.
Mary accese il televisore. Come ogni mattina presto, trasmetteva i carto-
ni animati della TBS. Bugs Bunny ed Elmer Fudd. Nel riverbero bluastro,
Mary sedette sull'orlo del letto disfatto e fece ruotare il cilindro: una volta,
due, e poi ancora una terza volta.
Trasse un respiro lungo e profondo, e si premette la canna della Colt
contro la tempia destra.
- Vieni qui, pazzo di un coniglio!
- Chi, io?
- S, tu!
- Ahhhhhh, che c', d...
Premette il grilletto.
Il percussore scatt su una camera vuota.
Mary lasci uscire il fiato dai polmoni, e sorrise.
Il cuore le batteva forte, pompando nel corpo un'ondata dolce di adrena-
lina. Rimise a posto la pistola sotto i maglioni e chiuse il cassetto. Ora si
sentiva molto meglio, e Robby era soltanto un brutto ricordo. Ma non po-
teva restare a lungo senza un bambino da accudire. No, lei era madre per
istinto. Come la madre terra, le avevano detto una volta. Aveva bisogno di
un nuovo bambino. Aveva trovato Robby in un negozio Toys'R Us di
Douglasville. Era troppo furba per andare due volte nello stesso negozio;
aveva ancora gli occhi dietro la nuca, e stava sempre all'erta per notare e-
ventuali tracce dei porci. Quindi avrebbe trovato un altro negozio di gio-
cattoli. Non c'erano difficolt.
Era quasi ora di prepararsi per andare al lavoro. Aveva bisogno di rilas-
sarsi, per assumere l'espressione che teneva fuori da quelle mura. Era la
faccia da Burger King, sorridente e cordiale, senz'ombra di acciaio negli
occhi. Si mise davanti allo specchio del bagno, dopo aver acceso il tubo al
neon dalla luce spietata, e lasci lentamente emergere quella faccia. - S,
signora - disse alla persona nello specchio. - Gradisce anche le patatine
fritte, signora? - Si schiar la gola. La voce doveva essere un po' pi alta,
un po' pi stupida. - Sissignore, grazie, signore! Buona giornata! - Ac-
cese e spense il sorriso, accese e spense. Le bestie dovevano vedere sorrisi.
Si domand se gli addetti ai mattatoi sorridessero, prima di spaccare il cra-
nio alle bestie con i grossi magli di legno.
L'espressione sorridente rimase. Dimostrava meno dei suoi 41 anni, ma
aveva delle rughe profonde all'angolo degli occhi. I capelli non erano pi
lunghi e biondi come il sole estivo. Erano color topo, striati di grigio.
Quando andava al lavoro li portava raccolti in uno stretto chignon. Il viso
era squadrato e forte di mascella, ma lei sapeva farlo diventare debole e
spaventato, come una vacca che sente spaccare i crani nella lunga fila che
ha davanti. Non c'era molto che non sapesse fare col viso, se voleva. Pote-
va sembrare vecchia o giovane, timida o arrogante. Poteva impersonare,
con altrettanta abilit, una ragazza stagionata della California o una cam-
pagnola provinciale. Poteva rilassare le spalle e assumere l'aspetto di una
povera scema spaventata, oppure poteva ergersi in tutta la sua statura da
amazzone e sfidare qualunque figlio di puttana a sbarrarle la strada. Il se-
greto stava tutto nell'atteggiamento, e non per niente aveva frequentato una
scuola d'arte drammatica a New York.
Il suo vero nome non era quello che compariva sulla patente di guida
della Georgia, sulla tessera della biblioteca, sulle fatture della TV via cavo
o sulla posta che arrivava nell'appartamento. Il suo vero nome era Mary
Terrell. Ricordava come avevano preso l'abitudine di chiamarla mentre si
passavano gli spinelli e il vino rosso a buon mercato, e cantavano canzoni
di libert: Mary Terror.
Era ricercata per omicidio dall'FBI fin dalla primavera del 1969.
It was twenty years ago today, Sergeant Pepper taught the band to
play...
Il sergente Pepper era morto, il soldato Joe continuava a vivere. Il presi-
dente era George Bush, i divi del cinema morivano di AIDS, i bambini
fumavano crack nei ghetti e nei sobborghi, i musulmani facevano esplode-
re aerei di linea in volo, imperava la musica rap, e nessuno si curava pi
granch del movimento. Era qualcosa di arido e polveroso, come l'aria nel-
le tombe di Hendrix, Joplin e Dio. Stava lasciando che i suoi pensieri si
avventurassero su un terreno pericoloso, e i pensieri erano una minaccia
per l'espressione sorridente. Smise di pensare agli eroi morti, alla genera-
zione ardente che aveva confezionato bombe piene di chiodi da carpentie-
re, e le aveva piazzate nelle sale dei consigli di amministrazione delle
grandi societ e nelle armerie della Guardia Nazionale. Smise di pensare,
prima che la terribile tristezza la schiacciasse.
Gli anni Sessanta erano morti. I sopravvissuti tiravano avanti zoppican-
do, facendosi crescere completi scuri e cravatte e pancette, diventando cal-
vi e ordinando ai figli di non ascoltare quella diabolica musica heavy me-
tal. L'orologio dell'era dell'Acquario era tornato indietro, hippies e yippies
erano diventati preppies e yuppies. I Chicago Seven erano vecchi. Le Pan-
tere Nere erano diventate grigie. I Grateful Dead andavano in onda sulla
MTV e gli Airplane erano diventati uno dei primi quaranta complessi in
classifica.
Mary Terror chiuse gli occhi, e le sembr di sentire il suono del vento
che fischiava fra le rovine.
"Ho bisogno" pens. "Ho bisogno." Una lacrima le scivol sulla guancia
sinistra.
"Ho bisogno di qualcosa da poter considerare mio."
Apr gli occhi e fiss la donna allo specchio. "Sorridi! Sorridi!" Il sorriso
le rispose meccanico. - Grazie, signore. Vuole una Coca gelata, insieme
all'hamburger?
Gli occhi erano ancora duri, una crepa nel travestimento. Avrebbe dovu-
to lavorarci ancora.
Si tolse la vestaglia a quadri, macchiata dalla composta di mele che uno
scatto irrefrenabile del polso le aveva versato addosso e si guard il corpo
nudo alla luce impietosa. Il sorriso impallid e scomparve. Aveva il corpo
pallido e rilassato, molle sul ventre, sui fianchi e sulle cosce. I seni erano
penduli, i capezzoli di un bruno grigiastro. Sembravano svuotati. Il suo
sguardo si ferm sulla rete di vecchie cicatrici che s'incrociavano sullo
stomaco e sul fianco destro, con i cordoni in rilievo di tessuto cicatriziale
che finivano serpeggiando nel nido bruno fra le cosce. Pass le dita sulle
cicatrici, e sent la loro crudelt. Quelle dentro di lei, lo sapeva, erano cica-
trici ancora peggiori. Arrivavano a fondo, e le avevano devastato l'anima.
Mary ricordava il tempo in cui il suo corpo era stato giovane e sodo. Lui
non riusciva a tener lontane le mani. Ricordava l'impeto ardente del suo af-
fondo dentro di lei, quando volavano tutti e due sulle ali dell'acido e l'amo-
re si prolungava all'infinito. Ricordava le candele accese nel buio, il pro-
fumo dell'incenso alla fragola, e i Doors - il complesso di Dio - sul gira-
dischi. Tanto, tanto tempo prima, pens. La nazione di Woodstock era di-
ventata la Pepsi Generation. La maggior parte dei fuorilegge era tornata a
galla, aveva scontato la pena nelle gabbie della restaurazione sociale, si era
infilata la divisa di uno stato stupratore di coscienze e si era unita al branco
di bestie che marciavano verso il mattatoio.
Ma non lui. Non Lord Jack.
E nemmeno lei.
Era ancora Mary Terror, nel profondo, sotto quelle carni molli gonfiate
dal cibo dei fast-food. Mary Terror dormiva nel suo corpo, sognando quel-
lo che era stata e quello che avrebbe potuto essere.
La sveglia trill nella camera da letto. Mary fece tacere la suoneria con
uno schiocco del palmo, apr il rubinetto dell'acqua fredda nella doccia e si
mise sotto il getto pungente. Quando ebbe finito di fare la doccia e di a-
sciugarsi i capelli, indoss l'uniforme del Burger King. Lavorava al Burger
King da otto mesi, aveva raggiunto il livello di vice direttrice del turno di
giorno, e aveva ai suoi ordini un branco di ragazzine che non distingueva-
no Che Guevara da Geraldo Rivera. Le stava bene cos; non avevano mai
sentito parlare del Weather Underground, e nemmeno dello Storm Front.
Per quelle ragazzine era una divorziata che cercava di sbarcare il lunario.
Meglio cos. Non sapevano che era capace di fabbricare una bomba con
stereo di gallina e cherosene, o che sapeva smontare e rimontare un M16, o
sparare in faccia a uno sbirro con la stessa disinvoltura con cui avrebbe
scacciato una mosca.
Meglio fare la tonta che essere morta.
Spense il televisore. Ora di uscire. Prese un bottone giallo di Smiley dal
ripiano del cassettone e se lo appunt sul davanti della camicetta. Poi in-
doss il cappotto marrone, prese la borsa con i documenti che la identifi-
cavano come Ginger Coles e apr la porta per uscire nel freddo e odiato
mondo esterno.
La Chevy azzurra arrugginita e ammaccata di Mary Terror era nel par-
cheggio. Lei intravide Shecklett che la guardava dalla finestra. Si ritir
quando si accorse di essere stato visto. Gli occhi del vecchio lo avrebbero
messo nei guai, un giorno o l'altro. Forse molto presto.
Lei si allontan in macchina dal complesso di appartamenti, s'immise
nel traffico mattutino diretto verso Atlanta dalle cittadine che la circonda-
vano. E nessuno degli altri automobilisti intu che era una bomba a orolo-
geria alta un metro e ottanta, che ticchettava senza posa avvicinandosi al
momento dell'esplosione.

PARTE PRIMA
L'urlo della farfalla
1
Un posto sicuro
Il bambino scalci. - Oh! - esclam Laura Clayborne, toccandosi il
ventre gonfio. - Eccolo che ricomincia!
- Diventer un giocatore di calcio, te lo dico io. - Dall'altra parte del
tavolo, Carol Mazer prese in mano il bicchiere di chardonnay. - Cos, ad
ogni modo, Matt dice a Sophia che il suo lavoro  scadente, e lei fa saltare
il tetto a forza di urla. Conosci il caratteraccio di Sophia. Ti giuro, tesoro,
si sentivano vibrare le finestre. Abbiamo pensato che fosse il giorno del
Giudizio. Matt  tornato di corsa nel suo ufficio come un cucciolo frustato,
ma qualcuno deve pur tenere testa a quella donna, Laura. Voglio dire, l
dirige tutta la baracca e le sue idee sono assolutamente... perdonami il lin-
guaggio... ma sono assolutamente vomitevoli. - Bevve un sorso di vino,
con gli occhi castano scuro che brillavano per il piacere di un pettegolezzo
ben raccontato. I suoi capelli erano una massa indisciplinata di riccioli ne-
ri, e le unghie rosse sembravano abbastanza lunghe da penetrare fino al
cuore. - Tu sei la sola che abbia mai ascoltato, e ora che non ci sei sta an-
dando tutto a rotoli. Laura, ti giuro che  senza controllo. Che Dio ci aiuti
finch non potrai tornare al lavoro.
- Non sono impaziente di farlo. - Laura tese la mano verso il proprio
drink: Perrier con un goccio di lime. - A quanto pare, laggi sono diven-
tati tutti pazzi. - Sent scalciare di nuovo il bambino. Un giocatore di cal-
cio, eccome. Il bambino doveva nascere dopo due settimane, pi o meno.
Intorno al primo febbraio, aveva detto il dottor Bonnart. Laura aveva ri-
nunciato al bicchiere di vino che beveva ogni tanto al primo mese di gra-
vidanza, tanto tempo prima, all'inizio di una lunga estate torrida. Era di-
menticata, dopo una lotta molto pi dura, anche l'abitudine di fumare un
pacchetto di sigarette al giorno. Aveva compiuto 36 anni in novembre, e
quello sarebbe stato il suo primo figlio. Un maschietto, era sicuro. All'eco-
grafia aveva mostrato un pene ben definito. In certi giorni era quasi istupi-
dita dalla felicit, e in altri provava un terrore attonito dell'ignoto, appol-
laiato sulla sua spalla, che le beccava il cervello come un corvo. La casa
era piena di libri sui bambini, la stanza degli ospiti - un tempo era lo studio
di Doug - era stata dipinta di celeste e la scrivania, con il personal compu-
ter IBM, era stata sloggiata a favore di una culla appartenuta alla nonna di
Laura.
Era stato un periodo strano. Erano gi quattro anni che Laura sentiva tic-
chettare il suo orologio biologico, e dovunque guardasse le sembrava di
vedere donne con passeggini, membri di una societ diversa. Lei era felice
ed eccitata, s, e a volte pensava addirittura di avere un aspetto radioso, ma
in altri momenti si ritrovava semplicemente a chiedersi se avrebbe mai
giocato di nuovo a tennis, o cosa avrebbe fatto se il grasso accumulato non
fosse svanito. Le storie dell'orrore abbondavano, per lo pi fornite da Ca-
rol, che aveva sette anni meno di lei, era divorziata e non aveva figli. Gra-
ce Dealey si era gonfiata come un pallone con il secondo figlio, e ormai
non faceva altro che starsene seduta a divorare scatole di cioccolatini Go-
diva. Lindsay Fortanier non riusciva a controllare i gemelli, e i bambini ti-
ranneggiavano la casa come la progenie di Attila re degli Unni e di Maria
Antonietta. Marina Burrows aveva una bambina dai capelli rossi con un
caratterino che faceva sembrare McEnroe una timida mammoletta, e i due
maschietti di Jane Fields non volevano mangiare altro che wurstel e ba-
stoncini di pesce. Il tutto a sentire Carol, che era lieta di contribuire a pla-
care il timore di Laura di un futuro choc.
Erano sedute a un tavolo del ristorante Fish Market in Lenox Square, ad
Atlanta. Il cameriere si avvicin, e Laura e Carol ordinarono il pranzo. Ca-
rol chiese un'insalata di gamberetti e polpa di granchio, e Laura volle una
grossa scodella di gumbo ai frutti di mare e la specialit del locale, salmo-
ne bollito. - Devo mangiare per due - disse, notando il sorrisetto di Ca-
rol. Lei ordin un altro bicchiere di chardonnay. Il ristorante, un bel locale
arredato nelle tonalit del verde mare, lill e rosa, si stava affollando di
persone per l'intervallo del pranzo. Laura scorse la sala con gli occhi, con-
tando le cravatte classiche a righe. Le donne indossavano tailleur scuri con
le spalle imbottite, avevano i capelli irrigiditi in caschetti fissati con la lac-
ca, e facevano balenare diamanti e sprigionavano zaffate di Chanel o Gior-
gio. Era decisamente una clientela da BMW e Mercedes, e i camerieri si
affrettavano a passare da un tavolo all'altro per esaudire i desideri di dena-
ro recente e carte di platino dell'American Express. Laura sapeva di quali
attivit si occupavano quei clienti: compravendite immobiliari, banche, a-
genzie di cambio, pubblicit, pubbliche relazioni, le professioni in ascesa
nel Nuovo Sud. Per la maggior parte vivevano in un mondo plastificato e
prendevano in leasing le auto di lusso che guidavano, ma l'apparenza era
tutto.
Mentre Carol continuava a parlare delle calamit al giornale, Laura ebbe
all'improvviso una visione strana. Si vide entrare dalle porte del Fish
Market in quell'aria rarefatta. Solo che non era vestita come in quel mo-
mento. Non era pi ben curata e ben vestita, con la manicure francese e i
capelli castano dorato raccolti indietro con un fermaglio d'oro antico, in
modo che le ricadessero sulle spalle in onde morbide. Era tornata a essere
come era stata a diciotto anni, con gli occhi azzurro chiaro limpidi e pieni
di sfida dietro gli occhialini tondi della nonna. Indossava logori jeans a
zampa d'elefante, una camicetta che somigliava a una bandiera americana
sbiadita, e calzava sandali ricavati da vecchi pneumatici, come quelli che
portavano i vietnamiti al telegiornale. Non era truccata, aveva i capelli
lunghi lisci e bisognosi di una spazzolata, il viso infiammato dall'ira. Por-
tava applicati alla camicetta dei distintivi: simboli pacifisti, e slogan come
BASTA CON LA GUERRA, AMERIKA IMPERIALISTA e POTERE
AL POPOLO. Tutte le conversazioni su tassi d'interesse, fusioni aziendali
e campagne pubblicitarie cessavano bruscamente mentre la hippie che un
tempo era stata Laura Clayborne - allora Laura Beale - avanzava fie-
ramente al centro del ristorante, con i sandali che schioccavano sul pavi-
mento ricoperto di moquette. La maggior parte dei clienti presenti andava
dai 35 ai 45 anni. Ricordavano tutti le marce di protesta, le veglie a lume
di candela e i fal di cartoline precetto. Alcuni di loro, forse, erano stati
sullo stesso fronte con lei. Ma ora restavano a bocca aperta e facevano
smorfie, e alcuni ridevano nervosamente. "Che cosa  successo?" chiedeva
loro, mentre le forchette scivolavano nei piatti di gumbo ai frutti di mare e
le mani restavano a mezza strada dai bicchieri di vino. "Che cosa diavolo 
successo a tutti noi?"
La hippie non poteva rispondere, ma Laura Clayborne s. "Siamo invec-
chiati" pens. "Siamo cresciuti e abbiamo occupato il nostro posto nell'in-
granaggio. E l'ingranaggio ci ha regalato giocattoli costosi con cui giocare,
e Rambo e Reagan ci hanno detto non preoccupatevi, siate felici. Ci siamo
trasferiti in grandi case, abbiamo stipulato l'assicurazione sulla vita e steso
il testamento. E ora ci chiediamo, gi in fondo al nostro cuore, se tutte le
proteste e i tumulti avevano un senso. Pensiamo che forse avremmo potuto
vincere in Vietnam, dopo tutto, che l'unica eguaglianza fra gli uomini sta
nel portafogli, che certi libri e musiche dovrebbero essere censurati, e ci
chiediamo se vorremmo essere i primi a chiamare la Guardia Nazionale,
nel caso che una nuova generazione di contestatori scendesse per le stra-
de." La giovent bramava e bruciava, pens Laura. La vecchiaia rifletteva,
vicino a caminetti confortevoli.
- ...voleva tagliarsi i capelli cortissimi e lasciarsi crescere sulle spalle
uno di quei codini da topo. - Carol si schiar la gola. - Pianeta Terra a
Laura! Torna sulla terra, Laura!
Lei sbatt le palpebre. La hippie scomparve. Il Fish Market ridivent un
placido stagno. Laura disse: - Scusami. Che cosa stavi dicendo?
- Il bambino di Nikki Sutcliff, Max. Ha otto anni, e voleva raparsi i ca-
pelli e portare un codino. E oltre tutto adora quello schifo di musica rap.
Nikki non vuole lasciargliela ascoltare. Non puoi immaginare le parole
sporche che ci sono nei dischi di questi tempi! Sar meglio che ci pensi,
Laura. Che cosa farai se il tuo bambino vorr tagliarsi tutti i capelli e anda-
re in giro con la testa pelata, cantando canzoni oscene?
- Ci penser a suo tempo - rispose.
Furono serviti l'insalata e il gumbo. Laura rimase ad ascoltare Carol
mentre parlava della politica interna della sezione "Vita sociale" del Con-
stitution di Atlanta. Laura era capo cronista specializzata in notizie mon-
dane e scriveva recensioni letterarie e ogni tanto un reportage di viaggio.
Atlanta era una citt mondana, su quello non c'erano dubbi. La Junior Lea-
gue, l'Art Guild, l'Opera Society, il consiglio d'amministrazione del Grea-
ter Atlanta Museum: quelle e tante altre istituzioni esigevano l'attenzione
di Laura, oltre alle feste per le debuttanti, alle donazioni di ricchi mecenati
a varie fondazioni per l'arte e la musica e ai matrimoni fra antiche famiglie
del Sud. Era un bene che dovesse tornare al lavoro in marzo, perch era al-
lora che la stagione dei matrimoni cominciava a fiorire, raggiungendo la
punta massima a met giugno. A volte la sconcertava il modo in cui il
tempo era passato in fretta, per lei, dai 21 ai 36 anni. Si era laureata in
giornalismo all'universit della Georgia, aveva lavorato per due anni come
cronista in un piccolo giornale della sua cittadina, Macon, poi era venuta
ad Atlanta. La grande occasione, aveva pensato. Per arrivare alla redazione
del Constitution ci aveva messo un anno, perodo che aveva trascorso a
vendere utensili da cucina da Sears.
Aveva sempre nutrito la speranza di diventare giornalista del Constitu-
tion. Una giornalista d'assalto, con denti d'acciaio e occhi di falco. Avrebbe
scritto articoli per strappare la maschera alla discriminazione razziale, di-
struggere il padrone degli slums e denunciare la malvagit del trafficante
d'armi. Dopo tre anni di monotona composizione dei titoli e revisione degli
articoli di altri cronisti, le si era presentata la grande occasione: le era stato
offerto un posto alla cronaca cittadina. Il suo primo incarico era stato di ri-
ferire su una sparatoria in un condominio, vicino allo stadio Braves.
Solo che non le avevano parlato del bambino. No, non lo avevano fatto.
Quando era finito tutto, lei aveva capito che non avrebbe potuto farlo di
nuovo. Forse era vigliacca. Forse si era illusa, pensando di poterlo affron-
tare come un uomo. Ma un uomo non sarebbe crollato e non avrebbe pian-
to. Un uomo non avrebbe vomitato proprio l, davanti agli agenti di poli-
zia. Ricordava lo stridio di una chitarra elettrica con il volume al massimo
che inondava il parcheggio. Era stata una torrida, afosa notte di luglio. Una
notte tremenda, e a volte la vedeva ancora, nei suoi incubi peggiori.
Era stata assegnata alla sezione vita sociale. L il primo incarico era stato
un pezzo sul ballo Stelle e Strisce dell'associazione dei Civitans.
Lo aveva accettato.
Laura conosceva altri giornalisti, uomini e donne che facevano bene il
loro lavoro. Si affollavano intorno ai parenti sconvolti delle vittime di di-
sastri aerei, e gli ficcavano il microfono in faccia. Andavano all'obitorio a
contare i fori di proiettile nei cadaveri, o si aggiravano in cupe foreste,
mentre la polizia cercava i pezzi di vittime di omicidi. Li aveva visti diven-
tare vecchi e intrattabili, in cerca di uno scopo qualsiasi in mezzo al car-
naio della vita, e aveva deciso di restare alla sezione vita sociale.
Era un posto sicuro. E man mano che invecchiava, Laura si rendeva con-
to che i posti sicuri erano difficili da trovare, e se oltre tutto lo stipendio
era buono, be', non era il meglio che una persona potesse fare?
Vestiva un tailleur blu, non dissimile dai completi indossati dalle altre
donne in carriera sedute al ristorante, anche se il suo era premaman. Nel
parcheggio c'era la sua BMW grigia. L'uomo che era suo marito da otto
anni lavorava come agente di cambio nell'agenzia di Merryll Lynch, nella
fascia elegante di Atlanta, e insieme guadagnavano oltre centomila dollari
l'anno. Lei usava i cosmetici di Este Lauder e comprava abiti e accessori
nelle piccole boutiques chic di Buckhead. Andava in un istituto per farsi
fare manicure e pedicure, e in un altro per fare saune e massaggi. Andava
ai balletti, all'opera, nelle gallerie d'arte e ai ricevimenti dei musei, e il pi
delle volte ci andava sola.
Il lavoro di Doug era impegnativo. Lui aveva un telefono a bordo della
Mercedes, e quando restava in casa faceva o riceveva telefonate in conti-
nuazione. Quello era un camuffamento, naturalmente. Sapevano tutti e due
che si trattava d'altro. Si volevano bene, come potevano volersi bene due
vecchi amici che avevano affrontato traversie e le avevano superate insie-
me, ma quello che c'era fra loro non si poteva pi chiamare amore.
- Allora, come sta Doug? - chiese Carol. Lei conosceva la verit da
molto tempo. Sarebbe stato difficile nasconderla a una donna con gli occhi
acuti come Carol, e comunque conoscevano entrambe molte altre coppie
che vivevano insieme in una sorta di societ finanziaria.
- Sta benissimo. Lavora molto. - Laura prese un altro boccone di
gumbo. - Lo vedo poco, a parte la domenica mattina. Ha cominciato a
giocare a golf, la domenica pomeriggio.
- Ma il bambino cambier le cose, non credi?
- Non lo so. Forse s. - Lei scroll le spalle. -  eccitato per il bam-
bino, ma... Penso che abbia anche paura.
- Paura? Di che cosa?
- Del cambiamento, credo. Di avere un elemento nuovo nella nostra vi-
ta.  cos strano, Carol. - Si pos una mano sul ventre, dove viveva il fu-
turo. - Sapere che dentro di me c' un essere umano che sar, Dio volen-
do, su questa terra molto tempo dopo che Doug e io ce ne saremo andati. E
noi dobbiamo insegnare a questa persona a pensare e a vivere. Questo ge-
nere di responsabilit fa paura.  come... se finora avessimo soltanto gio-
cato a fare gli adulti. Riesci a capirlo?
- Certo che lo capisco. Ecco perch non ho mai voluto figli.  un lavo-
ro bestiale, allevare dei bambini. Un solo errore, e barn! Ti ritrovi una
checca, o un tiranno. Ges, non so come si possa pensare ad allevare dei
bambini di questi tempi. - Mand gi una dose robusta di chardonnay. -
Non credo di essere un tipo materno, comunque. Diamine, non riesco a
educare nemmeno un cucciolo.
Quello era senz'altro vero. Il bassotto di Pomerania di Carol non aveva
un filo di rispetto per i tappeti orientali o di paura per un giornale arrotola-
to. - Io spero di essere una buona madre - disse Laura. Sentiva di avvi-
cinarsi a un banco di secche interiori. - Lo spero proprio.
- Lo sarai. Non preoccuparti di questo. Tu sei decisamente il tipo ma-
terno.
- Facile dirlo, per te. Io non ne sono tanto sicura.
- Io s. Non mi fai da mamma terribile, forse?
- Forse s - ammise Laura - ma perch tu hai bisogno di qualcuno
che ti prenda a calci ogni tanto.
- Ascolta, sarai una mamma fantastica. La mamma dell'anno. Diamine,
la madre del secolo. Sarai immersa fino al naso nei Pampers e ti piacer. E
sta' a vedere che cosa succeder a Doug, quando arriver il bambino.
L stavano i veri scogli, sui quali le barche della speranza potevano finire
in pezzi. - Ci ho pensato - disse Laura. - Voglio che tu sappia che non
sto mettendo al mondo questo bambino perch Doug e io possiamo restare
insieme. Non si tratta affatto di questo. Doug ha la sua vita, e quello che fa
lo rende felice. - Tracci simboli del dollaro sul bicchiere appannato di
Perrier. - Una sera stavo in casa a leggere. Doug era andato a New York
per affari. Il giorno dopo avrei dovuto scrivere il servizio sul Ballo delle
Rose. Mi ha colpito la scoperta di quanto fossi sola. Tu eri alle Bermude,
in vacanza. Non avevo voglia di parlare con Sophia: a lei non piace ascol-
tare. Ho provato a chiamare quattro o cinque persone, ma erano tutte fuori,
da qualche parte. E cos sono rimasta l in casa, e lo sai che cosa ho scoper-
to?
Carol scosse la testa.
- Non ho niente - disse Laura - che sia mio.
- Oh, come no! - la rimbrott Laura. - Hai una casa da trecentomila
dollari, una BMW e un armadio di vestiti sui quali muoio dalla voglia di
mettere le grinfie! Che altro ti serve?
- Uno scopo - rispose Laura, e il sorriso malizioso dell'amica svan.
Il cameriere serv la seconda portata. Subito dopo, entrarono nel risto-
rante tre donne, una delle quali spingeva una carrozzina, e si sedettero a
pochi tavoli di distanza da Laura e Carol. Laura osserv la madre, una
bionda che aveva almeno dieci anni meno di lei, fresca come possono es-
serlo soltanto i giovani, che guardava il bambino di pochi mesi e sorrideva
come uno squarcio di sole fra le nuvole. Laura sent il suo bambino muo-
versi nel ventre, un colpo improvviso di gomito o di ginocchio, e pens al-
l'aspetto che doveva avere, chiuso nel roseo grembo gonfio, con il corpo
alimentato da un tubicino di carne che li univa. Era sconvolgente per lei
che nel corpo dentro il suo ci fosse un cervello affamato di conoscenza.
Che il piccolo avesse polmoni, stomaco, vene per portare il sangue, organi
riproduttivi, occhi e timpani. Tutto quello, e tanto altro ancora, era stato
creato dentro di lei, era stato affidato a lei. Un nuovo essere umano stava
per venire alla luce sulla terra. Una persona nuova, che si nutriva dei suoi
fluidi vitali. Era un miracolo che esulava dal miracoloso, e a volte Laura
non riusciva a credere che stesse per accadere davvero. Ma eccolo l, a due
settimane dalla nascita. Guard la giovane madre rimboccare una copertina
bianca intorno al viso del bambino, e poi la donna alz gli occhi su di lei. I
loro occhi s'incontrarono per alcuni secondi, e le due donne si scambiarono
un sorriso di riconoscimento di pene passate e future.
- Uno scopo - ripet Carol. - Se ne volevi uno, potevi venire a dar-
mi una mano a dipingere l'appartamento.
- Dico sul serio. Doug ha il suo scopo: fare soldi, per s e per i suoi
clienti. Lo fa bene. Ma io che cosa ho? Non mi rispondere il giornale, ti
prego. Sono arrivata al massimo a cui potr arrivare l dentro. So che sono
pagata bene e ho un lavoro di tutto riposo, ma... - Fece una pausa, ten-
tando di esprimere a parole le sensazioni che provava. -  un lavoro che
pu fare chiunque. Il mondo non crolla se io non sono alla scrivania. -
Tagli un pezzo di salmone, ma lo lasci nel piatto. - Voglio essere ne-
cessaria - disse a Carol. - Necessaria in un modo che nessun altro possa
eguagliare. Mi capisci?
- Credo di s. - Carol sembrava un po' a disagio per quella rivelazione
personale.
- Non ha niente a che fare con i soldi o il possesso. N con la casa n
con la macchina n con i vestiti o altro.  avere qualcuno che ha bisogno
di te, giorno e notte.  questo che voglio. E, grazie a Dio,  questo che a-
vr.
Carol stava attaccando l'insalata. - Io sostengo ancora - osserv, con
un brandello di granchio sulla forchetta - che un cagnolino sarebbe stato
meno costoso. E i cuccioli non vogliono neppure raparsi i capelli lasciando
un codino sulle spalle. Non amano il punk rock e l'heavy metal, non danno
la caccia alle ragazze e non si fanno saltare gli incisivi allenandosi a foo-
tball. Oh, Ges, Laura! - Si protese oltre il tavolo per afferrare la mano di
Laura. - Giurami che non lo chiamerai Bo o Bubba! Non voglio essere la
madrina di un ragazzo che mastica tabacco. Giuralo, va bene?
- Abbiamo gi deciso il nome - rispose Laura. - David. Come mio
nonno.
- David. - Carol lo ripet un paio di volte. - Non Davy o Dave, giu-
sto?
- Giusto. David.
- Mi piace. David Clayborne. Presidente dell'associazione per l'auto-
governo degli studenti dell'universit della Georgia, anno 19.. oh, Signore,
quando sarebbe?
- Hai sbagliato secolo. Prova con il 2010.
Carol emise un gemito. - Sar decrepita! - esclam. - Raggrinzita e
decrepita!  meglio che mi faccia fare delle fotografie, cos David sapr
com'ero carina!
Laura fu costretta a ridere dell'espressione di ilare terrore di Carol. -
Penso che avrai molto tempo per farlo.
Allontanarono il discorso dal prossimo nuovo arrivato, e Carol, che era
anche lei una giornalista della redazione mondana del Constitution, intrat-
tenne Laura con altri resoconti dalle trincee. Poi il suo intervallo per il
pranzo fin, e per Carol venne il momento di tornare al lavoro. Si salutaro-
no di fronte al ristorante mentre l'inserviente portava le macchine, e poi
Laura torn a casa mentre una pioggerella fredda cadeva dal grigio cielo
invernale. Viveva a circa dieci minuti di distanza da Lenox Square, in Mo-
ore's Mill Road, poco lontano da West Pace Ferry. La casa di mattoni
bianchi sorgeva su un piccolo lotto di terreno con alberi di pino sul davan-
ti. Non era grande, soprattutto in confronto alle altre case della zona, ma
era costata cara. Doug aveva detto che voleva vivere vicino alla citt, cos,
quando avevano trovato la propriet tramite l'amico di un amico, erano sta-
ti pronti a spendere. Laura entr nel garage a due posti, apr l'ombrello e
torn indietro fino alla cassetta della posta. Dentro c'erano una mezza doz-
zina di lettere, l'ultimo numero del The Atlantic Monthly, e cataloghi di
Saks e Barnes and Noble. Laura rientr nel garage e premette i numeri in
codice sul sistema di sicurezza, poi sblocc la porta che dava sulla cucina.
Si tolse l'impermeabile e guard la posta. Bolletta della luce, bolletta del-
l'acqua, una lettera che annunciava sulla busta SIGNORI CLEYBURN,
AVETE VINTO UN VIAGGIO PAGATO A DISNEYWORLD! e altre tre
lettere che Laura mise da parte, dopo avere scartato i conti da pagare e il
disperato appello per la vendita di terreno paludoso della Florida. Attraver-
s un corridoio per passare nel soggiorno, dove premette il pulsante della
segreteria telefonica per controllare i messaggi.
Bip. Parla Billy Hathaway del Servizio Riparazioni Tetti e Grondaie
Clements, in risposta alla vostra chiamata. A quanto pare non siete in casa.
Il mio numero  555-2142. Grazie.
Bip. Laura, sono Matt. Volevo solo controllare che avessi ricevuto i li-
bri. E cos oggi vai a pranzo con Carol, eh? Sei una ghiottona incorreggibi-
le. Hai deciso di dare il mio nome al bambino? Ci risentiamo.
Bip. Click.
Bip. Signora Clayborne, sono Marie Gellsing dell'Assistenza ai Senza-
tetto di Atlanta. Volevo ringraziarla per il gentile contributo e per il croni-
sta che ha mandato per farci un po' di pubblicit. Abbiamo davvero biso-
gno di tutto l'aiuto che possiamo ricevere. Quindi grazie di nuovo. Arrive-
derci.
E quello era tutto.
Laura si diresse verso l'impianto stereo, inser una cassetta dei preludi
per pianoforte di Chopin e si mise comoda su una poltrona, mentre comin-
ciavano a risuonare le prime note scintillanti. Apr la prima lettera, che
proveniva da "Aiutate l'Appalachia". Era una richiesta di aiuti finanziari.
La seconda lettera proveniva dal Fondo per i Nativi Americani, e la terza
dalla Societ Cousteau. Doug diceva che lei era assetata di cause nobili,
che l'avevano inserita in una lista nazionale di indirizzi delle organizzazio-
ni che ti facevano credere che il mondo sarebbe crollato se non mandavi un
assegno per puntellarlo. Lui era convinto che la maggior parte delle varie
fondazioni e societ fosse gi ricca, e lo si poteva capire dalla qualit della
carta e delle buste. Forse il dieci per cento dei contributi finiva dove a-
vrebbe dovuto finire, le aveva detto Doug. Il resto, sosteneva, se ne andava
in conto spese, stipendi, affitto di edifici, attrezzature per uffici e simili.
Quindi, perch continuava a mandare soldi?
Perch faceva quello che riteneva giusto, gli aveva risposto Laura. Forse
una parte delle fondazioni a cui mandava contributi erano imposture, forse
no. Ma lei non avrebbe sentito la mancanza di quei soldi, e provenivano
tutti dal suo stipendio al giornale.
Ma c'era un altro motivo per cui versava contributi alle opere di benefi-
cenza, e forse era il pi importante. La pura e semplice verit era che si
sentiva in colpa per avere tanto, in un mondo dove tanti soffrivano. Ma il
peggio era che si godeva le manicure, le saune e i bei vestiti; aveva lavora-
to sodo per averli, no? Si meritava i suoi piaceri, e in ogni caso non aveva
mai usato cocaina o comprato pellicce, e aveva venduto le azioni che pos-
sedeva della compagnia che faceva tanti affari in Sudafrica. E aveva anche
ricavato un grosso profitto dalla vendita. Ma Ges, aveva 36 anni! Trenta-
sei anni! Non meritava forse le belle cose per cui aveva sgobbato tanto?
Meritare, pens. Chi meritava davvero qualcosa? I senzatetto meritava-
no forse di tremare di freddo nei vicoli? Le foche artiche meritavano di es-
sere prese a randellate e massacrate? Gli omosessuali meritavano l'AIDS, o
le donne ricche meritavano un vestito d'alta moda da 15 mila dollari? Me-
ritare era una parola pericolosa, pens Laura. Era una parola che innalzava
barriere, e faceva sembrare giusto ci che era ingiusto.
Mise da parte le lettere, su un tavolino vicino al libretto di assegni.
Il giorno prima era arrivato con la posta un pacco di quattro libri, spedito
da Matt Kantner del Constitution. Laura avrebbe dovuto leggerli, per scri-
vere la recensione per la redazione "Arti e Tempo libero" entro il mese
successivo o gi di l. Li aveva gi sfogliati il giorno prima, mentre stava
seduta accanto al caminetto e fuori cadeva la pioggia. C'erano l'ultimo ro-
manzo di Anthony Burgess, un libro di saggistica sull'America centrale, un
romanzo su Hollywood intitolato L'indirizzo, e un quarto lavoro, non di
narrativa, che aveva attirato subito la sua attenzione.
Laura lo prese dal posto in cui era rimasto, vicino alla poltrona, con un
segnalibro dentro. Era un libro smilzo, appena 178 pagine, e non si presen-
tava molto bene. La copertina cominciava gi a incurvarsi, la carta era di
qualit scadente e, sebbene la data di publicazione fosse il 1989, il libro
aveva gi un vago odore di muffa. Il nome della casa editrice era Moun-
taintop Press, con sede a Chattanooga, Tennessee. Il titolo era Bruciate
questo libro, di Mark Treggs. Non c'era una foto dell'autore sul retro, sol-
tanto un avviso pubblicitario per un altro libro su funghi commestibili e
fiori selvatici, scritto anche quello da Mark Treggs.
Sfogliare Bruciate questo libro le riport in parte le sensazioni che erano
affiorate mentre era seduta al Fish Market. Mark Treggs, come riferiva una
scarna nota di redazione, era stato studente a Berkeley nel 1964 e aveva
vissuto a Haight-Ashbury, a San Francisco, nell'epoca dei love-in, dei ca-
pelloni, dell'LSD libero, degli happening e degli scontri con la polizia a
People's Park. Scriveva in tono malinconico di comuni, di collettivi anneb-
biati dal fumo della marijuana, dove le discussioni sulle poesie di Allen
Ginsberg e sulle teorie maoiste si mescolavano con filosofie astratte basate
su Dio e la natura. Parlava di fal di cartoline precetto e marce di massa
contro il Vietnam. Quando descriveva il puzzo e il bruciore dei gas lacri-
mogeni, faceva lacrimare gli occhi e raschiare la gola di Laura. Faceva
sembrare quell'epoca romantica e tramontata, una comunione di fuorilegge
che combattevano per la causa comune della pace. Vedendola col senno di
poi, per, Laura si rendeva conto che, tra le varie fazioni di scontenti, si
era combattuta una lotta per il potere altrettanto accesa di quella fra i con-
testatori e la struttura statale. A ripensarci, quell'epoca non era stata tanto
romantica quanto tragica. Laura la considerava l'ultimo grido di aiuto della
civilt, prima dell'avvento dei secoli bui.
Mark Treggs parlava di Abbie Hoffman, dell'SDS, di Altamont, dei figli
dei fiori, dei Chicago Seven, di Charles Manson e dello White Album, del-
le Pantere Nere e della fine della guerra nel Vietnam. Man mano che il li-
bro continuava, il suo stile letterario diventava pi confuso e meno puntua-
le, come se stesse per restare a corto di fiato, con la voce esile come le voci
della Love Generation. Verso la met, invocava la creazione di una orga-
nizzazione dei senzatetto e un'insurrezione contro il potere del mondo de-
gli affari e del Pentagono. Il simbolo degli Stati Uniti non era pi la ban-
diera americana, diceva, era il segno del dollaro sullo sfondo di un campo
di croci. Sosteneva la necessit di dimostrazioni contro le compagnie di
carte di credito e i predicatori televisivi; erano compiici, riteneva Treggs,
nell'istupidimento dell'America.
Laura chiuse Bruciate questo libro e lo mise da parte. Probabilmente
qualcuno sarebbe stato attirato dal titolo, ma il volume era destinato, quasi
sicuramente, ad ammuffire nelle librerie alternative gestite da hippies im-
penitenti. Fino a quel momento lei non aveva mai sentito nominare la
Mountaintop Press e, a giudicare dall'aspetto dei suoi prodotti, era soltanto
una piccola casa editrice locale senza molta esperienza n fondi. Inoltre,
era poco probabile che il libro fosse notato dai recensori che andavano per
la maggiore; quel genere di libri era decisamente fuori moda.
Si port le mani al ventre e sent il calore della vita. Come sarebbe stato
il mondo, quando David avrebbe raggiunto la sua et? Forse allora lo stra-
to di ozono sarebbe scomparso del tutto, e le foreste sarebbero state spo-
gliate dalle piogge acide. Chi poteva sapere fino a che punto sarebbero
peggiorate le guerre per la droga, e di quali nuovi tipi di cocaina le bande
avrebbero inondato le strade? Era un mondo schifoso per far nascere un
bambino, e lei si sentiva in colpa anche per quello. Chiuse gli occhi e a-
scolt la musica sommessa al pianoforte. Una volta, i Led Zeppelin erano
stati il suo complesso preferito. Ma la scala per il cielo si era spezzata, e
chi aveva tempo per tanto, tanto amore? Ora tutto ci che voleva erano pa-
ce e armonia, un nuovo inizio: qualcosa di reale da poter cullare fra le
braccia. Il suono delle chitarre amplificate le ricordava troppo quella torri-
da notte di luglio, nell'appartamento vicino allo stadio, quando aveva guar-
dato una donna, resa folle dal crack, puntare una pistola alla testa di un
bambino di pochi mesi, e far esplodere il cervello del piccolo in una rossa
pioggia fumante.
Laura si lasciava cullare dagli accordi del piano, con le mani incrociate
sul ventre. Fuori pioveva pi forte. I canaletti di scolo che avevano biso-
gno di riparazioni si sarebbero presto ingorgati. Ma in casa si stava caldi e
al sicuro, il sistema d'allarme era inserito, e per il momento il mondo di
Laura era un rifugio sicuro. Il numero del dottor Bonnart era a portata di
mano. Quando fosse arrivato il momento, avrebbe partorito all'ospedale St.
James, che distava poco pi di tre chilometri da casa sua.
"Il mio bambino  in viaggio" pens.
"Il mio bambino.
"Mio."
Laura riposava, mentre la musica argentea di un'altra epoca riempiva la
casa, e la pioggia cominciava a martellare con violenza sul tetto.
E intanto, in un K-Mart vicino a Six Flags, il commesso del reparto arti-
coli sportivi stava vendendo una carabina da ragazzo chiamata Little Bu-
ckaroo a un cliente che indossava una tuta macchiata e un berretto Red
Man piuttosto malconcio.
- Mi piace l'aspetto che ha - disse l'uomo col berretto.
- Penso che piacer anche a Cory.  mio figlio. Sabato  il suo com-
pleanno.
- Avrei voluto avere anch'io un fucile da scoiattoli come questo, quan-
do ero ragazzo - comment il commesso mentre prendeva la carabina,
due scatole di munizioni e un piccolo mirino telescopico pronto da monta-
re. - Non c' niente di pi bello che andarsene in giro per i boschi a tirare
qualche colpo.
-  vero. Abbiamo dei boschi tutt'intorno alla casa, l dove abitiamo. E
ci sono un mucchio di scoiattoli, glielo dico io. - Ilpadre di Cory, che si
chiamava Lewis Peterson, cominci a compilare un assegno per la somma
richiesta. Aveva mani callose da carpentiere. - S, penso che un ragazzo
di dieci anni possa maneggiare un fucile di quella misura, non le pare?
- Sissignore,  un gioiello. - I commesso trascrisse le informazioni
necessarie e compil il modulo contenuto in una cassettina metallica sotto
il banco. Quando il Buckaroo fu infilato nella custodia e incartato, il fucile
pass al di sopra del banco nelle mani di Lewis Peterson. Il commesso dis-
se: - Ecco fatto. Spero che suo figlio abbia un buon compleanno.
Peterson si mise il pacco sotto il braccio, tenendo in mostra la ricevuta
per farla vedere alla guardia giurata all'ingresso, e usc dal K-Mart sotto la
nebbiosa pioggerella pomeridiana. Cory avrebbe fatto salti di gioia quel
sabato, lo sapeva. Era gi da qualche tempo che il ragazzo desiderava un
fucile tutto suo, e quel piccolo fucile era proprio l'ideale per lui. Un buon
fucile per cominciare.
Sal sul suo camioncino, con un fucile nella rastrelliera disposta di tra-
verso sul lunotto posteriore. Accese il motore, azion i tergicristalli e si di-
resse verso casa, sentendosi fiero e buono, con il regalo di compleanno per
il figlio sistemato sul sedile accanto a s.
2
Un'acquirente oculata
La donna imponente nell'uniforme del Burger King spingeva un carrello
lungo i corridoi del supermercato Piggly Wiggly. Si trovava nel centro
commerciale Mableton, a circa quattrocento metri dal suo appartamento.
Sulla camicetta portava appuntato un bottone di Smiley. I capelli, unti di
fumo e grasso delle griglie, le pendevano molli sulle spalle. Aveva il viso
calmo e composto, privo di espressione. Prese scatolette di minestra, man-
zo salato e verdure. Nel reparto surgelati scelse qualche vassoio di cene
precotte e una scatola di sbarrette di cioccolato alla vaniglia Weight Wa-
tchers. Si muoveva in modo metodico e attento, come se fosse azionata da
una molla tesa internamente. Dovette fermarsi un momento a respirare l'a-
ria gelata nel settore delle carni, perch aveva l'impressione che l'aria del
supermercato fosse troppo densa per i suoi polmoni. Fiutava l'odore fresco
dei mattatoi.
Poi Mary Terror prosegu, un'acquirente oculata che controllava prezzi e
ingredienti. I cibi potevano essere pieni di veleni. Scartava le confezioni
con i lati graffiati o le scatolette che avevano delle ammaccature. Di tanto
in tanto si fermava a guardarsi alle spalle, per valutare chi poteva seguirla.
I bastardi dell'FBI portavano maschere di pelle umana che potevano mette-
re e togliere, e potevano apparire giovani o vecchi, grassi o magri, alti o
bassi. Erano in agguato ovunque, come scarafaggi in una casa sporca.
Ma quella volta non le sembrava di essere seguita. A volte si sentiva
formicolare la nuca e venire la pelle d'oca sulle braccia, e allora sapeva che
i porci erano nelle vicinanze. Quel giorno, per, c'erano soltanto massaie e
un paio di contadini che acquistavano generi di drogheria. Controll le loro
scarpe. I porci portavano sempre le scarpe lucide. Il suo sistema d'allarme
taceva. Comunque, non si poteva mai sapere, ed era per quel motivo che
teneva in fondo alla borsetta una pistola della polizia Compact Off-Duty
che pesava 800 grammi ed era caricata con quattro proiettili magnum cali-
bro 357. Si ferm al reparto dei vini e scelse una bottiglia di sangria da po-
co prezzo. Poi fu la volta di un sacchetto di pretzel e una scatola di cracker
Ritz. La fermata successiva era a un corridoio di distanza, dove si trovava-
no i barattoli di omogeneizzati per bambini.
Mary spinse il carrello oltre l'angolo, e si trov davanti una madre con
un bambino. La donna - una ragazza, in realt, forse diciassettenne o di-
ciottenne - teneva il bambino fissato con le cinghie a una culla portatile sul
carrello. Aveva i capelli rossi e le lentiggini, e anche il bambino aveva un
ciuffetto di capelli rosso chiaro. Il bambino, vestito con una tutina di ma-
glia verde limone, ciucciava il succhiotto e guardava il mondo con grandi
occhi azzurri, mani e piedi in conflitto fra loro. La madre, che indossava
un maglione rosa e i blue-jeans, stava scegliendo degli omogeneizzati dal-
lo scaffale della Gerber. Era la marca preferita anche da Mary.
Mary spinse vicino il carrello e la giovane madre disse: - Mi scusi - e
arretr con il suo di alcuni passi. Mary finse di essere intenta a cercare un
certo tipo di vasetto, ma in realt osservava il bambino con i capelli rossi.
La ragazza intercett la sua occhiata, e Mary fece subito un sorriso. - Che
bel bambino - disse. Allung una mano nel carrello, e il bambino le af-
ferr l'indice.
- Grazie. - La ragazza ricambi il sorriso, ma con aria incerta.
- I bambini sono una gioia, non  vero? - chiese Mary. Aveva gi
controllato le scarpe della ragazza: scarpe da ginnastica sciupate. Le dita
del bambino si stringevano e si allentavano sul dito di Mary.
- S, signora, penso di s. Certo, quando si ha un bambino,  finita, no?
- Come? - Mary inarc le sopracciglia.
- Lo sa. Un bambino porta via un'infinit di tempo.
Quella era una bambina che aveva un bambino, pens Mary. Si accorse
delle occhiaie scure sotto gli occhi della giovane madre. "Tu non meriti di
avere un bambino" pens Mary. "Non hai pagato il dovuto." Il suo viso
continu a sorridere. - Come si chiama il bambino?
- La bambina.  una femmina. Amanda. - La ragazza scelse alcuni
vasetti di omogeneizzati assortiti e li mise nel carrello, e Mary liber il dito
dalla stretta della piccola. - Piacere di avere parlato con lei.
- Al mio bambino piacciono le pere schiacciate - disse Mary, e ne
prese due vasetti dallo scaffale. Si sentiva i muscoli delle guance indolen-
ziti. - Ho un bel maschietto robusto!
La ragazza si stava gi allontanando, spingendo il carrello in avanti.
Mary sent il suono lieve e vischioso della bambina che ciucciava il suc-
chiotto, e poi il carrello raggiunse l'estremit del corridoio e la ragazza
svolt a destra. Mary prov l'impulso di inseguire la ragazza, afferrarla per
le spalle e costringerla ad ascoltare. Di dirle che il mondo era cupo e pieno
di male, e divorava le bambine con i capelli rossi. Di dirle che gli agenti
del Moloch Amerika erano in agguato dietro ogni angolo, e che potevano
succhiarti l'anima attraverso le pupille. Di dirle che potevi attraversare il
pi splendido dei giardini e sentire l'urlo della farfalla.
"Attenta" pens Mary. "Sta' attenta." Lei conosceva segreti che non do-
veva divulgare. Nessuno al Burger King sapeva del suo bambino, ed era
meglio cos. Riprese il controllo di se stessa, come i morsetti che blocca-
vano un coperchio, e scelse qualche altro vasetto di vari gusti, li mise nel
carrello e prosegu. L'indice conservava ancora il calore del tocco infantile.
Si ferm alla rastrelliera delle riviste. Era arrivato l'ultimo numero di
Rolling Stone. Sulla copertina c'era la foto di un complesso femminile. Le
Bangles. Non conosceva la loro musica. Rolling Stone non era pi la rivi-
sta di una volta, quando si ripiegava a met e conteneva articoli di Hunter
Thompson e disegni di quel bizzarro Steadman, che mostrava sempre gen-
te che vomitava le proprie viscere per la rabbia. Lei sentiva dell'affinit per
quei disegni pieni di collera e di bile. Ora Rolling Stone era piena di pub-
blicit patinate, e la linea politica leccava il culo alla borghesia. Aveva vi-
sto Eric Clapton fare la pubblicit per la birra; se ne avesse avuto una bot-
tiglia, l'avrebbe spaccata per tagliargli la gola con i frammenti.
Comunque, mise Rolling Stone nel carrello. Era qualcosa da leggere, an-
che se lei non conosceva la nuova musica o i nuovi complessi. Li conosce-
va una volta, quando divorava la Stone da cima a fondo, quando era un fo-
glio di protesta e gli eroi erano ancora vivi. Si erano bruciati tutti giovani,
ed era per quello che li chiamavano stelle. Tutti giovani e morti, e lei era
ancora viva e pi vecchia. A volte si sentiva defraudata. Si sentiva come se
avesse perso un treno che non sarebbe passato mai pi, e lei si aggirava
ancora nella stazione con un biglietto non perforato.
Alla linea di controllo. Una cassiera nuova. Acne sulle guance. Tirare
fuori il libretto degli assegni, gli assegni intestati a Ginger Coles. Atten-
zione, tenere la pistola in fondo alla borsa. Scrivere la somma. Accidenti,
fare la spesa fa saltare il bilancio! Firmare. Ginger Coles. - Ecco fatto -
disse alla ragazza spingendo in avanti l'assegno e la patente di guida. La
patente esibiva una sua foto sorridente, con i capelli pettinati all'indietro e
tagliati un po' pi corti. Aveva un viso marcato con il naso dritto e stretto e
la fronte alta. A seconda della luce e degli abiti che indossava, il colore
degli occhi variava dal verde chiaro a un grigio gelido. Osserv la cassiera
copiare il numero della patente sul retro dell'assegno. - Posto di lavoro?
- chiese la ragazza, e Mary disse: - United Parcel... - S'interruppe. Un
vortice di identit le turbinava nella mente, come un piccolo universo. No,
non United Parcel Service. Aveva lavorato l sotto un altro nome dal 1984
al 1986, al magazzino spedizioni di Tampa. - Mi scusi - disse mentre la
cassiera la guardava con aria assente. - Quello  il mio vecchio lavoro.
Sono vice direttrice del turno di giorno in un Burger King.
- Ah s? - Gli occhi della ragazza tradirono una scintilla d'interesse.
- Quale?
Una lama gelida trafisse il cuore di Mary. Sent il calore del sorriso di-
minuire di una tacca. - A Norcross - rispose, mentendo. Lavorava nel
locale di Blessingham Road, a circa dieci chilometri di distanza.
- Ho appena trovato questo posto - disse la cassiera - ma la paga 
una miseria.  lei a fare le assunzioni e tutto?
- No. - L'acne poteva essere un trucco, pens Mary. La ragazza pote-
va non essere tanto giovane e stupida come sembrava. - Lo fa il direttore.
- La sua mano scivol a met nella borsa, e lei sfior con le dita il freddo
metallo della pistola.
- A me non piace proprio restare sempre ferma. Mi piace stare in mo-
vimento. C' bisogno di qualcuno, l da voi?
- No. Abbiamo tutto l'aiuto che ci serve.
La ragazza scroll le spalle. - Be', forse verr lo stesso a compilare un
modulo di assunzione. Offrite un hamburger gratis, non  vero?
Mary lo sent. Qualcuno che si avvicinava alle spalle. Sent un suono
lieve, come una pistola che esce da una fondina di cuoio ben oliata, e il re-
spiro le si spezz.
Si gir di scatto, con la mano stretta sull'impugnatura della pistola dentro
la borsa, e le mancava un secondo per estrarla, quando la giovane madre
con i capelli rossi ferm il carrello con la bambina dentro. La piccola ave-
va ancora in bocca il succhiotto, e gli occhi vagavano avanti e indietro.
- Si sente bene? - chiese la cassiera. - Signora?
Il sorriso era svanito dal volto di Mary Terror. Per un attimo la giovane
madre scorse un lampo di qualcosa che la spinse a tirare indietro il carrel-
lo, e mettere istintivamente la mano sul petto della bambina in un gesto
protettivo. Che cosa ci fosse davanti a lei, non avrebbe saputo dirlo con
precisione, perch l'immagine era scomparsa troppo presto, ma le era rima-
sto il ricordo dei denti del donnone serrati insieme e di due occhi a fessura,
verdi come quelli di un gatto. Per quei pochi istanti lunghissimi la donna
parve troneggiare su di lei, e qualcosa di gelido eman dalla sua pelle, co-
me una foschia invernale.
Poi svan, rapido come uno schiocco delle dita. I denti serrati e gli occhi
a fessura erano scomparsi, e il viso di Mary Terror era blando e mite.
- Signora? - ripet la cassiera.
- Un cos bel bambino - disse Mary alla giovane madre, che non ave-
va ancora riconosciuto la paura nella sensazione che provava. Lo sguardo
di Mary ispezion in fretta l'area intorno alle casse. Doveva uscire di l, e
alla svelta. - Sto benissimo - disse alla cassiera. - Tutto a posto?
- S. Un secondo e le preparo i sacchetti. - I generi alimentari finirono
in due sacchetti. Quello era il momento pericoloso, stava pensando Mary.
Se volevano piombarle addosso, sarebbe stato quando aveva le mani im-
pegnate con i sacchetti. Ripose la patente e si mise la borsa a tracolla. La
lasci aperta, in modo da poter estrarre in fretta la pistola.
- Mi chiamo Toni - disse la cassiera. - Forse verr a presentare do-
manda di assunzione.
Se mai avesse rivisto la ragazza, pens Mary Terror, l'avrebbe uccisa.
Da quel momento in poi sarebbe andata al Food Giant, dalla parte opposta
della statale. Prese fra le braccia i sacchetti e si diresse all'uscita. Un uomo
in giacca mimetica, del tipo che portavano i cacciatori di cervi, stava attra-
versando il parcheggio sotto la pioggia fitta. Mary lo osserv con at-
tenzione, mentre si precipitava verso il suo camioncino, ma l'uomo non la
guard neppure. Lei pos i sacchetti sul pavimento dalla parte del passeg-
gero, vicino al pacco del negozio di giocattoli Art & Larry's Toys. Sotto il
cruscotto c'era un fucile a canne mozze fissato a molle di sicurezza. Si se-
dette al volante, mise la sicura a tutti e due gli sportelli, e raggiunse il suo
appartamento facendo un giro vizioso. Per tutto il tempo tenne le mani ser-
rate con forza sul volante, con gli occhi che saettavano avanti e indietro
dallo specchietto retrovisore, e sibilava a denti stretti: - Merda! Merda!
Fottuta! Dannatamente fottuta! - Aveva il viso coperto da un velo lucente
di sudore. Inspir a lungo, profondamente. - Tieni duro. Sta' calma, sta'
calma. Nessuno ti conosce. Nessuno. Nessuno. Nessuno ti conosce. - Lo
ripet come un mantra per tutta la strada, fino al condominio di mattoni
rossi, che aveva un parcheggio di roulottes da una parte e un'officina dove
si riparavano motori di autocarri dall'altra.
Mentre Mary infilava il camioncino nel parcheggio, vide una faccia ru-
gosa sbirciare da una finestra. Era il vecchio dell'appartamento vicino al
suo. Shecklett si avviava alla settantina, e usciva di rado, se non per racco-
gliere lattine di alluminio dalla statale. La notte, per giunta, tossiva parec-
chio. Una notte lei aveva controllato la spazzatura che aveva portato fuori
fino al cassonetto, e aveva trovato una bottiglia vuota di bourbon
J.W.Dant, vassoi di cene precotte, una rivista Cavalier con alcune delle in-
serzioni ritagliate, e frammenti di una lettera che lei aveva incollato insie-
me sotto una luce forte. Era di una donna di nome Paula, e Mary ne ricor-
dava ancora una parte: Vorrei tanto venire a trovarti. Ti andrebbe? Bill di-
ce che per lui va bene. Ne abbiamo parlato, e non riusciamo a capire per-
ch non vieni a stare con noi. Dovresti vergognarti, a vivere cos con tutti
quei soldi che hai messo da parte dal negozio. Non fingere di non averlo
fatto. Lo so, me lo ha detto la mamma, quindi basta cos. Comunque, Ke-
vin chiede tutti i giorni del nonno.
Mentre tirava il freno a mano, Mary vide Shecklett allontanarsi dalla fi-
nestra, rintanandosi nel buio del suo appartamento. La osservava andare e
venire, come osservava la negra al piano di sopra e la giovane coppia di
campagnoli dalla parte opposta dell'appartamento di Mary. Lei si sarebbe
posta delle domande sulla lucentezza delle sue scarpe, se il vecchio non
avesse abitato nel palazzo gi molto tempo prima che Mary vi si stabilisse.
Comunque, non le piaceva essere sorvegliata, controllata e giudicata.
Quando avesse deciso che era tempo di andarsene, forse avrebbe fatto
qualcosa riguardo a nonno Shecklett.
Mary prese i due sacchetti di cibo e li port dentro. L'appartamento puz-
zava ancora di plastica bruciata. Il salotto, tappezzato da pannelli di pino,
era pulito e ordinato; lei non lo usava mai. Una lampada che conteneva un
magma simile alla lava proiettava un bagliore azzurrino, con la sostanza
all'interno che si coagulava lentamente e poi si frantumava. La faceva pen-
sare a sperma in cerca di un ovulo. Pos i due sacchetti sul banco della cu-
cina, e scacci con uno schiocco delle dita uno scarafaggio morto dalla
frmica segnata. Poi usc un'altra volta per andare a prendere il nuovo
bambino.
Sent aprirsi lo sportello del passeggero del camioncino prima di rag-
giungere la soglia dell'appartamento. I cardini dello sportello mandarono
un cigolio acuto e caratteristico. Il suo cuore dette in un sobbalzo violento,
e lei sent il sangue affluirle al viso. Shecklett! Stava frugando nel camion-
cino! "Il mio bambino!" pens, e corse fuori della porta con lunghe falcate
possenti.
Qualcuno stava curvo nel camioncino dalla parte del sedile del passeg-
gero. Mary afferr lo sportello, lo sbatt contro il corpo dell'intruso e sent
uh lamento di dolore.
- Oh! Ges Cristo! - L'uomo usc dal furgone, con gli occhi velati di
dolore e la mano premuta contro il fianco. - Stai cercando di spezzarmi le
costole?
Non era Shecklett, anche se lei era sicura che il vecchio assisteva alla
scena dalla finestra. Era Gordie Powers, che aveva 25 anni e capelli casta-
no chiaro lunghi fino alle spalle. Era fin troppo esile, con il viso lungo e
scarno, una peluria rada sulle guance e sul mento. Portava jeans sbiaditi e
una camicia di flanella sotto un giubbotto di cuoio nero logoro decorato
con borchie di metallo. - Gente! - esclam. - Per poco non mi facevi
morire di paura!
- Ti ho dato un colpetto di avvertimento - ribatt lei. - Che cosa stai
cercando di rubare?
- Niente! Sono semplicemente arrivato in macchina e ti ho visto porta-
re dentro i sacchetti! Ho pensato di portare dentro l'altro pacco per te! -
Si allontan dal camioncino con un sogghigno a labbra strette. - Ecco la
ricompensa per aver fatto il buon samaritano, eh?
Mary lanci un'occhiata a sinistra e vide la Mazda metallizzata di Gordie
parcheggiata a qualche spazio di distanza. Disse: - Grazie comunque, ma
lo prendo io. - Prese il pacco dal fondo della macchina, e lui vide la scrit-
ta ART & LARRY'S TOYS sul sacchetto.
- Che cosa vuoi fare? - chiese Gordie. - Giocare? Mary sbatt lo
sportello ed entr nell'appartamento. Gordie la segu, come sapeva che a-
vrebbe fatto. Era venuto a trovarla, dopo tutto. Lei aveva fatto un'ordina-
zione la sera precedente, prima che Robby fosse cos cattivo. - Che stra-
no odore, qui dentro - comment Gordie mentre chiudeva la porta e met-
teva il paletto. - Hai bruciato qualcosa?
- S. La cena. - Mary port il pacco in camera da letto e lo mise nel-
l'armadio a muro. Poi, per abitudine, accese il televisore e lo sintonizz
sulla Cable News Network. Era in onda Lynne Russell. A Mary piaceva
Lynne Russell perch aveva l'aria di una donna imponente. La scena cam-
bi, mostrando l'immagine di un'autopattuglia con le luci blu lampeggianti
e un commentatore che diceva qualcosa a proposito dell'assassinio di qual-
cuno. C'era del sangue sul lenzuolo di una barella e la sagoma di un cada-
vere. Le immagini erano ipnotiche, un brutale palpito di vita. A volte Mary
guardava la CNN per ore e ore, incapace di fare altro che starsene a letto
come una parassita a nutrirsi della sofferenza di altri esseri umani. Quando
volava in alto con l'LSD, le scene diventavano tridimensionali e irrompe-
vano nella stanza, e quello poteva essere davvero un viaggio forte.
Sent frusciare un sacchetto. Poi la voce di Gordie: - Ehi, Ginger! Co-
me mai hai tutti questi omogeneizzati per bambini?
Quando rientr in cucina aveva la risposta pronta sulle labbra. - A vol-
te passa un gatto. Gli d da mangiare.
- Un gatto? Gli piace la roba per bambini? Gente, io odio i gatti. Mi
danno i brividi. - Gli occhi castani e sporgenti di Gordie erano sempre in
movimento, invadendo lo spazio privato. Scoprirono la crosta di plastica
fusa su uno dei fornelli, registrarono il fatto e proseguirono. - Ci sono gli
scarafaggi - not. Si aggir per la cucina mentre Mary riponeva gli acqui-
sti. Gordie si ferm davanti a una delle foto di bambini sorridenti ritagliate
da una rivista. - Hai una fissazione per i bambini, eh?
- S - rispose Mary.
- Come mai non hai un figlio, allora?
"Mantieni il segreto" pens Mary. Gordie era un topo che mordicchiava
una briciola fra le zanne di una tigre. - Non ne ho mai avuti e basta.
- Sai,  buffo, eh? Faccio affari con te da... quanto sar, cinque o sei
mesi? Eppure non so niente di te. - Prese uno stuzzicadenti dalla tasca
della camicia e cominci a ispezionarsi i denti piccoli e gialli. - Non so
nemmeno di dove vieni.
- Va' al diavolo - disse lei.
- Ehi, ehi. - Lui agit le mani, in aria simulando paura. - Non spa-
ventarmi, sorella. No, non sto scherzando. Di dove sei?
- Vuoi dire dove sono nata?
- S. Non sei di queste parti, perch non sento le pesche della Georgia
nel tuo accento,
Lei decise di dirglielo. Forse perch era tanto tempo che non lo diceva.
- Richmond, in Virginia.
- E come mai sei venuta qui? Come mai non sei in Virginia?
Mary impil i vassoi delle cene precotte e li mise nel freezer. La sua
mente stava intessendo menzogne. - Il mio matrimonio  fallito qualche
anno fa. Mio marito mi sorprese con un tizio pi giovane. Era un bastardo
geloso. Disse che mi avrebbe accoltellato e mi avrebbe lasciato sanguinan-
te nei boschi, dove nessuno avrebbe potuto trovarmi. Disse che se non lo
faceva lui, aveva degli amici che lo avrebbero fatto. Cos me ne andai, e
non mi sono mai guardata indietro. Ho continuato a filare. Sono stata qua e
l, ma penso di non aver ancora trovato una casa mia.
- Accoltellare te? - Gordie sorrise senza togliersi di bocca lo stuzzi-
cadenti. - Non ci credo! Mary lo fiss.
- Voglio dire... sei un pezzo di donnone. Ci vuole un uomo davvero
grosso per metterti al tappeto, no?
Lei sistem i vasetti di cibo per bambini nell'armadietto. Gordie fece un
suono di risucchio con lo stuzzicadenti, come la bambina col succhiotto.
- C' altro che vuoi sapere? - Lei chiuse l'armadio e si gir verso Gor-
die.
- S. Per esempio... quanti anni hai?
- Troppi per sentire altre stronzate - ribatt lei. - Mi hai portato l'or-
dinazione?
- Ce l'ho proprio qui sul cuore. - Gordie frug nella tasca interna del-
la giacca e tir fuori una bustina di cellofan che conteneva un quadratino di
carta cerata. - Ho pensato che il disegno ti sarebbe piaciuto. - Porse la
bustina a Mary, e lei pot vedere quello che c'era sulla carta.
Quattro piccole facce gialle di Smiley, identiche al distintivo che porta-
va, erano disposte sul quadratino a distanze uguali.
- Il mio amico  un vero artista - disse Gordie. - Pu realizzare qua-
lunque tipo di disegno. L'altro giorno un cliente ha voluto dei piccoli aero-
plani. Un altro tizio ha chiesto una bandiera americana. Costa qualcosa in
pi, con tutti quei colori. Comunque, al mio amico piace il suo lavoro.
- Il tuo amico fa un buon lavoro. - Lei sollev la carta alla luce. Le
facce di Smiley erano colorate di giallo con un colorante alimentare al gu-
sto di limone, e i puntolini neri degli occhi erano di acido a buon mercato
ma potente, sintetizzato in un laboratorio vicino ad Atlanta. Lei prese il
portafogli dalla borsa, e prese anche l'automatica Magnum. Pos la pistola
sul banco da lavoro mentre contava i cinquanta dollari per il fornitore.
- Bella arma - osserv Gordie. Le sue dita sfiorarono la pistola. -
Certo che ci hai fatto anche un buon affare. - La sua mano accett il de-
naro, e le banconote sparirono nei jeans.
Mary aveva acquistato da lui la Magnum in settembre, due mesi dopo
che era stata indirizzata a Gordie da un barista di un locale del centro
chiamato Purple People Eater. La calibro 38 nel cassetto e il fucile a canne
mozze li aveva comprati da altri fornitori negli anni precedenti. Dovunque
andasse, Mary si preoccupava di trovare qualcuno che potesse rifornirla
delle sue due passioni: LSD e armi. Aveva sempre avuto un debole per le
pistole: la eccitavano il loro odore e il loro peso, la loro bellezza cupa e te-
nebrosa. Invidia femminista del pene ecco come si era espresso, tanto
tempo prima, Lord Jack, parlando dalla grigia foschia del ricordo.
L'LSD e le armi erano legami con il passato, e senza di essi la vita sa-
rebbe stata sterile come il suo grembo.
- Okay. Cos siamo a posto, giusto? - Gordie si tolse di bocca lo stuz-
zicadenti e lo rimise nella tasca. - Fino alla prossima volta?
Lei annu. Gordie si avvi fuori della cucina e Mary lo segu con le facce
di Smiley cariche di acido in mano. Appena fosse uscito, lei avrebbe parto-
rito. Il bambino era nell'armadio a muro della camera da letto, confinato in
una scatola. Lei avrebbe leccato una faccia di Smiley e dato la poppata al
nuovo bambino e avrebbe guardato il mondo odioso uccidersi alla
CNN/TV. Gordie stava allungando la mano verso il paletto della porta.
Mary lo guardava muoversi, come al rallentatore. Aveva preso tanto LSD
nel corso degli anni che poteva rallentare l'azione, quando lo voleva, pote-
va spezzettarla in movimenti stroboscopici. La mano di Gordie era sul pa-
letto, e stava per aprire la porta.
Era un piccolo bastardo pelle e ossa. Uno spacciatore di droga e traffi-
cante di armi. Ma era un essere umano, e Mary si rese conto di colpo che
voleva essere toccata da mani umane.
- Aspetta - disse.
Gordie si ferm, con il paletto quasi tolto.
- Hai qualche progetto? - chiese Mary. Era pronta al rifiuto, pronta a
ritrarsi nel suo guscio corazzato.
Gordie esit. Corrug la fronte. - Progetto? Progetto per cosa?
- Tipo progetti per la cena. Hai un posto dove andare?
- Devo passare a prendere la mia ragazza fra un paio d'ore. - Control-
l lo Swatch. - Pi o meno.
Mary gli mise sotto il naso le facce di Smiley. - Vuoi assaggiare?
Gli occhi di Gordie saettarono dall'offerta a Mary e viceversa. - Non so
- rispose. Aveva afferrato un invito implicito, non per l'LSD, ma per
qualcos'altro. Forse era il modo in cui lei aveva invaso il suo spazio, o for-
se era la leggera inclinazione della testa verso la camera da letto. Qualun-
que cosa fosse, Gordie riconobbe il linguaggio. Dovette rifletterci su un
minuto; lei era una cliente, e non giovava agli affari scopare le clienti. Non
era una bellezza travolgente, ed era vecchia. Sopra i trenta, di sicuro. Ma
lui non si era mai portato a letto una donna alta un metro e ottanta, e si
domandava come sarebbe stato nuotare in quella palude di carne. Oltre tut-
to pareva che avesse un bel paio di tette. Avrebbe potuto essere carina se si
fosse truccata. Comunque... c'era qualcosa di molto strano in lei, con tutte
quelle foto di bambini alle pareti e...
Al diavolo, pens Gordie. Perch no? Avrebbe scopato anche un albero,
purch avesse un nodo abbastanza grosso.
- S - decise, mentre il suo sorriso cominciava ad allargarsi. - Penso
che mi piacerebbe.
- Bene. - Mary allung il braccio davanti a lui e assicur la porta an-
che con la catena. Gordie sent l'odore degli hamburger nei suoi capelli.
Quando lei lo guard di nuovo, il suo viso era molto vicino e gli occhi era-
no di una sfumatura fra il verde e il grigio. - Preparer la cena, e poi fa-
remo un viaggio. Ti vanno minestrone e panini al prosciutto?
- Certo. - Scroll le spalle. - Quello che vuoi. - Fare un viaggio,
aveva detto lei. Era un'espressione antiquata. Lui l'aveva sentita alla TV
nei vecchi film sugli anni Sessanta e gli hippies e roba del genere. La
guard entrare in cucina, e un attimo dopo sent l'acqua scorrere in una
pentola.
- Vieni a parlare con me - disse Mary.
Gordie guard il paletto e la catena alla porta. "Puoi ancora andartene, se
vuoi. Quel donnone ti ridurr in gelatina bianca, se non stai attento." Fiss
la lampada di lava, con il riflesso azzurro sul viso.
- Gordie? - La voce di Mary era dolce, come se parlasse a un bambi-
no piccolo.
- S, d'accordo. Hai della birra? - Si tolse la giacca di pelle, la gett
sul divano a quadri del soggiorno e and in cucina, dove Mary Terror stava
preparando minestrone e panini per due.
3
Il momento della verit
- Che cos' questa porcheria?
- Quale porcheria?
- Qui. Bruciate questo libro. Stai leggendo questa roba?
Doug entr nella cucina, dove Laura aveva appena infilato la casseruola
di manzo con cipolle all'orientale nel forno a microonde. Si appoggi al
piano di lavoro bianco e lesse dal libro: - "Come ogni malattia, il morbo
della carta di credito dev'essere aggredito con un disinfettante. Il primo
cucchiaio  personale: prendete un paio di forbici e distruggete le vostre
carte di credito. Tutte. In questo istante. Resistete alle suppliche di quelli
che vorrebbero farvi fare diversamente. Il Grande Fratello Affare vi guar-
da, e potete sfruttare questa opportunit per sputargli in un occhio." -
Doug si accigli e alz gli occhi. -  uno scherzo, o questo Treggs  un
comunista?
- N l'uno n l'altro. - 'Lei chiuse il forno e regol il contaminuti. -
Negli anni Sessanta era un attivista, e penso che sia in cerca di una causa.
- Una causa! Mio Dio, se la gente facesse davvero cos, l'economia an-
drebbe a rotoli!
- La gente usa davvero troppo le carte di credito. - Pass accanto a
Doug per raggiungere l'insalatiera sul banco da lavoro e cominci a prepa-
rare l'insalata. - Noi di sicuro, almeno.
- Be', tutto il paese si avvia verso una societ priva di contanti. I socio-
logi lo vanno predicendo da anni. - Doug sfogli il libro. Era un uomo al-
to e snello con i capelli castano chiaro e gli occhi castani, il viso attraente
che cominciava per a denunciare la pressione del lavoro nelle rughe e nei
cedimenti. Con i suoi completi gessati portava occhiali di tartaruga e bre-
telle, e aveva sei diverse file di cravatte classiche a righe nel portacravatte
dell'armadio. Aveva due anni pi di Laura, portava un anello con un dia-
mante rosa e le cifre sulle camicie, possedeva una stilografica col pennino
d'oro, fumava di tanto in tanto un sigaro Dunhill Montecruz e nell'ultimo
anno aveva preso l'abitudine di mangiarsi le unghie. - Non usiamo le car-
te di credito pi di tanti altri - ribatt. - Comunque, abbiamo un buon
credito e questa  l'unica cosa che conta.
- Potresti passarmi olio e aceto, per favore? - chiese Laura, e Doug si
alz in punta di piedi per prenderli nell'armadietto pensile. Lei scol l'insa-
lata e continu a scrollarla.
- Oh, questo  ridicolo. - Doug scosse la testa e chiuse il libro. -
Come mai stampano stronzate come questa?
-  di una piccola casa editrice. Con sede a Chattanooga. Non ne avevo
mai sentito parlare. - Sent il bambino muoversi, un movimento lievissi-
mo, appena uno spostamento di peso.
- Non vorrai recensirlo, vero?
- Non so. Ho pensato che potrebbe essere una cosa diversa dal solito.
- Vorrei vedere che cosa ne penserebbero i vostri inserzionisti! Questo
tizio parla di un boicottaggio organizzato delle compagnie petrolifere e
delle principali banche! "Rieducazione economica", la chiama. - Emise
uno sbuffo di derisione. - Bene, dimmi un'altra cosa. Vuoi un bicchiere di
vino per cena?
- No, meglio di no.
- Uno non ti far male. Andiamo.
- No, sul serio. Tu fa' pure.
Doug apr il frigorifero, tir fuori la mezza bottiglia di chablis Stag's Le-
ap e se ne riemp un bicchiere. Lo fece roteare, lo assaggi e poi prese i
piatti per l'insalata dal ripiano. - Allora, come stava Carol oggi?
- Bene. Mi ha riempito la testa con le ultime prove e tribolazioni. Il so-
lito.
- Hai visto Tim Scanlon al ristorante? Portava un cliente a pranzo.
- No, non ho visto nessuno. Oh... ho visto Ann Abernathy. Era l con
qualcuno dell'ufficio.
- Vorrei potermi prendere anch'io due ore per il pranzo. - Con la ma-
no destra continuava a far girare il vino nel bicchiere. - Stiamo avendo
una grande annata, ma ti dir una cosa: Parker deve assumere un altro as-
sociato. Giuro su Dio, ho tanto lavoro sulla scrivania che arriver agosto
prima che riesca a rivedere il sottomano. - Doug allung il braccio e mise
la mano sinistra contro il ventre di Laura. - Che sta facendo?
- Scalcia. Carol dice che dovrebbe diventare un buon giocatore di cal-
cio.
- Non ne dubito. - Le sue dita sfiorarono qua e l il pancione, cercan-
do la sagoma del bambino. - Mi ci vedi come pap di un calciatore? An-
dare in citt a tutte le partite, con un piccolo tifoso scalmanato? E d'estate
il softball. Quella roba, voglio dire. Giuro, non mi sono mai immaginato
seduto sulle tribune ad applaudire un bambino. - Un'espressione acciglia-
ta si disegn sul viso di Doug. - E se non gli piace lo sport? Se diventa un
maniaco dei computer? Probabilmente far pi soldi in quel modo, per.
Magari inventer un computer che si istruisce da solo, che ne dici? - L'e-
spressione accigliata si dissolse, e torn il sorriso. - Ehi, penso di averlo
sentito muoversi! Tu lo hai sentito?
- A distanza molto ravvicinata - rispose Laura, e premette forte la
mano di Doug contro il ventre, in modo che potesse sentire David che si
agitava nel buio.
Cenarono in sala da pranzo, dove una finestra panoramica si affacciava
sul riquadro di bosco formato francobollo sul retro. Laura accese le cande-
le, ma Doug protest che non riusciva a vedere quello che stava mangian-
do, e riaccese le luci. Fuori continuava a cadere la pioggia, di volta in volta
violenta o leggera. Parlarono delle notizie del giorno, di come stava diven-
tando il traffico sulle autostrade e di come il boom edilizio dovesse rallen-
tare prima o poi. La conversazione si orient, come al solito, verso il lavo-
ro di Doug. Laura not che la sua voce diventava pi tesa. Ripropose l'idea
di una vacanza, in autunno, e Doug promise che ci avrebbe pensato. Si era
accorta da molto tempo che non vivevano pi per il presente; vivevano per
un futuro mitico, in cui il carico di lavoro di Doug sarebbe stato pi legge-
ro e la pressione del mercato meno intensa, in cui le loro giornate sarebbe-
ro diventate costruttive in modo rilassante, e le loro notti un momento di
comunione. Si era anche resa conto, da molto tempo, che non sarebbe mai
accaduto. A volte aveva un incubo, in cui entrambi correvano aggiogati al-
la ruota di un mulino, inseguiti da una macchina dentata. Non potevano
fermarsi, non potevano rallentare, o sarebbero caduti fra quegli ingranaggi.
Era un sogno terribile, perch c'era del vero. Un anno dopo l'altro, aveva
visto Doug salire da una posizione secondaria nell'agenzia a una posizione
di autentica responsabilit. Era indispensabile. La sua definizione: indi-
spensabile. Il lavoro che si portava a casa e il tempo che trascorreva al tele-
fono ne erano la prova. In passato erano andati fuori a cena e al cinema
ogni weekend. Andavano a ballare, e in vacanza in localit come le Baha-
mas e Aspen. Ormai erano fortunati se passavano un giorno da soli in casa,
e se vedevano un film era al videoregistratore. Le buste paga erano pi pe-
santi, quello s; erano cresciute per entrambi, ma quando avevano il tempo
di godersi il frutto delle loro fatiche? Aveva osservato Doug invecchiare,
preoccupandosi del portafoglio azionario di altre persone, se avevano suf-
ficienti investimenti a lungo termine, o se la politica internazionale avreb-
be fatto calare il dollaro. Lui viveva su una corda tesa di decisioni rapide,
sospesa su un mare di fluttuazioni. Il successo della sua carriera era basato
sul valore della carta, di liste di cifre che potevano cambiare in modo
drammatico nel giro di una notte. Il successo della carriera di lei era basato
sulla conoscenza delle persone giuste, sulla capacit di seguire il sentiero
che permetteva di varcare i cancelli dorati dell'alta societ di Atlanta. Ma
si erano perduti reciprocamente. Avevano perduto la loro identit di un
tempo, e quella consapevolezza faceva dolere il cuore a Laura. Il che, a sua
volta, la faceva sentire incredibilmente in colpa, perch aveva tutti i van-
taggi materiali che si potevano desiderare, mentre la gente faceva la fame
nelle strade della citt e viveva sotto i viadotti autostradali, dentro scatole
di cartone.
Quel giorno aveva mentito a Carol. Quando aveva detto che non voleva
avere un bambino per riavvicinare a s Doug, era stata una menzogna. For-
se sarebbe accaduto. Forse tutti e due avrebbero rallentato il ritmo e trova-
to il modo di tornare quelli che erano prima. Il bambino poteva riuscirci.
Avere qualcuno che fosse parte di loro poteva compiere il miracolo, e a-
vrebbero ritrovato il senso della realt.
- Pensavo di comprare la pistola, domani - disse all'improvviso Doug.
La pistola. Era un paio di settimane che ne parlavano, da quando una ca-
sa a due isolati di distanza lungo la strada era stata forzata, mentre la fami-
glia era in casa addormentata. Negli ultimi mesi, la criminalit di Atlanta si
era avvicinata sempre pi alla loro porta d'ingresso. Laura era contraria ad
avere un'arma in casa, ma i furti con scasso erano in aumento a Buckhead
e a volte, quando Doug era fuori di sera, lei si sentiva spaventosamente
vulnerabile, anche col sistema d'allarme.
- Penso che sar bene decidersi, con il bambino in arrivo - continu
lui, servendosi dalla casseruola. - Non sar una grossa pistola. Non una
Magnum o roba del genere. - Fece un sorrisetto nervoso, perch le armi
lo innervosivano. - Magari una piccola automatica o qualcosa di simile.
Possiamo tenerla in un cassetto vicino al letto.
- Non so. Detesto proprio l'idea di comprare una pistola.
- Ho pensato che forse potremmo seguire un corso di autodifesa con le
armi. Cos ti sentiresti meglio, e anch'io. Immagino che gli armaioli o il di-
partimento di polizia tengano dei corsi.
- Fantastico - ribatt lei con una punta di cinismo. - Possiamo iscri-
verci al corso di tiro a segno subito dopo il corso di preparazione al parto.
- So che avere una pistola in casa ti d fastidio, e la penso anch'io come
te. Ma dobbiamo guardare in faccia la realt: questa  una citt pericolosa.
Che ci piaccia o no, dovremmo avere una pistola per proteggere David. -
Annu, considerando chiusa la questione. - Domani. Comprer una pisto-
la dom...
Il telefono squill. Doug aveva staccato la segreteria telefonica e nella
fretta di alzarsi e correre al telefono in cucina rovesci il piatto dell'insalata
e si vers un po' del condimento di olio e aceto sul davanti dei pantaloni
gessati. - Pronto? - disse. - S, proprio qui. - Laura lo segu in cucina
e gli disse: - Togliti i pantaloni.
- Cosa? - Doug copr con una mano il ricevitore. - Eh?
- I pantaloni. Toglili. L'olio lascer una macchia, se non ci metto qual-
cosa sopra.
- Va bene. - Lui apr la lampo, sganci le bretelle e si lasci cadere i
pantaloni intorno alle caviglie. Portava calze a rombi con le scarpe stringa-
te. - Sto ascoltando - disse all'interlocutore. - Uh-huh. S. - Aveva la
voce tesa. Si sfil le scarpe e poi i pantaloni e li diede a Laura. Lei si dires-
se al lavello, fece scorrere l'acqua fredda e ne strofin un po' sulle macchie
d'olio. La tintoria avrebbe dovuto rimediare al danno, ma almeno l'olio non
avrebbe lasciato una macchia permanente, se lei praticava un intervento di
pronto soccorso. - Stasera? - sent dire a Doug in tono incredulo. -
Niente da fare! Il lavoro non dev'essere consegnato prima della settimana
prossima!
"Oh, no" pens lei. Si sent mancare il cuore. Era l'ufficio, il suo eterno
rivale. Tanti saluti alla serata in casa di Doug. Dannazione, non potevano
lasciarlo in pace nemmeno quanto bastava per...
- Non posso venire - disse Doug. - No. Assolutamente no. - Una
pausa. Poi: - Sono a casa a cena, Eric. Lasciami un po' di respiro, d'ac-
cordo?
Eric Parker. Il superiore di Doug alla Merrill Lynch. Brutto segno.
- S. D'accordo. - Vide le sue spalle abbassarsi. - Va bene, lasciami
solo... - Guard l'orologio a muro. - Trenta minuti. Ci vediamo l. -
Attacc, si lasci sfuggire un lungo sospiro e si gir verso di lei. - Be',
era Eric.
Non c'era niente che lei potesse dire. Parecchie sere aveva ricevuto tele-
fonate che lo portavano via da casa. Come la percentuale dei furti con
scasso, anche quel fenomeno era in aumento. - Dannazione - disse lui a
voce bassa. -  una faccenda che dev'essere sistemata stasera. Cercher
di tornare fra... - Un'altra occhiata al nemico orologio. - Due ore. Tre al
massimo.
Ci significava quattro, pens Laura. Abbass gli occhi sulle gambe tut-
t'altro che muscolose di lui. - Meglio trovare un altro paio di pantaloni,
allora. Mi occuper io di questi.
Doug si avvi verso la camera da letto principale, mentre Laura portava i
pantaloni macchiati d'olio nella lavanderia adiacente alla cucina. Strofin
sulle macchie un po' di Gain e lasci i pantaloni di Doug sull'essiccatoio.
Poi torn in sala da pranzo per finire la cena, e un attimo dopo Doug rien-
tr vestito con pantaloni kaki, una camicia celeste e un maglione grigio
con il collo a polo. Si sedette e divor il manzo in casseruola. - Mi spiace
per questo - disse, aiutando Laura a portare i piatti in cucina. - Far pi
presto che posso. Okay?
- Okay.
La baci sulla guancia, e chinandosi verso di lei le mise di nuovo la ma-
no sul pancione. Poi usc dalla porta della cucina che dava in garage; lei
sent la Mercedes avviarsi e la porta del garage aprirsi. Doug usc in retro-
marcia, la porta del garage si richiuse con un tonfo sordo e fu finita.
Lei e David erano soli.
- Bene - disse Laura a voce alta. Guard Bruciate questo libro, posa-
to sul banco dove lo aveva lasciato Doug. Decise di finirlo quella sera e
cominciare il libro su Hollywood. Poi tolse i residui dai piatti e li mise nel-
la lavastoviglie. Doug era costretto a lavorare come un mulo, e non era
giusto. In ogni caso era gi drogato di lavoro, e quella pressione non face-
va che peggiorare le cose. Si domand che cosa avesse da dire la moglie di
Eric Parker, Marcy, sul fatto che il marito lavorasse fino a tardi in una sera
di pioggia. Da quando il denaro era diventato Dio? Be', non serviva a nien-
te farsi prendere dalla collera. And nella lavanderia a ripiegare i pantaloni
su un appendiabiti di legno. Le pieghe non erano allineate con precisione,
e quell'imperfezione l'avrebbe mandata in bestia se non l'avesse corretta.
Laura tolse i pantaloni dall'appendiabiti e li pieg di nuovo.
E qualcosa cadde svolazzando da una tasca.
Era un quadratino di carta verde. Si pos sul riquadro di linoleum vicino
al piede sinistro di Laura.
Lei lo guard.
Un biglietto del cinema.
Laura rimase immobile con i pantaloni infilati a met sull'appendiabiti.
Un biglietto del cinema. Avrebbe dovuto raccoglierlo, e il gesto richiedeva
un movimento lento e un delicato esercizio d'equilibrio. Si chin, aggrap-
pandosi a uno spigolo dell'essiccatoio, e recuper il biglietto. I muscoli
delle reni le mandarono un messaggio mentre si raddrizzava. Dicevano:
"Siamo stati gentili con te, finora, non provocarci". Laura stava per gettare
il biglietto in un secchio dei rifiuti, ma si ferm con la mano a mezz'aria.
A che cosa corrispondeva?
Il nome del locale era scritto sul talloncino: Canterbury Six. Doveva es-
sere un cinema di un centro commerciale. Una di quelle sale multiple. Era
un biglietto nuovo. Il verde non era sbiadito. Laura guard i pantaloni ap-
pesi all'appendiabiti. Cerc in una tasca, non trov altro che filacce. Poi
nell'altra tasca. La sua mano port alla luce un terzo di una confezione di
pastiglie alla menta Certs, un biglietto da cinque dollari e un secondo bi-
glietto. Canterbury Six, diceva.
Lei non era mai stata al Canterbury Six in vita sua. Non sapeva nemme-
no dove fosse.
Torn in cucina lentamente, con i due biglietti in mano. La pioggia
schiaffeggiava le finestre, un suono brutale. Stava tentando di ricordare
l'ultimo film che lei e Doug erano andati a vedere al cinema. Era passato
un paio d'anni, come minimo. Le sembrava che fosse Le streghe di Ea-
stwick, che ormai era un vecchio cavallo di battaglia di HBO e Showtime.
Allora, come mai quei due biglietti erano nella tasca di Doug?
Apr l'elenco telefonico e cerc sotto la voce Cinema. Il Canterbury Six
si trovava in un centro commerciale all'altro capo della citt. Compose il
numero e le rispose un messaggio registrato con l'indicazione dei film in
programmazione: un misto di commedie sul sesso per adolescenti, caccia
agli alieni e cloni di Rambo. Rimise il ricevitore sulla forcella e rest a fis-
sare l'orologio sulla parete della cucina.
Perch Doug era andato al cinema senza dirglielo? Quando aveva trova-
to il tempo per vedere un film? Lei sapeva di girare intorno al territorio
minato della vera domanda: con chi ci era andato?
Era idiota, pens. C'era una spiegazione logica. C'era senz'altro. Lui a-
veva portato un cliente al cinema. Come no. Fino all'altro capo della citt
per vedere una pellicola da quattro soldi? "Basta cos" si disse. "Fermati
subito, prima di impazzire. Non c' niente di strano. Due biglietti del ci-
nema. E con questo?"
Con questo... perch Doug non glielo aveva detto? Laura mise in fun-
zione la lavastoviglie. Era abbastanza nuova, e non faceva altro rumore che
un profondo pulsare sommesso. Lei prese in mano Bruciate questo libro,
con l'intenzione di andare nel soggiorno per finire di leggere le teorie filo-
sofiche e le opinioni di Mark Treggs. Senza sapere come, per, si ritrov
di nuovo al telefono. Brutto affare, i telefoni. Insinuavano e sussurravano
cose che era meglio non ascoltare. Ma lei voleva sapere dei biglietti. Nella
sua mente i biglietti erano ingigantiti fino a diventare grandi il doppio del
Monte Everest, e lei non vedeva altro che i loro orli frastagliati. Doveva
sapere. Chiam l'ufficio di Doug.
Ring. Ring. Ring. Ring. Cinque volte. Dieci volte. Poi, al quat-
tordicesimo squillo: - Pronto?
- Pronto, sono Laura Clayborne. Doug  ancora l, per favore?
- Chi?
- Doug Clayborne.  ancora l?
- Qui non c' nessuno, signora. Solo noi.
- Chi  lei?
- Sono Wilbur - rispose l'uomo. - Ci siamo soltanto noi delle puli-
zie.
- Il signor Parker dev'essere l.
- Chi?
- Eric Parker. - L'irritazione divamp. - Non sa chi lavora nell'uffi-
cio?
- Qui ci siamo solo noi, signora. Stiamo facendo le pulizie, tutto qui.
Era pazzesco, pens lei. Anche se Doug non aveva avuto ancora il tem-
po di arrivare in ufficio, Eric Parker doveva esserci! Aveva telefonato dal-
l'ufficio, no? - Quando arriva Doug Clayborne - disse - vuol pregarlo
per favore di chiamare sua moglie?
- S, signora, senz'altro - rispose l'uomo, e Laura lo ringrazi e appe-
se.
Port in soggiorno Bruciate questo libro, mise un nastro di musica da
camera di Mozart e si sedette su una poltrona comoda. Dieci minuti dopo
fissava ancora la stessa pagina: fingeva di leggere, ma in realt pensava:
"Canterbury-Six-due-biglietti-Doug-ormai-dovrebbe-essere-in-ufficio-
come-mai-non-ha-chiamato-dov'?"
Altri cinque minuti passarono lentamente. Poi ancora dieci, un'eternit.
"Doug  ferito!" pens. "Potrebbe aver avuto un incidente con la pioggia!"
Mentre si alzava, sent David fremere nel suo grembo, quasi dividendo la
sua ansia. Dalla cucina, ritelefon in ufficio.
Il telefono squill all'infinito, e stavolta non rispose nessuno.
Laura faceva avanti e indietro dalla cucina al soggiorno, in un circolo
senza meta. Ritent ancora con l'ufficio, e lasci squillare il telefono stac-
cato. Nessuno rispose. Guard l'orologio. Forse Doug ed Eric erano usciti
a bere un drink. Ma perch lo avrebbero fatto, se c'era tanto lavoro da sbri-
gare? Be', qualsiasi cosa stesse succedendo, Doug glielo avrebbe detto una
volta tornato a casa.
Come le aveva detto dei biglietti?
Laura fece ruotare lo schedario degli indirizzi e trov il numero di casa
di Eric Parker.
Si sarebbe sentita molto sciocca il giorno dopo, quando Doug le avrebbe
spiegato che lui ed Eric erano usciti per incontrarsi con un cliente, oppure
che avevano semplicemente deciso di non rispondere al telefono mentre
lavoravano. Avrebbe provato il desiderio di sprofondare sottoterra, per a-
ver pensato, anche per un solo momento, che Doug potesse non averle det-
to la verit.
Aveva paura di telefonare. Quella piccola paura che la rodeva crebbe fi-
no a serrarle la gola. Lei sollev il ricevitore, pigi i primi quattro tasti e
poi lo riabbass. Telefon per la terza volta in ufficio: nessuna risposta,
nemmeno dopo venti squilli.
Era arrivato il momento della verit.
Laura inspir a fondo e telefon a casa di Eric Parker.
Al terzo squillo, una donna rispose: - Pronto?
- Salve, Marcy. Sono Laura Clayborne.
- Oh, salve, Laura. Mi pare che si stia avvicinando il momento.
- S,  vero. Circa due settimane, pi o meno. Abbiamo gi la stanza
pronta per il bambino, quindi non dobbiamo fare altro che aspettare.
- Dammi retta, goditi l'attesa. Dopo l'arrivo del bambino, la tua vita
non sar mai pi la stessa.
- L'ho sentito dire. - Laura esit. Doveva andare avanti, ma era dura.
- Marcy, sto tentando di mettermi in contatto con Doug. Sai se sono usci-
ti per incontrare un cliente, o  solo che non rispondono al telefono?
Ci furono alcuni secondi di silenzio. Poi: - Mi spiace, Laura. Non capi-
sco che cosa vuoi dire.
- Eric ha chiamato Doug dall'ufficio, lo sai. Per finire un certo lavoro.
- Oh. - Marcy tacque di nuovo, e Laura sent rimbombare il battito
del suo cuore. - Laura... ehm... Eric  andato a Charleston questa mattina.
Non sar di ritorno fino a sabato.
Laura sent il sangue scottarle le guance. - No, Eric ha chiamato Doug
dall'ufficio. Circa un'ora fa.
- Eric  a Charleston. - Marcy Parker si lasci sfuggire una risatina
nervosa. - Forse era un'interurbana?
- Pu darsi. - Laura si sentiva la testa leggera. Il suono della pioggia
era un leggero tamburellio sul tetto. - Ascolta... Marcy, io... non avrei
dovuto chiamarti. Non avrei dovuto disturbare.
- No, niente affatto. - La voce di Marcy era imbarazzata; aveva vo-
glia di riattaccare. - Spero che tutto vada bene col bambino. Voglio dire,
so che  cos, ma... mi capisci.
- S. Grazie. Abbi cura di te.
- Arrivederci, Laura.
Laura riattacc.
Si accorse che la musica era finita.
Rest seduta sulla poltrona, mentre la pioggia rigava le finestre. Teneva
stretti in mano i due biglietti verdi di un cinema in cui non era mai stata.
L'altra mano era posata sul ventre gonfio, per cercare il calore di David. Si
sentiva il cervello pieno di spine, e questo le rendeva doloroso ogni tenta-
tivo di pensare. Doug aveva risposto al telefono e aveva parlato con qual-
cuno che chiamava Eric. Era andato in ufficio a lavorare. Non era cos? E
se non era cos, dov'era andato? Il palmo della mano che stringeva i bi-
glietti era umido. Con chi era Doug, se Eric era a Charleston?
Laura chiuse gli occhi e ascolt la pioggia. Una sirena ulul in lontanan-
za, un suono sempre pi intenso e poi sempre pi debole. Aveva 36 anni,
le mancavano due settimane a partorire per la prima volta, e si accorse che
era rimasta bambina troppo a lungo. Prima o poi, il mondo ti spezzava, ri-
ducendoti a lacrime e rimpianti. Prima o poi, il mondo vinceva.
Era un posto crudele per far nascere un bambino, ma era l'unico mondo
che esistesse. Laura aveva gli occhi umidi. Doug le aveva mentito. Se n'era
stato l davanti a lei e le aveva mentito in faccia. Dannazione a lui, stava
combinando qualcosa alle sue spalle, e lei portava in grembo il loro bam-
bino! La collera si gonfi, si afflosci in tristezza, si riaccese. "Che vada al
diavolo!" pens. "Che vada al diavolo, non ho bisogno di lui! Non ho bi-
sogno di niente!"
Laura si alz. Prese l'impermeabile e la borsa. Usc nel garage, a labbra
serrate, sal sulla BMW e part, cercando nel buio un posto dove ci fossero
persone, rumore e vita.
4
Mister Mojo si  alzato
Mary sentiva in bocca il suo sapore, come di mandorle amare.
La prima volta, lo aveva voluto perch ne sentiva la mancanza. La se-
conda volta, lo aveva fatto perch pensava al modo di ottenere uno sconto
sull'acido. Ora stava in piedi nel bagno, lavandosi i denti, con i capelli in-
trisi di sudore sciolti sulle spalle. Segu con gli occhi la rete di cicatrici sul
ventre, gi gi fino alla cresta di tessuto cicatriziale che si perdeva fra le
cosce. Impressionante aveva detto Gordie. Sembra una carta stradale,
non  vero? Lei aveva atteso il responso, facendosi forza per affrontarlo
dopo che si era spogliata. Se lui fosse scoppiato a ridere o si fosse disgu-
stato, Mary non sapeva che cosa avrebbe potuto fare. Aveva bisogno di lui,
per quello che le portava, ma a volte la collera scattava veloce come un co-
bra, e lei sapeva che avrebbe potuto ficcargli negli occhi due dita uncinate
e spezzargli il collo con l'altra mano, prima che lui capisse che cosa lo a-
veva colpito. Guard il proprio viso allo specchio, con la bocca piena di
Crest schiumoso. Gli occhi erano cupi; dentro di essi c'era il futuro.
- Ehi, Ginger! - la chiam Gordie dalla camera da letto. - Ora vo-
gliamo provare l'acido?
Mary sput la schiuma nel lavandino. - Mi sembrava che avessi detto
che dovevi andare a prendere la tua ragazza.
- Ah, lei pu aspettare. Non le far male. Mi sono comportato piuttosto
bene, eh?
- Favoloso - rispose Mary, e si sciacqu la bocca sputando di nuovo
nel lavandino. Torn in camera da letto, dove Gordie era disteso sul letto
fra le lenzuola aggrovigliate, fumando una sigaretta.
- Com' che parli in quel modo? - chiese Gordie.
- Come sarebbe, in quel modo?
- Lo sai. Favoloso. Roba del genere. Gergo da hippie.
- Forse perch ero una hippie. - Mary attravers la stanza diretta ver-
so il cassettone, e gli occhi lucenti di Gordie la seguirono attraverso il velo
di fumo bluastro. Sul ripiano del cassettone c'era i circoletti di Smiley con
l'acido. Lei ne ritagli due con un paio di forbicine, e si sent addosso lo
sguardo di Gordie.
- Sul serio? Tu eri una hippie? Collane di perline e tutto il resto?
- Collane di perline e tutto il resto - conferm lei. - Tanto tempo fa.
- Storia antica. Senza offesa. - Lui soffi in aria dei cerchi di fumo, e
guard il donnone avvicinarsi allo stereo. Il modo in cui si muoveva gli
rammentava qualcosa. Gli venne in mente: una leonessa, silenziosa e letale
in uno di quei documentari sull'Africa alla TV. - Facevi sport, quando eri
pi giovane? - chiese in tono innocente.
Lei sorrise leggermente, mentre metteva sul piatto un disco dei Doors e
accendeva il giradischi. - Alle superiori. Correvo in pista e facevo parte
della squadra di nuoto. Sai qualcosa dei Doors?
- Il complesso? S. Hanno avuto dei successi, giusto?
- Il cantante del gruppo si chiamava Jim Morrison - continu Mary,
ignorando la stupidit di Gordie. - Era Dio.
- Adesso  morto, vero? - disse Gordie. - Accidenti, hai un bel culo!
Mary abbass la puntina. Risuonarono i primi colpi di batteria staccati di
Five to One, e il basso raschiante si un alla musica. Poi la voce di Jim
Morrison, piena di grinta e di pericolo, ringhi dagli altoparlanti: Five to
one, baby / One in five / No one here gets out alive, now / You get yours,
baby / I'll get mine...
La voce le faceva scorrere i ricordi nelle vene. Aveva visto molte volte i
Doors in concerto, e aveva perfino visto da vicino Jim Morrison, una volta,
mentre lui stava entrando in un locale di Hollywood Boulevard. Si era pro-
tesa attraverso la folla e gli aveva sfiorato la spalla, aveva sentito il calore
del suo potere risalirle lungo il braccio e la spalla come una scossa elettri-
ca, proiettando la sua mente nel regno della radiosa luce dorata. Lui si era
voltato a guardarla, e per un breve istante i loro occhi si erano incontrati e
fissati; lei aveva sentito la sua anima, come una bella farfalla in gabbia. Le
aveva lanciato un richiamo, volendo farsi liberare da lei, ma poi qualcun
altro aveva afferrato Jim Morrison e lui era stato risucchiato dall'onda di
corpi.
- Ha un buon ritmo - osserv Gordie.
Mary Terror alz il volume della musica, poi port l'LSD a Gordie e gli
offr una delle faccette gialle di Smiley. - Bene! - esclam Gordie
schiacciando la sigaretta in un posacenere vicino al letto. Mary cominci a
leccare il cerchietto, e Gordie la imit. Nel giro di pochi secondi le facce di
Smiley erano imbrattate di saliva e gli occhi neri erano scomparsi. Poi
Mary sal sul letto e si sedette nella posizione del loto, con le caviglie in-
crociate sotto di s e i polsi sulle ginocchia, gli occhi chiusi mentre ascol-
tava Dio e aspettava che l'acido facesse effetto. La pelle del suo ventre
fremeva; Gordie stava seguendo le cicatrici con l'indice.
- Non mi hai mai detto come ti sei fatta queste. Hai avuto un incidente?
- Proprio cos.
- Che razza di incidente!
"Ragazzino" pens lei "non sai quanto sei vicino all'orlo del precipizio".
- Dev'essere stato brutto - insistette Gordie.
- Un incidente di macchina - ment lei. - Mi sono tagliata con il ve-
tro e il metallo. - Almeno quello era vero.
- Accidenti! Roba pesante!  per questo che non hai figli?
Lei apr gli occhi. Gordie aveva la bocca sulla fronte, e i suoi occhi era-
no rosso sangue. Le palpebre di Mary si richiusero. - Che vuoi dire?
- Me lo domandavo per via delle foto di bambini. Ho pensato... sai...
devi avere una fissazione per i bambini. Puoi avere figli, non  vero? Vo-
glio dire... l'incidente non ti ha rovinato, no?
Gli occhi di Mary si aprirono di nuovo. A Gordie stava spuntando una
seconda testa sulla spalla sinistra. Era una massa informe, che cominciava
appena ad abbozzare un naso e un mento. - Tu fai troppe domande - gli
disse, e sent la propria voce echeggiare come in un pozzo senza fondo.
- Gente! - esclam all'improvviso Gordie, dilatando gli occhi scarlat-
ti. - Mi si stanno allungando le mani! Ges, guarda! - Rise, un rullo di
tamburi che si fondeva con la musica dei Doors. - Le mie mani riempio-
no tutta questa fottutissima stanza! - Agit le dita. - Guarda! Sto toc-
cando la parete!
Mary guardava la testa prendere forma sulla spalla di Gordie. I linea-
menti non si distinguevano ancora, ma la massa di carne cominci a emet-
tere filamenti di pelle che si avvolsero intorno all'altra faccia di Gordie,
mentre questa aveva preso a raggrinzirsi e ridursi di dimensioni. Mentre il
viso di Gordie scompariva, la nuova faccia si stacc e scivol lungo la
spalla di Gordie, fissandosi al cranio con un suono umido di risucchio.
- Mi stanno crescendo le braccia! - disse Gordie. - Gente, sono lun-
ghe tre metri!
L'aria era satura di note musicali che si sprigionavano dagli altoparlanti
come frammenti di stagnola oro e argento. La nuova faccia sul cranio di
Gordie stava diventando pi definita, e una massa di capelli castani ondu-
lati proruppe dal cuoio capelluto e scese sulle spalle. Dalla carne emersero
zigomi marcati e una bocca da bastardo, con le labbra crudeli atteggiate in
un broncio. Occhi scuri affiorarono sotto le sopracciglia torve.
Mary trattenne il respiro. Era il volto di Dio, e diceva: You get yours,
baby / I'll get mine. Pensa per te, baby / Io penser a me.
Il viso di Jim Morrison era sul corpo di Gordie. Lei non sapeva dove
fosse Gordie, e non gliene importava. Si spost verso di lui, con le labbra
protese verso la bocca imbronciata che aveva pronunciato la verit eterna.
- Uau - lo sent sussurrare, e poi le loro bocche si fusero.
Lo sent scivolare dentro di s, corpo e anima. Le pareti della stanza era-
no umide e rosse, e pulsavano al ritmo della batteria. Mary apr la bocca
mentre lui affondava ancor pi in lei, e ne usc un lungo nastro argenteo
che si allungava all'infinito. L'aria vibrava, e lei sent le note della musica
pungerle la carne come piccoli aculei aguzzi. Le mani di lui si posavano
sul suo corpo, fondendosi con la sua pelle come ferri roventi. Lei segu con
le dita le sbarre della gabbia toracica, e la lingua si protese dalla bocca di
lui come un ariete impetuoso, e penetr attraverso il suo palato fino a lec-
carle il cervello.
La sua possanza la dilani, scindendola in atomi. Stava scavando in lei,
come se volesse raggomitolarsi nel suo ventre sfregiato. Vide di nuovo il
viso di lui, in uno sfolgorio di gialli e di rossi, come un universo in fiam-
me. Stava cambiando, si stava sciogliendo e rimodellando. Lunghi capelli
color sabbia sostituirono quelli castani e ondulati, e intensi occhi azzurri
orlati di verde scacciarono dalle orbite gli occhi di Dio. Il naso si allung,
il mento divenne pi aguzzo, come la punta di una lancia. Una barba bion-
da spunt dalle guance e si un a formare i baffi. La bocca parl in un im-
peto di desiderio: - Ti voglio. Ti voglio. Ti voglio.
Era lui. Dopo tanto tempo. Lord Jack, l con lei, al suo posto.
Mary sent il suo cuore battere forte e fremere, sul punto di svellersi dal-
le sue rosse radici. Il viso bellissimo di Lord Jack era sopra di lei, con gli
occhi ardenti come il sole su un mare tropicale, e quando lo baci sent la
saliva sfrigolare nelle loro bocche come olio su una griglia rovente. La sta-
va colmando, le gonfiava il ventre. Si aggrapp a lui mentre Dio cantava
per loro. Poi fu sopra di lui, aggrappandosi alla sua carne marmorea. Le
vene si muovevano come vermi sotto la terra chiara, e la sua bocca trov il
velluto. Lo serr a fondo, lo sent gemere come un tuono lontano, e lo trat-
tenne mentre fremeva e sussultava sotto di lei. Poi si tir indietro, mentre
Lord Jack era scosso da uno spasmo e goccioline di fluido brillavano sulle
superfici piatte del suo ventre, e lo guard esplodere nell'aria striata d'ar-
gento.
Da lui si sprigionarono bambini: minuscoli bambini perfettamente for-
mati, raggomitolati e rosei. Bambini a centinaia, che fluttuavano come
baccelli delicati prodotti da un fiore prodigioso. Lei cerc di afferrarli, ma
si dissolvevano nella sua stretta e le sgocciolavano dalle dita. Era impor-
tante che li catturasse. Era d'importanza vitale. Se non ne avesse trattenuto
almeno uno, Lord Jack non l'avrebbe amata pi. I bambini luccicavano sul-
le sue dita e si fondevano sul palmo, e mentre tentava freneticamente di
salvarne almeno uno, vide la carne dura di Lord Jack raggrinzirsi e ritirar-
si. Quella vista la terrorizz. - Ne salver uno! - disse. La sua stessa
voce le rintron le orecchie. - Lo giuro, ne salver uno! D'accordo? D'ac-
cordo?
Lord Jack non rispose. Era disteso sul dorso, su un campo di un bianco
torturato, e lei poteva vedere il suo torace scarno alzarsi e abbassarsi come
un mantice fiacco.
Si guard le mani. Erano coperte di sangue: rosso scuro e denso.
Sent di colpo un dolore lancinante. Guard il proprio ventre, e vide le
cicatrici lacerarsi e qualcosa di rosso-nerastro e schifoso filtrare dagli
squarci.
Il sangue sgorgava da lei a torrenti, inondando il campo sterile. Sent la
propria voce gridare: - NO! - Lord Jack tent di mettersi a sedere, e lei
scorse per un attimo il suo viso: non pi Lord Jack, ma la faccia pallida di
uno sconosciuto. - NO! NO! - grid Mary. Lo sconosciuto emise un
gemito ansimante e ricadde all'indietro. Lei guard attorno a s le pareti
rosse che vibravano e la musica che le flagellava le orecchie. Vide una
porta aperta, e pi in l un gabinetto. "Il bagno!" pens mentre la sua men-
te tornava con un balzo alla realt. "Brutto viaggio! Brutto viaggio!"
Si alz annaspando, perdendo sangue a fiotti dalle ferite al ventre che si
stavano allargando, e brancol verso il bagno. Si sentiva le gambe molli e
inciamp col piede in un lenzuolo aggrovigliato. Cadde, urtando il disco e
facendolo grattare. Non riusc a rimettersi in piedi, e serrando i denti stri-
sci verso il bagno in una marea di sangue.
Trascinandosi sulle piastrelle, sent la follia palpitarle nel cervello come
ali di corvi. Si aggrapp all'orlo della vasca con le dita scarlatte e si iss
dentro. Gir il rubinetto con uno sforzo convulso; il ricevitore della doccia
erutt, trafiggendole la pelle con l'acqua fredda. Poi lei si raggomitol sot-
to il getto, con il corpo tremante in preda alle convulsioni. Batteva i denti,
mentre il sangue scorreva via nello scarico, nello scarico, nello scarico sca-
rico scarico...
Brutto viaggio, pens. Oh... che brutto viaggio fottuto...
Mary Terror pos le mani sulle cicatrici. Si erano richiuse. L'acqua che
scorreva via non era pi rossa. Dalle pareti del cubicolo della doccia stava-
no sbocciando dei fiori, ma erano bianchi e brinati di ghiaccio. Mary solle-
v le ginocchia fino al mento e rabbrivid nel gelo. Sagome scure, simili a
pipistrelli, volteggiarono per un attimo nella doccia, poi furono travolte
dallo spruzzo d'acqua e finirono anch'esse nello scarico. Mary offr il viso
all'acqua, che le scorreva negli occhi, nella bocca e fra i capelli.
Chiuse il rubinetto e si sedette nella vasca. Batteva i denti come se fosse-
ro dadi. "Sto bene" si disse. "Ora comincio a venirne fuori. Sto bene." I
fiori sulle pareti cominciavano ad appassire, e dopo un po' fluttuarono nel-
la vasca intorno a lei e svanirono come bolle di sapone. Lei chiuse gli oc-
chi e pens al nuovo bambino che aspettava di nascere, chiuso nell'arma-
dio. Che nome gli avrebbe dato? Jack, decise. C'erano stati tanti Jack, e
tanti Jim, Robby, Ray e John, come Dio e il suo complesso. Quello sareb-
be stato il Jack migliore di tutti, e avrebbe assomigliato al padre.
Quando pot, si alz in piedi. Ancora tremante. "Calma, aspetta un mo-
mento." Usc dalla vasca, tolse un asciugamano dalla sbarra e si asciug.
Piccoli esseri striscianti si contorcevano sulle pareti del bagno come amebe
fluorescenti a forma di virgola. Ne stava uscendo, per, e fra poco si sa-
rebbe sentita bene. Torn barcollando in camera da letto, tenendo una ma-
no appoggiata al muro. La musica era finita, e la puntina ticchettava contro
l'etichetta del disco. Chi c'era, steso sul letto? Conosceva il suo nome, ma
non le veniva in mente. Qualcosa con una G. Oh, ecco: Gordie. Le sem-
brava di avere il cervello fritto, e sentiva sul viso lievi guizzi di nervi e di
muscoli. Aveva in bocca un sapore disgustoso. Si avvi verso la cucina,
puntellandosi con le mani alle pareti e sentendo le ginocchia ancora sul
punto di cedere, ma riusc a farcela senza crollare.
In cucina, la sua vista cominci a oscurarsi ai margini, come se sbircias-
se in un tunnel. Apr il freezer e si strofin il viso e le orbite con cubetti di
ghiacqio, e pian piano la vista le si schiar. Prese una birra dal frigo, strap-
pp la linguetta e bevve una lunga sorsata profonda. Lampi rossi e blu zi-
gzagarono intorno a lei per alcuni secondi, come se fosse al centro di uno
spettacolo laser. Poi svanirono, e Mary fin la birra e pos la lattina. Si ta-
st le cicatrici sul ventre. Erano ancora ben chiuse, ma dannazione, l'ave-
vano spaventata a morte. Era gi successo un paio di volte, durante altri
brutti viaggi, e sembrava sempre cos reale, anche se sapeva che non lo e-
ra. Sentiva la mancanza del suo bambino. Era tempo di mandare via Gor-
die, in modo da poter partorire.
La rivista Rolling Stone era ancora sul piano di lavoro dove l'aveva la-
sciata, con le Bangles in copertina. Mary prese l'ultima birra dal frigo e
cominci a bere, con la bocca che sembrava un posacenere usato. Poi, per
la forza dell'abitudine, apr la rivista in fondo, alle pagine delle inserzioni.
Guard quello che c'era in vendita: T-shirt di Bon Jovi, occhiali da sole
Wayfarer, poster di Spud MacKenzie, maschere di Max Headroom e roba
simile. Il suo sguardo pass alla sezione dei messaggi personali.
Ti amiamo, Robert Palmer. Linda e Terri, le tue migliori fans.
Cerco passaggio da Amherst, Massachusetts, a Fort Lauderdale, Flori-
da, il 9 febbraio, disposto a dividere tutte le spese. Chiamare dopo le 6 del
pomeriggio 413-555-1292, Greg.
Salve, Testa di cavolo!
Cercasi Foxy Denise. Ti ho conosciuto al concerto dei Metallica il 28
dicembre. Dove sei finita? Joey, casella 101B, Newport Beach, California.
Lunga vita ai Rough Riders! Visto? Ve lo avevamo detto!
Buon compleanno, Liza. Ti amo!
Mister Mojo si  alzato. La signora sta...
Mary smise di leggere. Si sent serrare la gola, con la bocca piena di bir-
ra. Inghiottire fu uno sforzo penoso. Pos la birra, poi torn con lo sguardo
all'inizio del messaggio.
Mister Mojo si  alzato. La signora sta ancora piangendo. C' qualcuno
che ricorda? Incontriamoci laggi. Il 18 febbraio, 14:00.
Lei fiss le ultime quattro cifre. 14:00. Ora militare. Le due del pome-
riggio, il 18 febbraio. Lesse il messaggio per la seconda volta, poi per la
terza. Il Mister Mojo era un'allusione a Jim Morrison, da un verso della
canzone intitolata LA. Woman. La signora che piangeva era...
Doveva essere. Doveva essere cos.
Pens che forse l'acido le sconvolgeva ancora la mente, e and al frigori-
fero, prese una manciata di cubetti e si rinfresc di nuovo il viso. Stava
tremando, non solo di freddo, quando guard ancora una volta Rolling
Stone. Il messaggio non era cambiato. Mister Mojo. La signora che pian-
geva. C' qualcuno...
- Io ricordo - mormor Mary Terror.
Gordie apr gli occhi su un'ombra che lo sovrastava. - che? - disse,
sentendo la bocca aprirsi su cardini arrugginiti.
- Vattene.
- Eh? Sto cercando di...
- Vattene.
Lui sbatt le ciglia. Ginger era in piedi accanto al letto e lo fissava dal-
l'alto. Era nuda, una montagna di carne. Grosse tette cascanti, pens Gor-
die. Sorrise, con il cervello ancora pieno di fiori, e allung la mano verso
uno dei seni. La mano di Mary afferr la sua, e la tenne stretta come un
uccellino in trappola.
- Voglio che te ne vai - disse la donna. - Subito.
- Che ore sono? Ehi, mi gira la testa!
- Sono quasi le dieci e mezza. Andiamo, Gordie, alzati. Dico sul serio,
uomo.
- Ehi, ma che fretta c'? - Tent di liberare la mano, ma le dita della
donna si strinsero. La forza della stretta cominciava a spaventarlo. - Mi
vuoi spezzare la mano o cosa?
Lei lasci andare la mano e indietreggi di un passo. A volte la forza
prendeva il sopravvento, e quello non sarebbe stato un momento opportu-
no. - Scusami - disse. - Ma dovrai andartene. Mi piace dormire da so-
la.
- Ho le pupille fritte. - Gordie premette il palmo delle mani sulle or-
bite e le massaggi. Stelle e girandole esplosero nell'oscurit. - Ehi, quel-
la roba  una bomba, non  vero?
- Ne ho presa di pi forte. - Mary raccolse i vestiti di Gordie e li sca-
ric sul letto vicino a lui. - Vestiti. Su, muoviti!
Gordie le sorrise, con le labbra molli e gli occhi arrossati. - Sei stata
per caso nell'esercito, o altro?
- O altro - ribatt lei. - Non ricominciare a dormire. - Aspett che
si fosse infilato la camicia con una scrollata di spalle e che avesse comin-
ciato ad abbottonarsela, prima di mettersi la vestaglia e tornare in cucina. I
suoi occhi si posarono di nuovo sul messaggio, e il cuore cominci a mar-
tellarle nel petto. Non avrebbe potuto scriverlo nessun altro, se non un ap-
partenente allo Storm Front. Nessuno sapeva della signora piangente, tran-
ne la cerchia pi ristretta dello Storm Front: dieci persone di cui cinque e-
rano state giustiziate dai porci, una era rimasta uccisa in una rivolta ad At-
tica e le altre tre erano, come lei, fuggiaschi senza patria. Nomi e volti le
turbinavano nella testa mentre fissava le parole nere sulla carta come se
guardasse il passato attraverso il buco di una serratura: Bedelia Morse,
Gary Leister, CinCin Omara, James Xavier Toombs, Akitta Washington,
Janette Snowden, Sancho Clemenza, Edward Fordyce e il comandante,
Jack Gardiner, "Lord Jack". Lei sapeva chi era morto per i proiettili dei
porci e chi era rimasto attaccato alla fede segreta, ma chi era stato a scrive-
re quel messaggio? Apr un cassetto e vi frug, cercando un calendario che
aveva ricevuto per posta come pubblicit di un mobilificio. Lo trov, con i
giorni indicati da un quadratino bianco uno accanto all'altro. Quel giorno
era il 23 gennaio. Il mese aveva 31 giorni. Otto giorni ancora. Incontria-
moci laggi. Il 18 febbraio, 14:00. Non riusciva a contare bene, l'acido e
l'eccitazione la confondevano. Calma, calma. Aveva le palme scivolose di
sudore. Ventisei giorni prima dell'incontro. Ventisei. Ventisei. Lo inton a
voce alta, un mantra tranquillizzante, ma un mantra che era anche fertile di
possibilit pericolose. Poteva essere Jack in persona, che chiamava di nuo-
vo a raccolta i resti dello Storm Front. Le pareva di vederlo con la fantasia,
i capelli biondi al vento e gli occhi sfavillanti di sacro fuoco, una bottiglia
Molotov in ogni mano e una cintura con la fondina intorno alla vita. Pote-
va essere Jack, che la chiamava. Chiamava, chiamava...
Lei avrebbe risposto. Avrebbe attraversato l'inferno per baciargli la ma-
no, e niente le avrebbe impedito di rispondere alla sua convocazione.
Lo amava. Lui era il suo cuore, che le era stato strappato, cos come il
bambino che portava per lui le era stato strappato dal grembo. Jack era il
suo cuore, e senza di lui era un guscio vuoto.
- Ehi, cosa c' su Stone? - Una mano le pass accanto per afferrare la
rivista sul ripiano.
Mary Terror si volt di scatto verso Gordie. La sent sprigionarsi come il
magma ribollente che scaturisce da un vulcano. Sapeva che cos'era, ci ave-
va vissuto insieme per tutta la vita, le pareva. L'aveva amata, succhiata,
abbracciata, se n'era nutrita, e si chiamava rabbia. Prima di potersi trattene-
re, mise una mano intorno alla gola gracile di Gordie e gli premette un pol-
lice sulla trachea, sbattendolo nello stesso tempo contro la parete con tanta
violenza che alcune preziose fotografie di bambini saltarono via dai chiodi
e caddero a terra con fragore.
- Gaaak - fece Gordie, con il viso congestionato e gli occhi che co-
minciavano a sporgere dalle orbite. - Ges lasciami gaaak...
Mary non voleva ucciderlo. Aveva bisogno di lui per quello che l'aspet-
tava. Dieci minuti prima era inerte, con la mente abbagliata dall'alto vol-
taggio dell'LSD. In quel momento, la parte profonda di lei che agognava
l'odore del sangue e della polvere da sparo si era destata, e stava guardando
il mondo con gli occhi grigi dalle palpebre pesanti. Ma aveva bisogno di
quel giovanotto per quello che poteva portarle. Gli prese di mano la rivista
e tolse la mano dalla sua gola, lasciandogli l'impronta rossa delle dita sulla
pelle chiara.
Gordie toss e sibil per alcuni secondi, uscendo a ritroso dalla cucina
per allontanarsi da lei. Era vestito, a parte le scarpe, con i lembi della ca-
micia fuori dei calzoni. Quando riusc a ritrovare la voce, sbrait: - Tu
sei pazza! Pazza da legare! Stai cercando di uccidermi, puttana?
- No. - Sarebbe stato piuttosto facile, pens lei. Si sentiva il sudore
nei pori della pelle, e sapeva di essere arrivata a un soffio dal limite. - Mi
dispiace, Gordie. Sul serio. Non avevo intenzione...
- Per poco non mi strozzavi, cara mia! Merda! - Tossi di nuovo e si
massaggi la gola. - Provi gusto a strapazzare la gente?
- Stavo leggendo - ribatt lei. Strapp la pagina e gli porse il resto
della rivista. - Ecco, tienila. Va bene?
Gordie esit, quasi temendo che la donna potesse staccargli il braccio se
lo avesse allungato per prendere la rivista. Poi la prese e disse con voce
rauca: - Va bene. Ehi, mi hai quasi conficcato il pollice nella gola.
- Scusami. - Quella era l'ultima volta che si sarebbe scusata, ma riusc
a rivolgergli un sorriso freddo. - Siamo ancora amici, vero?
- S. - Lui annu. - Ancora amici, che diavolo.
Gordie aveva tanto cervello quanto un blocco motore, pens Mary. Tan-
to meglio; cos si sarebbe avviato appena lei avesse girato la chiave. Sulla
porta d'ingresso Mary lo guard negli occhi e disse: - Mi piacerebbe ri-
vederti, Gordie.
- Certo. La prossima volta che vuoi una scorta, basta che mi chiami.
- No. - Lei lo disse con intenzione, e lasci che la sua bocca indu-
giasse sulla parola. - Non  quello che intendo. Vorrei che tu venissi a
passare un po' di tempo con me.
- Ah. Uh... s, ma... io ho una ragazza.
- Puoi portare anche lei - disse Mary, e vide la luce untuosa brillare
negli occhi di Gordie.
- Io... uh... ti chiamer - le disse Gordie, poi raggiunse la sua Mazda
sotto la pioggerella pungente, sal a bordo e part. Quando l'auto non si vi-
de pi, Mary chiuse la porta, la sprang e trasse un lungo respiro profondo.
Accese un bastoncino di incenso alla fragola, lo mise nel bruciatore e ri-
mase in piedi, con le volute azzurrine di fumo che si levavano intorno al
suo viso. Chiuse gli occhi, pensando a Lord Jack, allo Storm Front, al mes-
saggio su Rolling Stone e al 18 febbraio. Pensava a pistole e porci in uni-
forme blu, pozze di sangue e pareti di fiamme. Pensava al passato, e al
modo in cui si snodava come un fiume sonnolento attraverso il presente fi-
no al futuro.
Avrebbe risposto all'appello. Sarebbe stata l, presso la signora piangen-
te, nel giorno e nell'ora stabiliti. Ci sarebbero stati molti piani da fare, mol-
ti fili in sospeso da recidere e bruciare. Gordie l'avrebbe aiutata a procurar-
si quello che le occorreva. Il resto lo avrebbe fatto con l'istinto e l'astuzia.
And in cucina, prese una penna da un cassetto e fece un segno sul quadra-
tino del 18 febbraio: una stella, grazie alla quale fissare la meta.
Era tanto felice che cominci a piangere.
In camera da letto, Mary si stese sul letto con la schiena appoggiata ai
cuscini e le gambe divaricate. - Spingi - si disse, e cominci a respirare
rumorosamente. - Spingi! Spingi! - Premeva con entrambe le mani sul
ventre segnato dalle cicatrici. - Spingi! Avanti, spingi! - Si tese, col vi-
so stravolto da un rictus di dolore concentrato. - Oh Dio - gemette a
denti stretti. - Oh Dio oh Dio ohhhhhh... - Rabbrivid e grugn e poi con
un lungo grido e uno spasmo dei muscoli delle cosce allung la mano sotto
uno dei cuscini e si fece scivolare fra le gambe il nuovo bambino.
Era un bel maschietto sano. Jack, lo avrebbe chiamato. Dolce, dolce
Jack. Emise qualche suono miagolante, ma era un bravo bambino e non
avrebbe disturbato il suo sonno. Mary lo tenne stretto e lo cull, con il viso
e i seni madidi di sudore. - Che bel bambino - mormor dolcemente,
con un sorriso radioso. - Oh che bel bambino. - Porse un dito, come a-
veva fatto con la bambina nel carrello del supermercato. Rimase delusa
che non le afferrasse il dito, perch desiderava tanto il calore di un contat-
to. Bene, Jackie avrebbe imparato. Lo cull fra le braccia e appoggi la te-
sta ai cuscini. Lui si muoveva appena, si accontentava di starsene adagiato
contro di lei, e Mary poteva sentire il suo cuore battere come un lieve rul-
lio sommesso. Si addorment con il viso di Lord Jack in mente. Sorrideva,
con i denti bianchi come quelli di una tigre, e la chiamava a casa.
5
Responsabile abbattuta
Quando Laura torn a casa dopo aver visto un film di Burt Reynolds,
trov un messaggio sulla segreteria telefonica.
Bip. Laura, ciao. Ascolta, il lavoro richieder pi tempo del previsto.
Torner verso mezzanotte, ma non aspettarmi in piedi. Scusami. Domani
sera ti porto a cena, okay? Scegli tu. Torno alle miniere di sale. Click.
Non aveva detto Ti amo, pens Laura.
Un'ondata di incredibile tristezza minacci di sommergerla; poteva sen-
tirne la massa sospesa sulla testa. Da dove l'aveva chiamata? Certo non
dall'ufficio. Dall'appartamento di qualcuno, forse. Eric era a Charleston.
Doug aveva mentito su quel punto. E su cos'altro mentiva?
Non aveva detto Ti amo, pens, perch c'era un'altra donna con lui.
Fece per chiamare l'ufficio, ma abbass il telefono. A che serviva? Che
senso aveva? Si aggir per la casa, senza sapere bene dove andare. Gir
per la cucina, la sala da pranzo, il soggiorno e la camera da letto, prenden-
do nota con gli occhi delle loro propriet: stampe di caccia alle pareti, un
vaso di cristallo Waterford qua, una sedia in stile coloniale Williamsburg
l, una coppa di mele di vetro, una libreria piena di best-seller del club dei
lettori che nessuno dei due si era mai curato di leggere. Apr gli armadi a
muro di tutti e due, guard i completi dei Brooks Brothers e le cravatte a
righe di Doug, guard i suoi abiti firmati e l'assortimento di scarpe costose.
Si allontan per passare nella stanza del bambino.
La culla era pronta. Le pareti erano color celeste pallido, e un artista di
Buckhead aveva dipinto minuscole mongolfiere colorate tutt'intorno alla
stanza, proprio sotto il soffitto. La stanza aveva un vago odore di vernice
fresca. Un gioco mobile di pesciolini di plastica era sospeso sopra la culla,
pronto per essere scosso e agitato.
Doug era con un'altra donna.
Laura si ritrov nel bagno, intenta a guardarsi allo specchio sotto una lu-
ce spietata. Sganci il fermaglio dorato che le teneva stretti i capelli e li la-
sci ricadere sulle spalle, in una cascata color castagna. Gli occhi nello
specchio fissarono i suoi, azzurri come il cielo d'aprile. Minuscole rughette
stavano affiorando intorno, presagi del futuro. Erano ancora lievissimi ac-
cenni di zampe di gallina, ma col tempo sarebbero diventate impronte di
falchi. Cerchi scuri, anche; aveva bisogno di dormire di pi. Se guardava
con sufficiente attenzione, avrebbe scoperto troppi fili grigi fra i capelli. Si
stava avvicinando ai 40 anni, l'anno dello spartiacque. Aveva gi superato
da sei anni quell'et dopo la quale non ci si doveva pi fidare di nessuno.
Studi il proprio viso: naso deciso e mento risoluto, sopracciglia scure e
folte, fronte alta. Avrebbe voluto avere gli zigomi scolpiti di una modella,
invece d guance rotondette, rese pi paffute dalla ritenzione di liquidi del-
la gravidanza, ma erano sempre state cos. Non era mai stata una bellezza
da togliere il fiato, e anzi era stata scialba - strana parola - fino a 16 anni.
Non erano stati gli appuntamenti, ma i libri, a riempire il suo tempo. Sogni
di viaggi e dell'avventuroso mestiere della crociata. Truccata, diventava
molto attraente, ma senza colori e cipria il suo viso assumeva un carattere
pi duro. Era negli occhi, soprattutto, quando non aveva la riga scura e
l'ombretto: una gelida pensosit, l'azzurro del colore del ghiaccio compatto
anzich della primavera. Erano gli occhi di chi sente che il tempo va spre-
cato, che il tempo sprofonda nel buco oscuro del passato, come Alice che
insegue il coniglio bianco.
Si domand che aspetto avesse la ragazza. Si domand che suono aveva
la sua voce quando pronunciava il nome di Doug.
Seduta al cinema con una grossa vaschetta di popcorn al burro sulle gi-
nocchia, Laura si era accorta che negli ultimi due mesi c'erano stati parti-
colari che aveva preferito non vedere. Un lungo capello dorato su una
giacca, arrotolato come un punto interrogativo. Un profumo che non era il
suo. Un'ombra di trucco che macchiava il polsino di una camicia. Doug
che si distraeva quando gli parlava del bambino. Da chi si era rifugiato nei
suoi sogni? Era come l'uomo invisibile, avvolto nelle bende; se avesse osa-
to svolgerle, forse avrebbe scoperto che in casa non c'era niente.
Doug era con un'altra donna, e David si muoveva nel ventre di Laura.
Lei sospir, un lieve suono sommesso, e spense la luce del bagno.
Al buio, pianse un po'. Poi si soffi il naso e si asciug gli occhi, e deci-
se di non dire uria parola sulla faccenda. Avrebbe aspettato, sarebbe rima-
sta a vedere, e avrebbe lasciato che il tempo filasse il suo filo, perch gli
idioti come lei ci ballassero sopra.
Si spogli e si prepar per andare a letto. La pioggia fuori era intermit-
tente, forte e lieve, come due strumenti che si alternassero a suonare. A let-
to, fiss il soffitto con un libro di puericoltura a portata di mano sul como-
dino. Ripens al pranzo con Carol di quel giorno, e alla visione della hip-
pie arrabbiata che era stata un tempo.
Laura si rese conto, tutt'a un tratto, che aveva dimenticato che aspetto
avesse un simbolo pacifista.
Trentasei, pens. Trentasei. Pos le mani sul rigonfiamento che racchiu-
deva David. Buffo, tutte quelle persone che dicevano di non fidarsi di nes-
suno al di sopra dei trent'anni. Davvero buffo.
Avevano ragione.
Laura spense la luce e cerc di dormire.
Ci riusc dopo una ventina di minuti, e allora venne il sogno. Nel sogno,
una donna teneva per la nuca un bambino piccolo che urlava, e gridava ri-
volta a un mare di luci azzurre: Su, venite, porci fottuti, avanti, non vo-
glio pi leccarvi il culo, non voglio leccare il culo a nessuno! Sbandiera-
va il bambino come un vessillo logoro, e il tiratore scelto, sul tetto alle
spalle di Laura, comunicava col walkie-talkie che non poteva abbattere la
donna senza colpire il bambino. Su, avanti, bastardi! gridava la donna,
con i denti scintillanti. Aveva del sangue sui fiori gialli del vestito, e i suoi
capelli erano color ferro. Su, al diavolo! Mi sentite? Scrollava di nuovo
il bambino, e il suo grido faceva sussultare Laura e la spingeva a rifugiarsi
al riparo delle autopattuglie. Qualcuno le passava accanto sfiorandola e le
diceva di togliersi di mezzo. Qualcun altro parlava con un megafono alla
donna in piedi sul balcone dell'appartamento, e le parole passavano come il
rombo di un tuono sugli edifici soffocanti. La donna sul balcone scavalca-
va l'uomo morto ai suoi piedi, con la testa scoppiata come un vaso di fiori,
e puntava la pistola contro il cranio del bambino. Su, venite a prender-
mi! gridava. Su, andremo all'inferno insieme, okay? Poi cominciava a
ridere, la risatina di una cocainomane, e la tragedia disumana di quella ri-
sata senza speranza travolgeva Laura e la costringeva a battere in ritirata.
Urtava contro gli altri giornalisti, contro gli uomini della televisione sulla
scena. Erano tetri ed efficienti, ma Laura vedeva nei loro occhi qualcosa di
oscuramente gioioso. Non poteva guardarli in faccia senza provare vergo-
gna. Puttana pazza! urlava qualcuno, un uomo che abitava nel palazzo.
Metti gi quel bambino! Un'altra voce, di donna: Sparatele, prima che
ammazzi quel bambino! Qualcuno le spari!
Ma la folle sul balcone aveva trovato il suo palcoscenico, e lo misurava
a grandi passi con la canna della pistola puntata contro la testa del bambi-
no e il pubblico sparso nel parcheggio sottostante. Non voglio rinunciare
a lui! tuonava. Non voglio! La sua ombra era ingigantita dai riflettori, e
le falene svolazzavano intorno al calore. Non vi prenderete quello che 
mio! gridava, con la voce roca e spezzata. Ditelo a lui! Diteglielo! Non
mi lascer prendere da nessuno quello che  mio! Giuro su Dio, gliel'ho
detto! Prorompeva un singhiozzo, e Laura vedeva il corpo della donna
tremare. Non lo farete! Oh, Ges, non vi prenderete quello che  mio!
Andate a farvi fottere! ruggiva alle luci e alle macchine della polizia e al-
le telecamere e ai cecchini e a Laura Beale. Andate a farvi fottere! Qual-
cuno cominciava a suonare una chitarra elettrica in uno degli altri appar-
tamenti, con un volume spaccatimpani, e il frastuono del megafono e dei
walkie-talkie, dei cronisti, dei curiosi e il delirio della pazza si fondevano
in un unico suono terrificante che Laura avrebbe considerato da allora in
poi la voce del Male.
La donna sul balcone sollevava il viso verso la notte, con la bocca aperta
in un grido animalesco.
Un tiratore scelto sparava. Pop, come il ritorno di fiamma di un motore.
Pop, faceva la pistola in mano alla donna mentre la sua nuca esplodeva.
Laura sent qualcosa di caldo e umido sul viso. Ansim, lottando per ri-
scuotersi dal sogno.
Vide il viso di Doug sopra di lei. La luce era accesa. Lui sorrideva, con
gli occhi un po' gonfi. Laura si rese conto che l'aveva appena baciata.
- Ciao - disse Doug. - Mi spiace di aver fatto cos tardi.
Lei non riusciva a far funzionare la bocca. Con la mente era ancora in
quel quartiere popolare, in quella torrida notte di luglio, e le falene svolaz-
zavano davanti ai riflettori mentre i poliziotti facevano irruzione nell'edifi-
cio. Responsabile abbattuta, responsabile abbattuta sentiva dire da un
agente nel walkie-talkie. Tre cadaveri quass, capitano. Ha ammazzato il
bambino.
- Hai un bacio per me? - chiese Doug. Lei glielo diede, sulla guancia,
e fiut un profumo che non era il suo.
- Piove, fuori - disse Doug allentandosi il nodo della cravatta. - Il
traffico  piuttosto pesante.
Laura chiuse gli occhi, ascoltando Doug che si muoveva nella camera da
letto. L'armadio a muro si apr e si richiuse. Lo sciacquone gorgogli.
L'acqua scorse nel lavandino. Si lavava i denti. Collutorio, il buon vecchio
Scope. Lei si chiedeva quando si sarebbe accorto dei biglietti. O forse ave-
va superato lo stadio in cui se ne preoccupava?
Le sue mani si unirono sulla sporgenza del ventre. Le sue dita s'intrec-
ciarono e si serrarono.
Si addorment, quella volta per fortuna senza sogni.
Nel suo grembo, David era calmo. Doug pos la mano sul ventre di Lau-
ra, avvertendo il calore del bambino, e poi sedette sulla sponda del letto
guardandosi la mano e ricordando dove l'aveva posata prima. Bastardo,
disse a se stesso. Stupido bastardo egoista. Si sentiva saturo di menzogne,
gonfio, e non sapeva come potesse guardare in faccia Laura. Ma era nato
per sopravvivere e aveva il dono della persuasione, e avrebbe fatto quello
che doveva, in un mondo in cui prendevi quello che potevi avere quando lo
potevi avere.
Aveva un cattivo sapore in bocca. Lasci la camera da letto e pass in
cucina, dove apr il frigorifero e tir fuori un cartone di succo d'arancia. Se
ne riemp un bicchiere, e lo stava scolando quando vide i due biglietti vici-
no al telefono. Lo colpirono come un pugno fra gli occhi: si era dimentica-
to di gettarli via, dopo aver portato Cheryl a vedere un film di Tom Cruise
dalla parte opposta della citt, qualche sera prima. Per poco il succo d'a-
rancia non gli and di traverso, per poco non spezz il bicchiere con i den-
ti. I biglietti. Eccoli. Proprio l. Usciti dalla tasca dei pantaloni. Quelli che
si era tolto. Oh, fantastico! Laura li aveva trovati. Dannazione, che le sal-
tava in testa di frugargli nelle tasche? Un uomo aveva diritto alla sua
privacy! Calma, non perdiamo la calma. Un momento. Raccolse i biglietti,
ricordando quando se li era messi in tasca. Subito dopo, Cheryl lo aveva
guidato in uno snack bar per prendere due Coche giganti con frappe al lat-
te. I suoi occhi fecero un andirivieni fra il telefono e i biglietti; non gli pia-
ceva quello che stava pensando, ma come mai i biglietti erano vicini al te-
lefono? Sent il calore salirgli al viso, e fece per gettare i biglietti nel sec-
chio dei rifiuti, ma trattenne la mano. "No, no; lasciali dov'erano. Esatta-
mente dov'erano. Finisci il succo. Va' a letto. Pensaci, e inventa una storia.
Giusto, giusto. Una storia. Un cliente in citt, voleva vedere un film. Come
no." Stava vendendo partecipazioni limitate in societ cinematografiche, e
un cliente voleva controllare un film. Sicuro.
Laura non era una sciocca, quello era certo. Avrebbe dovuto lavorare
sulla storia. Se lei faceva domande. Se no... non avrebbe detto niente spon-
taneamente.
Doug rimise i biglietti dove li aveva trovati. Bevve il resto del succo;
verso la fine era molto amaro. Poi torn in camera da letto, dove la moglie
stava dormendo e il figlio stava raggomitolato nel suo ventre in attesa di
nascere. Prima di arrivarci, pens a qualcosa che aveva detto Freud, che
nessuno dimentica mai niente sul serio. Punt la sveglia su un'ora antelu-
cana, rimase steso al buio per un po', ascoltando Laura respirare e chieden-
dosi come aveva fatto ad arrivare a quel punto dopo che si erano scambiati
voti e anelli, e finalmente il sonno lo vinse.
Dieci chilometri potevano rappresentare la distanza fra due mondi diver-
si. Tanto era lontano, o vicino, l'appartamento dove Mary Terror dormiva
con il nuovo bambino stretto a s. Emise un gemito sommesso, e la sua
mano scivol in basso e premette le cicatrici. Il bambino fissava il mondo
con occhi dipinti, senza che il suo corpo desse alcun calore.
La pioggia cadeva sul tetto dei giusti e degli ingiusti, dei santi e dei pec-
catori, di chi conosceva la pace e di chi era in preda al tormento, e l'indo-
mani cominci in un'ora buia.

PARTE SECONDA
Il milite ignoto
1
Cattivo karma
Il sole splendeva, e Mary Terror era fra i boschi.
Correva con le gambe attanagliate dai crampi nel bosco deserto, con il
fiato che le sfuggiva di bocca come un pennacchio di fumo nel'aria gelida,
e il corpo che trasudava umori nella tuta felpata grigia che indossava. Era
molto tempo che non correva, e le gambe non erano abituate allo sforzo.
La mandava in collera il fatto che si fosse lasciata andare cos; era una de-
bolezza della mente, un cedimento della forza di volont. Mentre correva
nella foresta della Georgia punteggiata di sole, a circa cinque chilometri
dal suo appartamento, impugnava con la destra la Colt calibro 38, con l'in-
dice piegato intorno alla guardia del grilletto. Aveva il viso coperto di su-
dore, i polmoni gi affaticati, anche se aveva percorso appena 600 metri ad
andatura tranquilla. Gli avvallamenti e i rilievi erano duri per le ginocchia,
ma era in allenamento e stringeva i denti accogliendo il dolore come un
vecchio amante.
Erano appena passate le due del pomeriggio di sabato, quattro giorni do-
po che aveva scoperto il messaggio su Rolling Stone. Il suo camioncino era
parcheggiato in fondo a una vecchia strada dei taglialegna; conosceva quei
boschi, e spesso veniva l a fare esercitazioni di tiro. Aveva deciso di cor-
rere, di sudare e far cigolare i cardini dei polmoni, perch l'attendeva il
viaggio verso la signora piangente. Conosceva le insidie di quel percorso,
sapeva di essere vulnerabile, sulle strade aperte dello stato stupratore di
coscienze, dove porci di ogni genere incrociavano in attesa di uccidere. Per
raggiungere la meta, avrebbe dovuto essere dura e abile, e da troppo tempo
viveva come Ginger Coles in un bozzolo di campagna perch i preparativi
fossero facili. Il suo corpo voleva riposare, ma lei si costrinse a proseguire.
Mentre saliva su una collina scorse la statale per Atlanta in lontananza, con
il sole che scintillava riflesso sul vetro e sul metallo delle auto che sfrec-
ciavano; poi scese di nuovo, attraversando un folto di pini, dove l'ombra
faceva da tappeto alla terra, col respiro che le bruciava i polmoni e il viso
accaldato. Pi veloce, si spron. Pi veloce! Le sue gambe ricordavano il
brivido della velocit in una gara di atletica alle superiori, quando era scat-
tata sul filo di lana superando le avversarie. Pi veloce! Pi veloce! Corse
lungo il fondo di una gola boscosa, spingendo al massimo, e fu allora che
il piede sinistro rimase impigliato e lei cadde bocconi sulle foglie morte e
sull'erba alta. Rimase senza fiato e si graffi il mento sul terreno, poi rest
l distesa ad ansimare e ascoltare uno scoiattolo che cicalava rabbioso su
un albero vicino.
- Merda - disse Mary. Si mise seduta, si strofin il mento, trov la
pelle sbucciata ma niente sangue. Quando tent di alzarsi, le gambe non la
ressero. Rest seduta un momento, ansimando, mentre un pulviscolo nero
le turbinava davanti agli occhi nella fredda luce obliqua dell'inverno. Le
cadute facevano parte dell'addestramento, lo sapeva. Le cadute erano inse-
gnanti formidabili. Era quello che diceva sempre Lord Jack. Quando sape-
vi cadere bene, sapevi davvero stare in piedi. Lei si stese a terra, trattenen-
do il fiato e ricordando l'addestramento del commando. Il quartier generale
dello Storm Front era nascosto fra boschi simili a quelli, solo che si sentiva
l'odore del mare portato dai venti dell'est. Lord Jack era stato un maestro
severo. A volte li svegliava con bisbigli alle quattro del mattino, altre volte
con spari a mezzanotte. Poi faceva seguire ai soldati il percorso di guerra,
registrando i tempi con un cronometro e gridando un misto di incoraggia-
menti e minacce. Mary ricordava le esercitazioni, quando due squadre si
davano la caccia fra i boschi, armate di pistole che sparavano proiettili di
vernice. A volte la caccia era individuale, e quelle erano le prove che ave-
va preferito; non era stata mai individuata in tutte le decine di inseguimenti
che Lord Jack le aveva fatto fare. Le era piaciuto inseguire a sua volta
l'avversario, descrivendo in silenzio un circolo per sorprenderlo alle spalle,
e assestare il colpo che metteva fine al gioco. Nessuno l'aveva mai battuta
nell'inseguimento. Nessuno.
Mary si costrinse ad alzarsi. Il dolore alle ossa le ramment che non era
pi un tizzone ardente, ma i carboni bassi bruciavano pi a lungo. Rico-
minci a correre, con lunghe falcate regolari. Le cosce e i polpacci le dole-
vano, ma lei chiuse la mente al dolore. Fate amicizia con la sofferenza
aveva detto Lord Jack. Abbracciatela, baciatela, accarezzatela. Amate il
dolore, e vincerete la partita. Mary correva con la pistola lungo il fianco,
e vide uno scoiattolo sfrecciare dai cespugli puntando verso una quercia
sulla destra. Lei si ferm, slittando in un turbinio di foglie, rallentando i
movimenti dello scoiattolo a scatti stroboscopici con la forza della concen-
trazione. Lo scoiattolo si stava arrampicando sul tronco, ora saltava verso
un ramo pi alto.
Mary sollev la pistola impugnandola a due mani, prese la mira e pre-
mette il grilletto.
Lo schiocco dello sparo e l'esplosione della testa dello scoiattolo furono
quasi simultanee. Il corpo cadde tra le foglie, fremette per alcuni secondi e
rimase immobile.
Riprese a correre, con il sentore dolce della polvere da sparo nelle narici
e la pistola calda in mano.
I suoi occhi frugavano fra i boschi pieni di ombre. "Porco a sinistra!"
pens, e arrest la marcia e si gir rannicchiandosi di scatto con la pistola
pronta, mirando a un pino sparuto. Corse di nuovo, risalendo un'altura e
scendendo. "Porco a destra!" Si gett a terra, sollevando polvere, e, mentre
scivolava sul ventre, mir contro un altro albero e spar un colpo che re-
cise un ramo della cima e fece volare via stridendo una ghiandaia azzurra.
Poi di nuovo in piedi - presto, presto! - e avanti, con le scarpe da tennis che
lasciavano solchi nel terreno. Un altro scoiattolo, che poltriva al sole, si ri-
scosse e fugg attraversandole la strada; lei lo individu, diretto verso un
gruppo di pini. Era veloce, disperato per la paura. Lei gli spar mentre si
arrampicava su un tronco d'albero, lo manc di pochi centimetri sulla sini-
stra, ma col secondo proiettile colp lo scoiattolo alla spina dorsale. Mentre
proseguiva lo sent squittire, una firma di sangue sulla corteccia.
"Porco a destra!" Si rannicchi di nuovo, prendendo la mira contro un
nemico immaginario. Lontano, nella foresta, i corvi si lanciavano richiami.
Riprendendo a correre, lei sent odore di fumo di legna, e immagin che
vicino dovessero esserci delle case. Entr in un boschetto fitto, col sudore
che le colava dalla nuca e le foglie morte impigliate nei capelli. Mentre an-
simava tra la sterpaglia, scostandola con le braccia, pens a Jack che la in-
calzava con il cronometro e il fischietto. Era stato lui a scrivere il messag-
gio dalla clandestinit; su quello non aveva dubbi. Stava chiamando di
nuovo a raccolta lo Storm Front, dopo tanti anni. Chiamando lei, il suo ve-
ro amore. Ci doveva essere uno scopo, dietro la convocazione. Lo stato
stupratore di coscienze era ancora pieno di porci, e l'unico risultato della
rivoluzione era stato di renderli ancor pi cattivi. Se lo Storm Front fosse
risorto, con la bandiera rossa in pugno a Lord Jack, lei sarebbe stata la
donna pi felice della terra. Era nata per combattere contro i porci, per cal-
pestarli con gli stivali e far scoppiare i loro cervelli merdosi. Quella era la
sua vita; quella era la realt. Quando si fosse riunita a Lord Jack e lo Storm
Front fosse stato di nuovo in marcia, i porci avrebbero tremato, sentendo il
nome di Mary Terror.
Sbuc dal fogliame, col viso rigato dalle spine. "Porco a sinistra!" pens,
e si tuff a terra. Urt il terreno argilloso con la spalla, rotol fra l'erba e
protese il corpo a sinistra, alzando la pistola per mirare a... Un ragazzo.
Era fermo a una quindicina di metri di distanza, in una chiazza di sole.
Portava dei blue-jeans con le toppe alle ginocchia e una giacca a vento
mimetica, e in testa aveva un berretto di lana blu. Aveva gli occhi grandi e
rotondi, e fra le braccia stringeva una piccola carabina da ragazzo.
Mary Terror rimase distesa dov'era, con la pistola puntata nella direzione
del ragazzo. Il tempo si prolung, spezzandosi solo quando il ragazzo apr
la bocca.
- Tutto bene, signora?
- Sono caduta - rispose lei, tentando di recuperare il sangue freddo.
- S, ho visto. Sta bene?
Mary si guard attorno. Il ragazzo era solo? Non si vedeva nessun altro.
Domand: - Con chi sei uscito?
- Sono solo. La mia casa  laggi. - Indic la direzione con un cenno
della testa, ma la casa del ragazzo era a circa 800 metri di distanza, su una
collina e fuori vista.
Mary si alz. Vide gli occhi del ragazzo puntati sulla rivoltella che tene-
va in mano. Doveva avere nove o dieci anni, decise lei; aveva il viso colo-
rito, le guance arrossate dal gelo. La carabina che imbracciava era una ca-
libro 22, e aveva un piccolo mirino telescopico. - Sto benissimo - gli
disse. Ancora una volta perlustr i boschi con lo sguardo. Gli uccelli can-
tavano, le auto rombavano sulla statale distante, e Mary Terror era sola con
il bambino. - Sono inciampata - disse. - Stupido, eh?
- Mi ha messo proprio spavento, sbucando fuori da l e tutto.
- Mi spiace. Non intendevo farlo. - Alz leggermente la testa e annu-
s il fumo di legna. Forse un fuoco nel caminetto in casa del ragazzo, pen-
s.
- Che cosa fa quaggi?  un po' lontano dalla strada. - Lui teneva la
carabina puntata a terra. La prima raccomandazione che gli aveva fatto il
padre: mai puntare un'arma contro una persona, a meno che tu non voglia
usarla.
- Faccio solo una passeggiata. - Lo vide guardare di nuovo la pistola.
- Tiro al bersaglio, anche.
- Ho sentito degli spari. Era lei, immagino.
- Ero io.
- Io vado a caccia di scoiattoli - disse il ragazzo, e le rivolse un sorri-
so sdentato. - Ho avuto questo fucile nuovo per il mio compleanno. Ve-
de?
Lei non aveva mai incontrato nessuno da quelle parti, prima di allora.
Quella storia non le piaceva, non le piaceva affatto. Un ragazzo solo con
una carabina per scoiattoli. Non le piaceva. - Come mai non  venuto
nessuno con te? - domand.
- Il mio pap  dovuto andare al lavoro. Ha detto che, se stavo attento,
potevo uscire da solo, ma non devo allontanarmi troppo da casa.
Lei aveva la bocca arida. Ansimava ancora, ma il sudore sul viso si stava
asciugando. Quella storia non le piaceva. Immaginava il ragazzo che tor-
nava a casa e spiegava ai genitori: "Oggi ho visto una donna nel bosco.
Aveva una pistola e ha detto che stava facendo una passeggiata. Era una
donna grossa e alta, e posso disegnarvi il suo ritratto."
- Tuo padre fa il poliziotto? - chiese Mary.
- No, signora. Costruisce case.
"Ha domandato se facevi il poliziotto, pap" le pareva di sentir dire al
bambino. "Mi ricordo com'era. Mi domando come mai ha chiesto se facevi
il poliziotto, pap."
- Come ti chiami? - gli chiese.
- Cory Peterson. Il mio compleanno  stato ieri. Vede, ho ricevuto que-
sta carabina.
- Vedo. - Osserv lo sguardo del ragazzo posarsi ancora sulla calibro
38. "Com' che aveva una pistola, pap? Com' che stava nel bosco da so-
la, se non vive nemmeno da queste parti?" - Cory - disse. Gli sorrise. Il
sole era caldo in quel punto, ma le ombre tenevano ancora in trappola l'in-
verno.
- Mi chiamo Mary - gli disse, e in quell'attimo decise che andava fat-
to.
- Piacere di conoscerla. Be', penso che adesso dovrei andare. Ho detto
che non sarei rimasto fuori troppo tempo.
- Cory? - disse Mary. Lui esit. - Posso guardare pi da vicino la
tua carabina?
- S, signora. - Cominci a venirle incontro, con gli stivali che face-
vano scricchiolare le foglie secche.
Lei lo guard avvicinarsi. Il cuore le batteva forte, ma era calma. Il ra-
gazzo poteva decidere di seguirla, se lo lasciava andare; poteva seguirla
per tutta la strada fino al camioncino, e poteva ricordare il numero di targa.
Poteva essere molto pi sveglio di quanto sembrava, e suo padre poteva
conoscere qualcuno che faceva il poliziotto. Lei doveva andarsene fra po-
co, dopo aver preparato tutto, e si sarebbe preoccupata per quel ragazzo, se
non avesse annodato i capi rimasti sciolti. "Pap, ho visto questa donna nei
boschi, aveva una pistola e si chiamava Mary." No, no; cos avrebbe rovi-
nato tutto.
Quando Cory la raggiunse, Mary tese la mano e afferr la canna della
carabina. - Posso tenerla? - domand, e lui annu e la lasci andare. La
carabina non pesava quasi niente, ma a lei interessava il mirino telescopi-
co. Averlo le avrebbe fatto risparmiare dei soldi, se mai avesse comprato
un fucile a lunga gittata. - Davvero bello - disse. Mantenne il sorriso,
senza tracce di gelo o di tensione ai bordi. - Ehi, sai una cosa?
- Cosa?
- Ho visto un posto dove ci sono molti scoiattoli. Laggi da quella par-
te. - Accenn con la testa verso il folto d'alberi da cui era sbucata. -
Non  troppo lontano, se vuoi vederlo.
- Non so. - Cory lanci un'occhiata indietro in direzione di casa sua,
poi di nuovo verso il viso di lei. - Penso che farei meglio a tornare a casa.
- Davvero, non  lontano. Ci vorranno solo pochi minuti per fartelo
vedere. - Stava pensando alla gola con il fondo coperto da foglie morte
ed erba alta.
- No. Grazie lo stesso. Ora posso riavere il mio fucile, per favore?
- Vuoi rendermi le cose difficili, eh? - fece lei, e sent il sorriso scivo-
lare via.
- Signora? - Il ragazzo batt le ciglia, con gli occhi scuri perplessi.
- Non importa - disse Mary. Sollev la Colt e pos la canna nel bel
mezzo della fronte di Cory Peterson.
Lui ansim.
Mary premette il grilletto, e per l'impatto dello sparo la testa del ragazzo
fu proiettata all'indietro. La bocca era aperta, rivelando piccole otturazioni
argentee nei denti. Il corpo ricadde all'indietro, seguendo per inerzia il col-
lo. Lui barcoll all'indietro per alcuni passi, con il foro al centro della fron-
te da cui sgorgava un rivolo scarlatto, e il cervello sparso sul terreno alle
sue spalle. Le palpebre palpitarono, e il suo viso diede a Mary l'impressio-
ne che il ragazzo stesse per sternutire. Emise un lieve squittio strozzato,
come uno scoiattolo, poi cadde supino fra i detriti dell'inverno. Le gambe
fremettero alcune volte, come se tentasse di rialzarsi. Mor con gli occhi e
la bocca aperti e il sole sul viso. Mary rest a guardarlo dall'alto finch i
polmoni smisero di riempirsi. Non aveva senso tentare di trascinare via il
corpo per nasconderlo. Perlustr con lo sguardo i boschi, con i sensi tesi a
captare suoni e movimenti. Il colpo di pistola aveva allontanato gli uccelli,
e gli unici suoni erano il battito del suo cuore e il sangue che scorreva tra
le foglie. Certa che nessun altro fosse nei dintorni, volse le spalle al cada-
vere e si addentr di nuovo nel folto del bosco. Una volta fuori, cominci a
correre nella direzione da cui era venuta, con la 38 in una mano e la cara-
bina del ragazzo stretta nell'altra.
Il sudore le si gel sulla pelle. Fu colpita dallo choc per quello che aveva
fatto, e la fece vacillare. Ma ritrov l'equilibrio, con la bocca serrata e gli
occhi fissi verso l'orizzonte lontano. Era stato un cattivo karma per il ra-
gazzo incrociare la sua strada, pens. Non era stata colpa sua se il ragazzo
era l; era soltanto karma, ecco tutto. Il ragazzo era un particolare di un
quadro pi vasto, ed era su quello che lei doveva concentrare lo sguardo. Il
suo pap avrebbe potuto chiedersi per quale motivo una donna si aggirasse
nei boschi, con la pistola, di domenica pomeriggio. Il suo pap avrebbe po-
tuto conoscere un poliziotto, o addirittura un agente federale. Una sola te-
lefonata poteva mettere in moto l'ingranaggio dei porci, e lei era rimasta
nascosta troppo a lungo ed era stata troppo furba per lasciare che accades-
se. Il ragazzo doveva essere eliminato. Punto.
Un piccolo vortice di collera si era aperto in lei. "Dannazione!" pens.
"Merda!" Perch quel dannato ragazzo aveva dovuto trovarsi l? Era un
test, pens. Un test sul karma. Cadi, e poi ti rimetti in piedi. Continui ad
avanzare, a qualsiasi costo. Rimpianse che non fosse primavera e non ci
fossero fiori nei boschi. Se ci fossero stati dei fiori, ne avrebbe messo uno
in mano al ragazzo morto.
Sapeva per quale motivo lo aveva ucciso. Certo che lo sapeva. Il ragazzo
aveva visto Mary Terror senza la maschera. Era una ragione sufficiente per
giustiziarlo.
Non ce la fece a correre per tutta la strada fino al camioncino. Percorse
camminando gli ultimi 300 metri, con i polmoni che sibilavano e la tuta
felpata fradicia di sudore. Appoggi il fucile sul sedile e mise la pistola sul
fondo della macchina, fra le gambe. Nel terriccio c'erano le impronte di al-
tre ruote, quindi non doveva preoccuparsi di cancellare le sue tracce. I por-
ci potevano ricavare un'orma o due, e con quello? Avrebbero pensato che
fossero impronte maschili. Lei accese il motore, percorse a marcia indietro
la strada dei taglialegna fino alla strada asfaltata, dove un segnale ammo-
niva VIETATO LO SCARICO DI RIFIUTI e c'erano immondizie sparse
dovunque. Poi Mary torn a casa, sapendo di avere molto allenamento da
fare, ma sicura di non avere perso il tocco.
2
Il messaggio di un'amica
Laura apr il primo cassetto del com di Doug, sollev i suoi maglioni e
guard la pistola.
Era un oggetto brutto da vedere. Un'automatica Charter Arms calibro 32,
metallo nero con impugnatura nera. Doug le aveva mostrato come funzio-
nava: il piccolo aggeggio metallico che conteneva i sette proiettili - il cari-
catore, aveva detto Doug - s'inseriva nell'impugnatura, e si doveva spinge-
re la levetta della sicura con il pollice per azionare l'otturatore. C'era una
scatola di caricatori di riserva, con le parole "Caricamento rapido" e "Co-
struzione solida" sul coperchio. L'arma in quel momento era scarica; vici-
no c'era un caricatore pieno. Laura sfior l'impugnatura ruvida dell'auto-
matica. L'arma aveva un vago odore d'olio, e lei si preoccup che l'olio fil-
trasse sui maglioni di Doug. Pass le dita sul metallo fresco. Era una bestia
pericolosa, dall'aria maligna, e Laura cap come gli uomini potessero esse-
re affascinati dalle armi; c'era del potere, in attesa di scatenarsi.
Mise la mano intorno all'impugnatura e sollev la pistola. Non era pe-
sante come sembrava, ma comunque le riempiva la mano. La impugn a
braccio teso, con il polso che gi cominciava a tremare, e mir lungo la
canna verso la parete. L'indice trov la curva seducente del grilletto. Spo-
st il braccio a destra e inquadr nel mirino la foto di nozze di lei e Doug,
incorniciata sopra il cassettone. Mir al viso sorridente di Doug e disse: -
Bang.
Compiuto il piccolo omicidio, Laura ripose l'automatica sotto i maglioni
di Doug e chiuse il cassetto. Usc dalla camera da letto, dirigendosi verso il
soggiorno, dove la macchina da scrivere era sistemata su una scrivania in
un punto soleggiato. La recensione di Bruciate questo libro era quasi fini-
ta. Accese il televisore, lo sintonizz su Cable News Network e si mise al
lavoro, con la curva del pancione contro l'orlo del tavolo. Aveva scritto
poche altre frasi quando sent le parole: ...  stato ritrovato la sera di do-
menica in una zona boscosa poco lontano da Atlanta... e si gir a guarda-
re.
L'avevano trasmessa al telegiornale per tutto il giorno: era la notizia del
ragazzo trovato ucciso con un colpo di pistola nei boschi presso Mableton,
la sera prima. Laura aveva gi visto parecchie volte le sequenze: il corpo
coperto da un lenzuolo caricato sul retro di un'ambulanza, le luci azzurre
lampeggianti, un capitano di polizia di nome Ottinger che parlava di come
il padre del ragazzo e i vicini avessero trovato il corpo, intorno alle sette di
sera. C'era una scena di cronisti che si avventavano su un uomo affranto in
tuta e berretto Red Man e una donna fragile, con i capelli ricci e gli occhi
allucinati e cerchiati di scuro. L'uomo - Lewis Peterson, il padre del ragaz-
zo - allontanava con la mano i giornalisti, e lui e la moglie entravano nella
casa di assicelle bianche, con la porta a rete che si richiudeva sbattendo
dietro di loro.
...uccisione insensata stava dicendo Ottinger. Ora come ora non ab-
biamo nessun sospetto e nessun movente, ma faremo tutto ci che  in no-
stro potere per trovare l'assassino di questo ragazzo.
Laura volse le spalle al televisore e si rimise al lavoro. Alla luce della
criminalit nella zona di Atlanta, possedere una pistola era semplice buon
senso. Non avrebbe mai creduto di poterla pensare cos, perch odiava le
armi, ma la criminalit cittadina era sfuggita a ogni controllo. Be', era in-
controllata in tutto il paese, no? In tutto il mondo, anzi. La realt era diven-
tata spietata, e c'erano belve in cerca di preda. Prendiamo il caso di quel
ragazzo, per esempio. Un omicidio insensato, aveva detto il capitano di po-
lizia. Il ragazzo viveva vicino a quei boschi, probabilmente ci era stato
mille volte. Ma quel particolare giorno aveva incontrato qualcuno che gli
aveva ficcato una pallottola in testa, senza motivo. Una belva in cerca di
preda, a caccia di carne sanguinolenta. La domenica, il sentiero del ragaz-
zo e quello della belva si erano incrociati, e aveva vinto la belva.
Torn a concentrarsi sulla recensione, Mark Treggs e l'eco degli anni
Sessanta. Stile trasandato in alcuni punti, brillante in altri. La morte di
John Fitzgerald Kennedy come presagio del male oscuro in America. L'a-
more libero era diventato AIDS, i viaggi con l'acido erano ormai crack.
Haight-Ashbury, Patty Hearst, Timothy Leary, Abbie Hoffman, il Weather
Underground, Days of Rage, Storm Front, Woodstock e Altamont come
paradiso e inferno del movimento pacifista. Laura concluse la recensione,
giudicando Bruciate questo libro interessante ma non necessariamente in-
cendiario, batt a macchina "30" alla fine del testo e sfil il foglio dalla
Royal.
Il telefono squill. Dopo due trilli, sent la propria voce rispondere:
Salve, questa  l'abitazione di Douglas e Laura Clayborne. Vi preghiamo
di lasciare un messaggio dopo il segnale, e vi ringraziamo di aver chiama-
to.
Bip. Click.
Tanto meglio. Laura inser nel rullo un altro foglio di carta, preparandosi
a stendere la recensione di L'indirizzo. S'interruppe per ascoltare le previ-
sioni del tempo: altri annuvolamenti in arrivo, e temperature pi rigide. Poi
attacc la prima riga della recensione, e il telefono squill di nuovo. Lei
continu a lavorare mentre la sua voce invitava chi aveva chiamato a la-
sciare un messaggio.
Bip. Laura? Parla un amico.
Laura smise di battere sui tasti. La voce era soffocata. Contraffatta, le
parve.
Chiedi a Doug chi abita al numero 5-E degli Appartamenti Hillandale.
Click.
E quello fu tutto.
Laura rimase immobile un momento, attonita. Si alz, si avvicin alla
segreteria telefonica e riascolt il messaggio. Una voce femminile? Qual-
cuno che parlava con un fazzoletto premuto contro il ricevitore, forse.
Premette il pulsante del playback. S, una voce di donna, ma non avrebbe
saputo dire chi fosse. Le tremavano le mani e si sentiva le ginocchia molli.
Quando riascolt il messaggio per la terza volta, annot "5-E, App. Hillan-
dale" su un pezzetto di carta. Poi apr l'elenco telefonico e cerc l'indirizzo
del complesso di appartamenti. Era dalla parte opposta della citt, a est.
Molto vicino ai cinema del Canterbury Six, si rese conto. Bene.
Laura cancell il messaggio dalla segreteria. Un amico, certo. Qualcuno
che lavorava con Doug? Quante persone ne erano al corrente? Sent il bat-
tito del cuore accelerare vertiginosamente, e David scalci all'improvviso
nel suo ventre. S'impose di respirare lentamente e a fondo, con una mano
premuta sulla sporgenza di David. Un attimo di indecisione: doveva anda-
re in bagno a vomitare, oppure la nausea sarebbe passata? Attese, con gli
occhi chiusi e le guance coperte di sudore freddo, e la nausea pass. Allora
riapr gli occhi e fiss l'indirizzo sul foglietto che teneva in mano. Le sem-
brava, a tratti, di avere la vista sfocata, le tempie erano serrate da qualcosa
che sembrava una morsa di ferro, e dovette sedersi per non cadere.
Non aveva detto niente a Doug dei biglietti, anche se li aveva lasciati
bene in vista. Nemmeno lui aveva detto niente. La sera prima, Doug l'ave-
va portata al Grotto, un ristorante italiano che a lei piaceva in modo parti-
colare, ma aveva visto un cliente al tavolo vicino e aveva finito per parlare
con lui un quarto d'ora, mentre Laura mangiava il minestrone freddo. Ave-
va fatto uno sforzo per essere premuroso, ma i suoi occhi vagavano altrove
e lui era chiaramente a disagio. "Sa che io so" aveva pensato Laura. Aveva
sperato contro ogni speranza che non fosse vero niente, che lui giustificas-
se i biglietti e le spiegasse che Eric era riuscito in qualche modo a tornare
in aereo da Charleston, quel giorno. Forse avrebbe accettato anche il mi-
nimo tentativo di spiegazione. Ma Doug aveva armeggiato con le posate
d'argento sfuggendo al suo sguardo, e lei aveva capito che aveva una rela-
zione.
Ira e tristezza si scontravano in lei, mentre stava seduta nello studio con
il sole che irrompeva dalle veneziane. Forse si sarebbe sentita meglio se si
fosse alzata per spaccare qualcosa, ma ne dubitava. I suoi genitori sarebbe-
ro venuti ad Atlanta appena nato il bambino, e all'inizio sarebbe stato bel-
lo, ma prima o poi lei e sua madre si sarebbero date sui nervi a vicenda, e
avrebbero cominciato a far volare scintille. La madre non le sarebbe stata
di alcun aiuto in quella situazione, e il padre avrebbe tentato di consolarla
come una bambina. Tent di alzarsi dalla sedia, ma si sentiva molto stanca
e il peso di David la intralciava; rimase dov'era, una mano stretta sul nu-
mero dell'appartamento e l'altra aggrappata al bracciolo. D'improvviso, le
lacrime le sgorgarono dagli occhi, brucianti, e Laura digrign i denti e dis-
se: - No, dannazione. No. No. No. - Non riusc a proibirsi di piangere,
per, e le lacrime scivolarono sulle guance una dopo l'altra.
Le domande inevitabili si susseguivano come colpi di maglio: "In che
cosa ho mancato? Che cosa ho fatto di sbagliato? Che cosa ottiene da una
sconosciuta, che io non possa dargli?"
Nessuna risposta, solo altre domande. - Bastardo - disse Laura a bas-
sa voce quando il pianto fin. Aveva gli occhi gonfi e orlati di rosso. -
Oh, che bastardo. - Alz la mano per guardare la luce che si rifletteva sul
diamante da due carati dell'anello di fidanzamento, e la fede d'oro. Erano
privi di valore, pens, perch non significavano niente. Erano simboli vuo-
ti, come quella casa e la vita che Doug e lei si erano costruiti. Poteva im-
maginare la battuta che ne avrebbe ricavato Carol: E cos il vecchio Dou-
gie  andato a cercarsi una pollastrella che non avesse una torta nel forno,
eh? Visto, proprio come ti dicevo: non puoi fidarti degli uomini! Vengono
da un altro pianeta!  Poteva anche essere cos, ma Doug faceva ancora
parte del suo mondo, e avrebbe fatto parte anche del mondo di David. La
vera domanda era: dove andare, adesso?
Conosceva il primo passo.
Laura si alz. Spense il televisore e prese le chiavi della macchina. Sco-
v una cartina della citt, poi calcol la strada pi veloce per raggiungere
gli Appartamenti Hillandale.
Il complesso di appartamenti, a una ventina di minuti dalla casa di Lau-
ra, disponeva di un campo da tennis e di una piscina, ricoperta da un telone
nero. Laura fece il giro in macchina, cercando la palazzina E. La trov do-
po un giro tortuoso, parcheggi la BMW e scese per controllare i nomi sul-
le cassette della posta.
La cassetta del 5-E portava scritto sulla targhetta del nome C. Jannsen
con un pennarello. Era una firma femminile piena di curve e ghirigori, e
finiva con uno svolazzo.
Era una firma giovane, pens Laura. Si sent stringere il cuore in una
morsa brutale. Rimase ferma di fronte alla porta con l'indicazione 5-E sulla
plastica marrone, e immagin Doug che varcava la soglia. Al centro della
porta c'era un piccolo spioncino, dal quale il canarino poteva sbirciare il
gatto all'esterno. Lanci un'occhiata al pulsante del campanello, vi pos il
dito e...
...non fece niente.
Lungo la via del ritorno, Laura ragion che in ogni caso C. Jannsen non
sarebbe stata in casa, probabilmente. Non alle tre del pomeriggio di luned.
C. Jannsen doveva lavorare da qualche parte, a meno che, pensiero orribi-
le, Doug non la mantenesse. Laura si spremette le meningi, nel tentativo di
pensare a una qualsiasi C. Jannsen che potesse conoscere nell'ufficio di
Doug, ma non conosceva nessuno con quel nome. Qualcuno per sapeva
della ragazza, qualcuno che aveva avuto compassione di Laura e le aveva
telefonato per darle l'informazione. Pi Laura ci pensava, pi rifletteva che
la voce avrebbe potuto appartenere a Marcy Parker. Ora doveva decidere
cosa fare: sbattere in faccia a Doug quello che sapeva, o attendere fin dopo
la nascita del bambino. Le scene sgradevoli non erano di suo gusto, e il li-
vello di stress che doveva sopportare era gi stratosferico. Uno scontro le
avrebbe fatto salire la pressione di colpo e forse avrebbe fatto del male a
David, e Laura non poteva correre quel rischio.
Dopo la nascita di David, avrebbe chiesto a Doug chi era C. Jannsen. A
quel punto avrebbero affrontato quello che li attendeva. Sarebbe stato un
sentiero pericoloso e pieno di sassi, lo sapeva. Ci sarebbero state lacrime e
parole colleriche, uno scontro di individualit che poteva distruggere la
trama fittizia delle loro vite, ma un pensiero dominava la mente di Laura:
Doug ha qualcuno da tenere fra le braccia, e presto lo avr anch'io.
Aveva le nocche sbiancate dalla pressione sul volante. A met strada da
casa, dovette fermarsi a una stazione di servizio, e in bagno le lacrime le
sgorgarono a fiotti dagli occhi e vomit fino a non avere in bocca altro che
il gusto amaro della bile.
3
Il cuore pi oscuro
Mary Terror si svegli nell'oscurit, dopo che il sogno era svanito. Nel
sogno, si era incamminata verso una casa di legno a due piani dipinta di
azzurro cielo, con timpani e comignoli e un'altana della vedova. Conosce-
va quella casa, sapeva dove si trovava: al principio. Aveva salito gli scalini
e attraversato il portico per entrare in casa, mentre i raggi di luce bianca,
ardevano attraverso le finestre, sul pavimento in legno di pino. Lo aveva
trovato, nella stanza con le finestre a bovindo che guardavano verso il ma-
re. Lord Jack era avvolto in vesti candide come la neve, i capelli biondi
sciolti sulle spalle e gli occhi acuti e pensierosi mentre la guardava avvici-
narsi. Lei si era fermata a poca distanza da lui, e in sua presenza tremava.
Ti ho chiamato le aveva detto lui. Ho voluto che venissi, perch ho
bisogno di te.
Ti ho sentito chiamare aveva risposto Mary, con voce sommessa e bi-
sbigliante. Echeggiava nella grande stanza, e lei sentiva la salsedine nelle
pareti. Anch'io ho bisogno di te.
Lo faremo di nuovo, Mary. Tutto, daccapo. Faremo resuscitare i morti
e riporteremo in seno al gregge quelli che si sono smarriti, e stavolta fare-
mo in modo di vincere.
Stavolta vinceremo aveva ripetuto lei, e aveva teso la mano per rag-
giungere la sua.
Dov' il mio bambino? aveva chiesto Lord Jack.
La mano di Mary si era bloccata a mezz'aria.
Mio figlio aveva ripetuto lui. Dov' mio figlio?
Io... non... so...
Eri incinta di mio figlio aveva detto Lord Jack. Dov'?
Per un attimo Mary non era riuscita a parlare. Sentiva l'impeto della ri-
sacca infrangersi sugli scogli, e si premeva le mani sul ventre. Io... sono
stata ferita gli aveva detto. Lo sai che sono stata ferita. Il bambino... ho
perso il bambino.
Lord Jack aveva chiuso gli occhi. Io voglio un figlio. Aveva rovescia-
to la testa all'indietro, e lei aveva visto le lacrime filtrare sotto le ciglia.
Tu sai che voglio un figlio, che porti il mio seme. Dov' mio figlio,
Mary? Dov' mio figlio?
Quelle due parole erano state le pi difficili che avesse mai pronunciato:
 morto.
Lord Jack aveva riaperto gli occhi, e guardarli era come affacciarsi sul
centro dell'universo. Stelle e costellazioni roteavano nella testa di Jack, tut-
ti i segni e i simboli dell'Era dell'Acquario. Mio figlio dev'essere vivo
aveva detto, con la voce vellutata piena di sofferenza. Deve. Il mio seme
deve perpetuarsi. Non lo capisci? Ti avevo fatto un grande dono, Mary. E
tu hai sprecato quel dono. Lo hai ucciso, non  vero?
No! Non  vero! Il bambino  morto! Io sono rimasta ferita, e il bambi-
no  morto!
Lui aveva sollevato un dito sottile e se lo era posto sulle labbra. Quan-
do ti ho chiamato, volevo che mi portassi mio figlio.  parte di tutto que-
sto. Una parte molto importante, se vogliamo resuscitare i morti e riportare
a noi quelli che si sono smarriti. Oh, Mary, mi hai fatto tanto male.
No! La sua voce si era incrinata, e aveva sentito una risata oscura nel-
le pareti. Possiamo fare un altro bambino! Subito! Subito, va bene? Pos-
siamo fare un altro bambino, proprio come l'altro!
Lui l'aveva guardata con i suoi occhi colmi di universo. Guardando at-
traverso di lei, verso un'altra dimensione. Voglio che mi porti mio figlio,
Mary. Il bambino che abbiamo generato tu ed io. Se non puoi portarmi mio
figlio, non puoi stare qui.
Mentre lo diceva, le mura avevano cominciato a svanire. Anche Lord
Jack aveva cominciato a svanire, come una luce che si attenua. Lei aveva
tentato di afferrargli la mano, ma si era dissolta, turbinando lontano da lei
come nebbia. Io non... Io non... La gola le si stava chiudendo dalla pau-
ra. Non ho nessun altro posto dove andare!
Non puoi restare qui aveva ripetuto lui, uno spettro in bianco. Vieni
da me con mio figlio, oppure non venire affatto.
La casa era scomparsa. Lord Jack era svanito. Le rimase l'odore del mare
e il suono della risacca sulle rocce frastagliate, e fu allora che si svegli.
Il bambino stava piangendo, un suono alto e acuto che le penetrava nel
cervello. Aveva il viso lucido di sudore, e sentiva il rombo degli autocarri
sulla statale. - Smettila di piangere - disse spazientita. - Smettila subi-
to. - Ma Jackie non volle saperne di smettere, e Mary Terror scese dal
letto e si avvicin alla culla di cartone in cui era steso il bambino. Tocc la
pelle del neonato. Era fredda e gommosa, e quella sensazione fece battere
dentro di lei la rabbia, come un secondo cuore, pi oscuro. I bambini ucci-
devano i sogni, pens. Promettevano il futuro, e poi morivano.
Mary afferr la manina del bimbo e vi mise dentro il dito. Jackie non
strinse il dito come aveva fatto la bambina nel carrello del supermercato.
- Stringimi - disse lei. - Stringimi. - La sua voce aumentava di vo-
lume, si gonfiava di collera. - Stringi, ho detto! - Il bambino piangeva
ancora, un suono disperato, ma non voleva stringerle il dito. Aveva la pelle
fredda, tanto fredda. C'era qualcosa che non andava in quel bambino, cap
lei. Quello non era il figlio di Lord Jack. Era una massa fredda e piangente
di carne, che non apparteneva ai suoi lombi. - Basta! - url, e sollev il
bambino dalla culla per scrollarlo. - Dico sul serio!
Il bambino gorgogli e fece un suono strozzato, poi torn allo strillo a-
cuto. L'emicrania tormentava Mary, e il pianto del bambino la faceva im-
pazzire. Scroll ancor pi forte il bambino, e vide la sua testa ciondolare
nel buio. - Piantala! Piantala! Piantala!
Jackie non voleva darle retta. Mary si sent salire il sangue alla testa.
Quel bambino era rotto, aveva qualcosa che non andava. La pelle era fred-
da, non voleva stringerle il dito e piangeva con un suono strozzato. Nessu-
no dei suoi bambini le dava mai retta, ed era quell'incapacit di controllarli
a gettarla in uno stato di frenesia. Lei dava loro nascita e amore, li nutriva
anche quando non volevano essere nutriti, ripuliva loro la bocca e cambia-
va i pannolini, e, con tutto ci, i bambini erano sleali. Il motivo le era chia-
ro, in quel momento in cui era ancora sotto l'influsso del sogno: nessuno di
loro era figlio di Lord Jack, e nessuno di loro meritava di vivere. - Smet-
tila di piangere, maledizione! - grid Mary, ma quel bambino frignava e
si dibatteva fra le sue mani, con il corpo di gomma proteso verso la distru-
zione. Jack non avrebbe accettato quel figlio, pens lei. No, no; non le a-
vrebbe permesso di restare con lui se gli portava quel bambino. Quel bam-
bino era sbagliato. Terribilmente sbagliato. Freddo, gommoso, e destinato
a morire.
Il pianto le faceva martellare le tempie. Un urlo palpitava nella sua boc-
ca. Raggiunse il punto di rottura e, con un gemito animalesco, afferr Ja-
ckie per i talloni e lo sbatt contro la parete. Il pianto ebbe un attimo di in-
certezza, poi riprese a tutta forza. - ZITTO! - rugg Mary, e gli sbatt
ancora una volta la testa contro la parete. - ZITTO! - Contro la parete.
- ZITTO! - Ancora sul muro, e stavolta sent spezzarsi qualcosa. Il pian-
to cess. Mary sbatt contro il muro per l'ultima volta il bambino gelato,
sent il corpicino fremere e palpitare fra le sue mani. Un colpo. Un colpo.
Il pugno di qualcuno che batteva contro la parete.
- Sta' zitta, pazza sgualdrina! Ora chiamo la polizia!
Il vecchio della porta accanto. Shecklett. Mary lasci cadere sul pavi-
mento il neonato gelido, e fu invasa da una marea di disperazione. In un at-
timo sibil e sbuff vapore e avvamp di rabbia, mentre Shecklett conti-
nuava a martellare sulla parete. - Sei pazza, mi senti? Pazza! - S'inter-
ruppe, e Mary attravers la stanza fino al cassettone, apr l'ultimo cassetto
e tir fuori la calibro 38 con cui aveva ucciso Cory Peterson. Nel cilindro
c'era un solo proiettile, e Mary armeggi con una scatola di cartucce e le
inser negli alloggiamenti. Chiuse il cilindro con uno scatto, si diresse ver-
so la parete che divideva il suo appartamento da quello di Shecklett e ap-
poggi l'orecchio al pannello da quattro soldi. Poteva sentire Shecklett che
si muoveva per la stanza. Una porta sbatt. Acqua corrente. In bagno?
Mary premette la canna della calibro 38 contro la parete, puntata nella di-
rezione da cui proveniva il suono dell'acqua corrente. Il battito del suo
cuore era lento e regolare, i nervi erano calmi, ma ne aveva abbastanza del-
le provocazioni e delle minacce del vecchio. Quella notte aveva ucciso un
altro bambino: il suo corpo era a pochi passi di distanza, col cranio sfonda-
to. Lord Jack non l'avrebbe lasciata avvicinarsi, se non avesse portato un
bambino - il figlio di lui - ma nessuno dei bambini si lasciava amare da lei.
- Andiamo, vieni fuori - sussurr Mary, aspettando il rumore della por-
ta che si apriva. L'acqua smise di scorrere. Sent Shecklett tossire parec-
chie volte e sputare, e un attimo dopo fu tirato lo sciacquone. Mary tir in-
dietro il cane della Colt. Aveva intenzione di vuotare il cilindro attraverso
la parete, e poi avrebbe ricaricato e svuotato un altro cilindro, tranne un
proiettile. Se non poteva andare da Lord Jack, non aveva altro posto dove
andare. Non aveva n casa, n paese, n identit. Era nessuno, una nullit
ambulante, ed era pronta a mettere fine alla farsa.
- Su, vieni fuori - ripet Mary, e sent cigolare i cardini della porta
del bagno.
Irrigid il dito sul grilletto.
Bang bang.
Non era un suono di spari. Era il rumore di un pugno che bussava a una
porta. Mary tolse il dito dal grilletto. Il colpo si ripet, pi forte e pi insi-
stente. Alla sua porta, si rese conto. Pass nell'altra stanza, con la Colt an-
cora in mano, e sbirci furtivamente dalla finestra. L fuori c'erano due
porci, e una macchina da porci era ferma nel parcheggio. Lei si accost al-
la porta, controll la voce e domand: - Che cosa c'?
- Polizia. Vuole aprire la porta, per favore?
"Sta' calma" pens Mary. "Controllati. Controllati. I porci sono alla por-
ta. Controllati." Mary apr la serratura e sganci la catenella. Tenne la pi-
stola fuori vista mentre apriva la porta, e attraverso la fessura sbirciava
verso i due porci, un bianco e un negro. - Qual  il problema?
- Abbiamo ricevuto una chiamata per disturbo alla quiete pubblica -
rispose il negro. Accese una torcia a matita e la punt sul viso di Mary. -
Va tutto bene, qui, signora?
- S. Benissimo.
- Uno dei suoi vicini ha telefonato per protestare - le disse lo sbirro
bianco. - Ha detto che si sentivano urla provenire dal suo appartamento.
- Io... avevo un incubo. Ho gridato forte, immagino.
- Le dispiace aprire un po' di pi la porta, per favore? - chiese lo sbir-
ro nero. Mary obbed senza esitare; la mano con la pistola era ancora na-
scosta. Lo sbirro nero spostava sul suo viso la luce della piccola torcia. -
Come si chiama, signora?
- Ginger Coles.
-  lei! - grid Shecklett dalla soglia del suo appartamento. -  mat-
ta da legare, ve lo dico io! Dovreste rinchiuderla prima che faccia del male
a qualcuno!
- Signore? La prego di tenere bassa la voce. - Lo sbirro negro disse
qualcosa sottovoce all'altro, e il bianco si avvicin alla porta di Shecklett.
Mary sentiva Shecklett brontolare e imprecare, e teneva lo sguardo fisso
negli occhi dello sbirro negro. Lui prese un pacchetto di gomme da masti-
care alla menta dalla tasca della giacca e gliene offr una, ma lei scosse la
testa. Lui se la ficc in bocca e cominci a masticare. - Gli incubi posso-
no essere strani, eh? - osserv. - Sono cos reali, voglio dire.
"Vuole mettermi alla prova" pens Mary. - S, in questo ha ragione.
Certe volte ho degli incubi davvero brutti.
- Devono essere brutti per forza, se la fanno gridare cos forte. - La
luce della torcia vag di nuovo sul suo viso.
- Sono stata infermiera nel Vietnam - disse Mary.
La luce della torcia si ferm. Rimase puntata sulla sua guancia destra per
alcuni secondi. Poi si spense con un leggero click.
- Mi spiace - disse lo sbirro negro. - Io ero troppo giovane per an-
darci, ma ho visto Platoon. Dev'essere stato un inferno, laggi, vero?
- Ogni giorno.
Lui annu e fece sparire la torcia. - Qui abbiamo finito, Phil - disse al-
lo sbirro bianco. - Spiacente di averla disturbata, signora - disse a
Mary. - Ma spero che possa capire per quale motivo il suo vicino ci ha
chiesto di intervenire.
- S che posso. Di solito prendo delle pillole per dormire, ma non ho
ancora chiesto la nuova ricetta.
-  pazza! - insistette Shecklett, con una voce ridiventata stridula. -
Sempre a sbraitare e fare un chiasso da svegliare i morti!
- Signore? - Lo sbirro nero si avvicin alla porta di Shecklett. - Si-
gnore? L'ho pregata di smettere di gridare, non  vero? Questa donna  una
veterana del Vietnam, e lei dovrebbe avere un po' di considerazione per
questo.
-  quello che vi ha raccontato lei? Stronzate! Le chieda le prove!
- Vuole calmarsi, signore, o dobbiamo portarla a fare un giro sulla no-
stra autopattuglia?
Segu un lungo silenzio. Mary attese, con la mano stretta sull'impugnatu-
ra della calibro 38. Sentiva il poliziotto negro parlare a Shecklett, ma non
riusciva a distinguere le parole. Poi la sua porta si chiuse con violenza, e i
due porci tornarono alla porta di Mary. - Penso che ora sia tutto chiarito
- le disse il negro. - Buona notte, signora.
- Buona notte. E grazie tante, agenti - rispose lei, e chiuse la porta,
mise di nuovo il paletto e agganci la catenella. Dietro la porta, disse a
denti stretti: - Al diavolo al diavolo al diavolo. - Attese, spiando dalla
finestra, finch i porci se ne furono andati, poi si avvicin alla parete che
divideva il suo appartamento da quello di Shecklett, accost la bocca al
pannello e disse: - Ti sistemer, prima di andarmene. Ti sistemer, mi
senti? Ti strapper le palle degli occhi e te le far ingoiare. Mi senti, vec-
chio stronzo?
Sent Shecklett rientrare tossendo in camera da letto. Emise un suono
stridulo, ansimante, e tir di nuovo la catena dello sciacquone. Mary torn
in camera da letto, accese la luce e rimase in piedi a guardare il bimbo
morto sul pavimento.
Aveva la testa spaccata e sfondata, ma non c'era sangue, non c'era cer-
vello che fuoriuscisse dal cranio. Un bambolotto, pens lei. " un bambo-
lotto." Raccolse il bambolotto prendendolo per una gamba e lo port alla
Scatola del Paradiso nell'armadio a muro. Rimase l a lungo, ferma a fissa-
re gli altri bambolotti distrutti, con una vena che le pulsava nella tempia
destra e gli occhi vitrei come ghiaccio su uno stagno.
Tutti bambolotti. Non carne e sangue. Gomma e plastica, con gli occhi
dipinti. Non potevano amarla perch non erano reali. Era quella la risposta,
e rimase sbalordita per non averla vista prima. Per quanto desiderasse che
fossero reali, per quanto li partorisse e li nutrisse e desse loro amore, non
erano reali. Poteva vederli come carne e sangue nella sua mente, s, ma alla
fine li metteva a morte perch sapeva benissimo che erano soltanto di
gomma e plastica.
Lord Jack voleva un bambino. Un figlio maschio. Le aveva dato un
bambino, e lei aveva perduto il dono. Se non si fosse presentata a Lord
Jack con un bambino, lui l'avrebbe respinta. Quello era il messaggio del
sogno. Ma l c'era un'incrinatura pericolosa, come una crepa nel tempo. Il
bambino di Jack era morto. Lei si era sgravata del cadaverino nel gabinetto
di una stazione di servizio vicino a Baltimora, con il ventre squarciato da
vetro e metallo. Aveva avvolto la piccola massa di tessuti in un bozzolo di
salviette di carta e l'aveva affidato allo scarico. Era un maschietto. Era
quello che Jack aveva sperato. Un maschio, che portasse il suo seme nel
futuro. Ma come poteva andare da Jack con suo figlio, quando il figlio era
morto e l'acqua se lo era portato via?
Mary sedette sulla sponda del letto, con la pistola ancora in mano, e as-
sunse la posa del Pensatore. E se. Fissava uno scarafaggio morto sul pavi-
mento, steso sulla schiena vicino allo zoccolo della parete. E se.
E se avesse avuto davvero un maschietto da portare a Jack?
Un bambino vero. Carne e sangue. E se?
Mary si alz e cominci a camminare avanti e indietro per la stanza, con
la Colt in pugno. Andava da una parete all'altra e viceversa, riflettendo. Un
bambino vero. Dove poteva procurarsene uno? S'immaginava di presentar-
si a un'agenzia per le adozioni e compilare i moduli di richiesta. "Ho ucci-
so sei porci, che io sappia" avrebbe detto. "Ho ucciso un avvocato, due
uomini d'affari e un giudice del New Jersey. Ho ucciso anche un ragazzo
nel bosco. Ma certo che voglio un maschietto, certo che lo voglio."
Era escluso. In quale altro posto ci si poteva procurare un bambino?
Smise di andare su e gi. Ci si poteva procurare un bambino nello stesso
posto in cui lo facevano tutte le madri. Si poteva prendere un bambino in
un ospedale.
"Sicuro" pens con sarcasmo. "Come no. Basta entrare, sparare in aria in
un ospedale e prelevare un bambino dal reparto maternit."
Un momento.
Sono stata infermiera nel Vietnam.
Era una bugia, naturalmente. L'aveva gi usata in passato, e con i porci
funzionava sempre. Appena nominavi il Vietnam, la bevevano. Riprese a
camminare avanti e indietro, mentre la sua mente vagava su un terreno fer-
tile. Un'infermiera. Un'infermiera.
I laboratori di costumi affittavano divise da infermiera, no?
S, ma le infermiere di tutti gli ospedali portavano uniformi dello stesso
colore? Lei non lo sapeva. Se voleva davvero fare quel tentativo, il primo
passo sarebbe stato trovare un ospedale e controllare. Prese l'elenco telefo-
nico e cerc la voce ospedali. Ce n'erano parecchi, contando anche i centri
della salute e le cliniche, come faceva l'elenco. C'era una clinica vicino
Mableton. Non era abbastanza grande, decise Mary. Un altro ospedale, At-
lanta West, si trovava a due o tre chilometri di distanza. Quello poteva an-
dare, pens Mary. Ma poi le cadde l'occhio su un altro dell'elenco, e lei
disse: - Eccolo.
Era l'ospedale St. James. Un presagio di karma positivo, pens Mary. Un
ospedale con lo stesso nome di Jim Morrison. Controll l'indirizzo. St. Ja-
mes si trovava a Buckhead, la zona chic della citt. Era lontano dal suo ap-
partamento, ma lei pens che quello poteva tornare a suo vantaggio: nes-
suno l'avrebbe riconosciuta, laggi, e quei ricconi non mangiavano ham-
burger. Prese una penna e tracci un cerchio intorno all'ospedale St. James
sull'elenco. Aveva in bocca un gusto metallico, il gusto del pericolo. Era
come preparare un piano ai vecchi tempi, e il pensiero di portar via un ma-
schietto dal reparto maternit dell'ospedale St. James, il bambino di una
ricca sgualdrina, il che lo rendeva ancor pi dolce, le faceva battere forte il
cuore e spandeva un calda umidit fra le sue cosce.
Ma non sapeva se fosse fattibile o meno. Prima doveva andare all'ospe-
dale per controllare il reparto maternit. Controllare i sistemi di sicurezza,
dove fossero le scale, dove si trovasse la sala delle infermiere rispetto alle
uscite. Scoprire che aspetto avevano le uniformi, e quante infermiere lavo-
rassero nel reparto. C'erano altre cose a cui non avrebbe pensato finch
non fosse andata a vedere con i suoi occhi e, se non avesse funzionato l,
avrebbe trovato qualche altro posto.
Non sarebbe stato il figlio di Jack. Quel bambino era morto. Ma se lei si
presentava a Lord Jack con l'offerta di un nuovo bambino, non sarebbe sta-
to altrettanto soddisfatto? Pi soddisfatto, decise lei. Gli avrebbe detto che
il bambino morto nel suo ventre squarciato era una femmina.
Mary nascose la pistola. Si mise a letto e tent di dormire, ma era troppo
eccitata. Mancavano 20 giorni all'appuntamento presso la signora piangen-
te. Si alz, indoss la tuta grigia di felpa e usc nel gelo di mezzanotte per
correre almeno un paio di chilometri e riflettere.
4
Il bambino del gioved
Il gioved sera, primo febbraio, dopo cena Doug mise da parte il giornale
e disse: - Ho del lavoro da sbrigare in ufficio.
Laura lo guard alzarsi e andare in camera da letto. Avevano cenato nel
pi gelido silenzio. Era luned pomeriggio, quando lei era andata agli Ap-
partamenti Hillandale, e da quel giorno aveva visto la colpa di Doug in o-
gni suo movimento e l'aveva udita in ogni sua parola. Doug le aveva chie-
sto che cosa la turbasse, e lei aveva risposto che non si sentiva bene, che
non vedeva l'ora di liberarsi del suo fardello. In parte era vero, ma solo in
parte, naturalmente. Doug, agendo in base all'istinto che negli ultimi giorni
aveva preso a lanciare segnali come un allarme radio, non aveva insistito.
Laura si era immersa nella lettura o nella visione di film al videoregistrato-
re, mentre il suo corpo raccoglieva le forze per il rito che l'attendeva.
- Torner fra circa... - Doug guard l'orologio mentre si infilava il
soprabito. - Non lo so. Torner quando avr finito.
Lei si morse la lingua. David le pesava nel ventre, quella sera, e il suo
scalciare era davvero irritante. Si sentiva enorme e sformata, da due notti"
il suo sonno era tormentato da incubi sulla pazza al balcone, e non era in
vena di giochi. - Come sta Eric? - domand.
- Eric? Sta bene, credo. Perch?
- Passa a casa tanto poco tempo quanto te?
- Ora non cominciare. Sai che ho molto lavoro, e la giornata non  ab-
bastanza lunga.
- Nemmeno la notte  abbastanza lunga, vero? - chiese lei.
Doug smise di abbottonarsi il cappotto. La fiss, e a lei parve di scorgere
una scintilla di paura nei suoi occhi. - No - rispose. - Non lo . - Le
sue dita completarono il lavoro. - Lo sai quanto costa allevare un figlio e
mandarlo al college?
- Un patrimonio.
- S, un patrimonio. All'incirca centomila dollari, e questo alle tariffe di
oggi. Quando David sar pronto per il college, Dio solo sa quanto coster.
 a questo che penso, quando devo andare a lavorare di sera.
Lei pens di essere sul punto di scoppiare a piangere o a ridere, non sa-
peva quale delle due cose. Il suo viso cominci a cedere, ma lei mantenne
un'espressione calma per pura forza di volont. - Allora sarai a casa per
mezzanotte?
- Mezzanotte? Certo. - Si rialz il colletto. - Vuoi che chiami se fa-
r troppo tardi?
- Sarebbe carino.
- Okay. - Doug si chin a baciarle la guancia, e Laura si accorse che
si era frizionato il viso con English Leather. Le labbra di lui le sfiorarono
la pelle e poi si allontanarono. - Ci vediamo dopo - disse. Prese la vali-
getta e si diresse verso la porta del garage.
"Di' qualcosa" pens Laura. "Fermalo subito. Impediscigli di uscire da
quella porta, in questo preciso istante." Ma fu colta dal terrore, perch non
sapeva cosa dire e, peggio ancora, temeva che niente di quello che potesse
dire gli avrebbe impedito di andarsene.
- Il bambino - disse.
I passi di Doug rallentarono. Si ferm addirittura, e si volt a guardarla
da una striscia d'ombra.
- Penso che manchi solo qualche giorno - gli disse Laura.
- Gi. - Lui sorrise con un certo nervosismo. - Penso che sei pi che
pronta, non  vero?
- Resti con me? - chiese Laura, e sent la sua voce tremare.
Doug trasse un respiro. Laura lo vide guardare le pareti attorno a s, con
un'espressione afflitta sul viso, come un prigioniero che valuta la larghezza
e l'altezza della cella. Fece un paio di passi verso di lei, poi si ferm di
nuovo. - Sai, a volte...  difficile dirlo. - S'interruppe per alcuni secondi
e ritent.
- A volte vedo quello che abbiamo, e dove siamo arrivati, e... Mi sento
davvero strano dentro, come... tutto qui? Voglio dire... non c' altro che
questo? E ora, con te che stai per avere il bambino...  come la fine di tutto.
Riesci a capirlo? Lei scosse la testa.
- La fine di noi due soli - continu lui. - La fine di Doug e Laura.
Sai che ho fatto un sogno la settimana scorsa?
- No. Dimmelo.
- Ho sognato che ero un vecchio. Ero seduto su quella poltrona. - La
indic con un cenno del mento. - Avevo la pancia, ero calvo e non vole-
vo fare altro che starmene davanti al televisore a dormire. Non so dove fo-
ste tu e David, ma io ero solo e ormai era tutto passato, e... ho cominciato a
piangere, perch era una scoperta terribile. Ero ricco, in una bella casa, e
piangevo perch... - Faceva fatica a dirlo, ma se lo impose.
- Perch il viaggio  tutto. Non il raggiungimento della meta.  la lotta
per arrivarci, e una volta che ci sei... - La sua voce si spense, e scroll le
spalle. - Immagino che non abbia molto senso, vero?
- Vieni a sederti qui - lo invit lei. - Parliamone, vuoi?
Doug fece per avvicinarsi a lei. Laura cap che lo desiderava, perch il
suo corpo sembrava tremare, come se stesse tentando di resistere a una
forza che lo attirava. Rimase sospeso verso di lei per alcuni secondi pre-
ziosi, poi alz il braccio e guard il Rolex. -  meglio che vada. Domat-
tina per prima cosa ho un cliente pesante, e ci sono delle scartoffie da si-
stemare. - Aveva di nuovo la voce rigida, tutta affari. - Parleremo do-
mani, va bene?
- Quando vuoi - disse Laura, con la gola stretta. Doug le volt le
spalle e, valigetta in mano, usc di casa.
Laura sent ringhiare il motore della Mercedes. La porta del garage si
sollev. Prima che si riabbassasse, Laura si alz in piedi. Fece una smorfia
e si port una mano alle reni, che le facevano male fin dal primo mattino.
Si sentiva le ossa indolenzite mentre attraversava lo studio e raccoglieva le
chiavi della BMW dal piccolo vassoio d'argento. And verso l'armadio a
muro e prese il cappotto e la borsetta. Poi cammin - zoppic era il termi-
ne pi esatto - fino al garage, si mise al volante della BMW e accese il mo-
tore.
Aveva deciso di seguire Doug. Se fosse andato al lavoro, bene. Avrebbe-
ro parlato del futuro in modo onesto, e avrebbero deciso in quale direzione
procedere. Se andava agli Appartamenti Hillandale, lei si sarebbe rivolta a
un avvocato la mattina dopo. Usc dal garage, s'immise dal vialetto sulla
Moore's Mill Road e si diresse verso il complesso di appartamenti, spe-
rando per il meglio ma temendo il peggio.
Mentre s'immergeva nel traffico della superstrada, si rese conto di quello
che stava facendo come se lo vedesse da una grande distanza, e la sua au-
dacia la sorprese. Non credeva che le fosse rimasta ancora della grinta. Si
era convinta che tutto il suo ferro fosse stato fuso nella fornace incande-
scente di delitti di quella calda notte di luglio. Ma seguire Doug, pedinarlo
come se fosse un criminale, la riempiva di vergogna, e cominci a rallenta-
re per imboccare la prima rampa di uscita e tornare a casa. "No" pens.
Una severa voce interiore, che le ordinava di proseguire. Doug era un cri-
minale. Se non aveva gi massacrato il suo cuore, ci stava provando con
pervicacia. Sciupando la loro vita in comune, lacerandola, facendosi beffe
dei voti che avevano pronunciato. Era un criminale, e meritava di essere
pedinato come tale.
Laura pigi l'acceleratore e super l'uscita a tutta velocit.
Arrivata agli Appartamenti Hillandale, Laura fece il giro dell'edificio in
cui abitava C. Jannsen, cercando la macchina di Doug in uno dei posti del
parcheggio. Non si vedeva nessuna Mercedes, ma soltanto le vistose mac-
chine sportive basse dei pi giovani. Laura trov un posto libero poco pi
avanti della palazzina, e lo occup, restando in attesa. "Non  qui e non
verr" pens. " uscito prima di me. Se fosse venuto qui, sarebbe gi arri-
vato.  andato al lavoro, proprio come ha detto.  andato davvero a lavora-
re." Fu invasa dal sollievo, tanto forte che fu tentata di appoggiare la testa
al volante e singhiozzare.
Dei fari sfiorarono la macchina superandola. Laura guard indietro e a
destra, mentre la Mercedes passava come uno squalo in cerca di preda. Il
suo respiro si spezz in un gemito sommesso. La Mercedes s'infil in un
parcheggio a undici macchine di distanza da Laura. Lei guard spegnersi i
fari e scendere un uomo. Si avvi verso l'edificio di C. Jannsen. Era un'an-
datura che Laura riconobbe all'istante, per met strascicata, per met im-
pettita. Doug non aveva pi in mano la valigetta portadocumenti, ma una
confezione da sei lattine di birra.
Si era fermato in un supermercato, comprese Laura, ecco perch era ar-
rivata prima lei. La collera le divamp dentro, improvvisa. Ne poteva sen-
tire il gusto in bocca, un sentore di bruciato simile a quello del liquido per
accendere il fuoco del barbecue. Le dita erano cos serrate intorno al volan-
te, che le vene spiccavano in rilievo sul dorso delle mani. Doug andava a
trovare la sua ragazza, e faceva dondolare la confezione di birre come uno
studentello eccitato. Laura pos la mano sulla maniglia dello sportello e lo
apr. Non gli avrebbe permesso di arrivare a quell'appartamento, convinto
di averla fatta ancora una volta in barba a quella moglie ottusa e compia-
cente. No, che diavolo! Aveva intenzione di piombargli addosso come un
sacco di cemento su una lumaca, e quando avesse finito, C. Jannsen avreb-
be avuto bisogno di una paletta per raccoglierlo.
Si alz in piedi, col viso avvampato dall'ira.
Le si ruppero le acque.
Il fluido caldo le scorse fra le cosce e lungo le gambe, inondandola. Lo
choc arriv alla mente quando il fluido raggiunse le ginocchia. Quei dolori
alla schiena e i crampi occasionali che l'avevano tormentata per tutto il
giorno erano stati il preludio al travaglio.
Il bambino stava per nascere.
Guard Doug svoltare l'angolo e sparire.
Laura rimase immobile un momento, con le mutandine bagnate e la pri-
ma vera contrazione che cominciava a farsi sentire. La pressione aument
fino al livello di dolore, come una mano possente che schiacciasse un livi-
do in profondit. Laura chiuse gli occhi mentre il dolore della contrazione
raggiungeva lentamente l'apice, e poi cominciava a placarsi. Le lacrime le
rigarono le guance. "Cronometra le contrazioni" si disse. "Guarda l'orolo-
gio, stupida!" Risal sulla BMW e controll l'orologio alla fioca luce inter-
na. La contrazione successiva cominci a farsi sentire meno di otto minuti
dopo, e la sua violenza le fece stringere i denti.
Non poteva restare l ancora a lungo. Doug aveva qualcuno. Lei era sola.
Accese il motore, usc a marcia indietro dal parcheggio e si allontan da
suo marito e dagli Appartamenti Hillandale.
Due contrazioni dopo, Laura abbandon la superstrada e si ferm a una
stazione di servizio per usare il telefono. Chiam il dottor Bonnart, trov la
segreteria telefonica e si sent rispondere che sarebbe stato avvertito dal
cercapersone. Lei attese, stringendo spasmodicamente il telefono, mentre
un'altra contrazione pulsava dentro di lei, facendo scorrere il dolore come
un'increspatura sul dorso e gi per le gambe. Poi il dottor Bonnart fu in li-
nea, ascolt quello che Laura gli riferiva e disse che doveva raggiungere
l'ospedale St. James il pi presto possibile. - Vedr lei e Doug laggi -
le disse il dottor Bonnart, e attacc.
L'ospedale era una grande costruzione bianca, in un terreno trattato a
parco nella zona nord-orientale di Atlanta. Laura aveva sbrigato le formali-
t all'accettazione di emergenza ed era stata trasferita nella sala travaglio,
quando si present il dottor Steven Bonnart, ancora in smoking. Lei gli
disse che non c'era bisogno che si vestisse di gala per l'occasione. Una ce-
na ufficiale in onore del nuovo direttore dell'ospedale, le spieg lui, mentre
osservava il monitor che emetteva un grafico delle contrazioni di Laura. In
ogni caso non era granch come cena, soggiunse, perch tutti portavano il
cercapersone e la sala risuonava come un campo di grilli.
- Doug dov'? - chiese il dottor Bonnart, come Laura aveva previsto.
- Doug... non pu trovarsi qui - rispose.
Il dottor Bonnart la fiss per alcuni secondi attraverso gli occhiali roton-
di di tartaruga, poi diede istruzioni a una delle infermiere e usc dalla stan-
za per cambiarsi e lavarsi.
Una flebo di Demerol fu inserita, con una lieve trafittura, nel dorso della
mano di Laura. Era coperta da una camicia da ospedale verde, con una cin-
tura elastica intorno alla vita dalla quale partivano fili collegati al monitor,
e stava seduta su un tavolo con il peso spostato in avanti. Le arrivavano al-
le narici odori di medicinali e disinfettante. Le infermiere erano rapide ed
efficienti, e scambiavano chiacchiere innocue con Laura, ma lei faceva fa-
tica a concentrarsi su quello che dicevano. Tutto stava diventando una
macchia confusa di suono e movimento, e Laura osservava lo schermo del
monitor emettere un blip quando la contrazione si formava dentro di lei,
aumentava culminando nel crampo e finalmente si placava fino alla suc-
cessiva. Una delle infermiere cominci a parlare di una macchina nuova
che si era appena comprata. Rosso fuoco, disse. Aveva sempre desiderato
una macchina rosso fuoco. - Respiri in modo superficiale - disse una
delle altre a Laura, posandole una mano sulla spalla. - Proprio come le
hanno insegnato al corso. - Il cuore di Laura batteva forte, e lo si vedeva
da vette irregolari che comparivano su un altro monitor. Le contrazioni e-
rano come un tuono chiuso in trappola; le scuotevano il corpo, preannun-
ciando tempesta. - Il primo? - domand l'infermiera con la macchina
rossa guardando il grafico di Laura. - Oh, poveri noi.
Il dottor Bonnart ricomparve, con camice verde e aria professionale, e
divaric le gambe di Laura per controllare la dilatazione. - Ci sta lavo-
rando - le disse. - C' ancora molta strada da fare. Fa molto male?
- S. Un po'. - Le mele sentono dolore quando vengono sbucciate? -
S, fa male.
- D'accordo. - Diede istruzioni a Macchina Rossa su cc. di chiss co-
sa, e Laura pens: " l'ora del grosso ago, eh?" Il dottor Bonnart si avvici-
n a un tavolo, e torn indietro con un piccolo strumento che somigliava
alla molla di una penna a sfera, da cui pendeva un filo collegato a una
macchina bianca, dall'aspetto di sofisticata tecnologia. - Una piccola in-
vasione - disse con un breve sorriso, e inser le dita guantate dentro di lei.
L'oggetto a molla era un monitor fetale interno: lo aveva appreso al corso.
Il dottor Bonnart trov la testa del bambino e fece scivolare il congegno
sotto la carne. Il sofisticato macchinario cominci a emettere un nastro
perforato, che riportava il battito cardiaco e i segni vitali di David. Laura
sent uno strofinio alle reni. L'infermiera la stava preparando per l'anestesia
epidurale. Almeno non avrebbe dovuto vedere l'ago. Ormai la forza delle
contrazioni era intensa, come un pugno che battesse su un livido sulla spi-
na dorsale. - Respiri in modo superficiale - la sollecit qualcuno. -
Ora una piccola puntura - le disse il dottor Bonnart, e lei sent penetrare
l'ago.
Una piccola puntura per lui, forse. Al suo paese le vespe erano pi gros-
se. Poi fu finita, l'ago usc, e Laura si sent formicolare la pelle sulle reni. Il
dottor Bonnart controll ancora una volta l'andamento della dilatazione,
poi controll il nastro perforato e i segni vitali di Laura. Un momento do-
po, le sembr di avvertire in bocca un sapore di medicinale, e sper che
l'epidurale facesse effetto, perch le contrazioni ormai erano violente e si
sentiva la faccia sudata. Macchina Rossa le asciug la fronte e le regal un
sorriso. - Quanta attesa per questo - osserv. -  incredibile il modo in
cui succede, vero?
- S,  cos. - "Oh, fa male. Oh Dio, ora fa male davvero!" Poteva
sentire il suo corpo che si sforzava di aprirsi come un fiore.
- Quando  tempo,  tempo - continu l'infermiera. - Quando un
bambino vuole uscire, te lo fa sapere.
- Glielo vada a dire - riusc a ribattere Laura, e le infermiere e il dot-
tor Bonnart risero.
- Resti un momento cos - le disse il dottor Bonnart, e lasci la stan-
za. Laura ebbe un momento di panico. Dove stava andando? E se il bam-
bino fosse venuto fuori proprio in quel momento? Il suo battito cardiaco
ebbe un sussulto sul monitor, e una delle infermiere le prese la mano. La
pressione crebbe dentro di lei, fino a quello che sembrava un punto di e-
splosione certa. Ebbe paura di scoppiare come un melone troppo maturo, e
si sent bruciare gli occhi dalle lacrime. Ma poi la pressione svan di nuo-
vo, e Laura sent il proprio respiro rapido, raschiante. - Calma, calma -
sugger l'infermiera. - Il bambino del gioved ha molta strada da fare.
- Cosa?
- Il bambino del gioved. Sa, la vecchia filastrocca. Chi nasce di giove-
d ha molta strada da fare. - L'infermiera alz gli occhi verso l'orologio
alla parete. Erano quasi le nove e un quarto. - Ma potrebbe aspettare fino
al venerd, e allora sar bello di viso.
- Pieno di grazia - la corresse Macchina Rossa.
- No, venerd  bello di viso - ribatt l'altra. - Sabato  pieno di gra-
zia.
Quella discussione non era al centro dell'attenzione di Laura. Le contra-
zioni continuavano a crescere, a rimbombare dentro di lei come onde sugli
scogli, per poi ritirarsi. Erano ancora dolorose, ma non pi come prima.
L'anestesia epidurale aveva fatto effetto, grazie a Dio, solo che i cc. non
erano abbastanza forti da mascherare ogni sensazione. Il dolore era atte-
nuato, ma la pressione da pugno sul livido era sempre forte. Subito dopo le
nove e mezza, il dottor Bonnart rientr nella stanza e controll tutto. -
Sta andando benissimo - disse. - Laura, pu darci una piccola spinta,
adesso?
Lei obbed. O almeno tent. "Mi spaccher in due" pens. "Oh, Ges!
Respira, respira!" Come mai al corso tutto era stato cos preciso e ordinato,
mentre adesso era come il nastro di una videocassetta che scorreva a velo-
cit supersonica?
- Spinga di nuovo. Un po' pi forte, stavolta, okay?
Lei ritent. Le era chiaro che non sarebbe stato cos semplice come lo
avevano presentato le lezioni. Con la fantasia le sembrava di vedere la fac-
cia di Carol. "Troppo tardi ormai, dolcezza" avrebbe detto Carol.
- Spinga, Laura. Ci faccia vedere la cima della testolina. Le venne in
mente un altro viso, dietro le palpebre chiuse, mentre si sforzava e la pres-
sione cresceva al centro del suo corpo. Il viso di Doug, e la sua voce che
diceva: La fine di noi due soli. La fine di Doug e Laura. Vide con la fan-
tasia gli Appartamenti Hillandale, e l'auto di Doug che scivolava nel par-
cheggio. Lo vide allontanarsi da lei, con una confezione da sei lattine di
birra in mano. La fine di noi due. La fine.
- Spinga, Laura. Spinga.
Si sent emettere un gemito sommesso. La pressione era intollerabile, la
stava uccidendo. David manteneva salda la presa sulle sue viscere, e non
voleva lasciarla. Tent ancora una volta, con il corpo tremante, e vide
Doug che si allontanava nella zona d'ombra della sua mente. Si allontanava
sempre pi. Una persona distante, che a ogni passo diventava pi estranea.
Il suo grido crebbe d'intensit. Qualcosa si ruppe dentro di lei: non la presa
di David, ma a un livello pi profondo. Lei digrign i denti e sent le la-
crime calde scorrerle sulle guance, e seppe che con Doug era finita.
- Su, su - disse Macchina Rossa, asciugandole le guance. - Sta an-
dando benissimo, non si preoccupi di niente.
- Tutto bene, stia calma. - Il dottor Bonnart le batt sulla spalla in
modo paterno, anche se aveva tre o quattro anni meno di lei. - Vediamo
la parte superiore della testa, ma non siamo ancora pronti. Si rilassi, ora, si
rilassi e basta.
Laura si concentr sul controllo del respiro. Fissava la parete, mentre
Macchina Rossa le asciugava il viso, e il tempo di volta in volta accelerava
e rallentava rispetto all'orologio, in un'altalena di desideri e di nervi. Alle
dieci, il dottor Bonnart le chiese di ricominciare a spingere. - Pi forte.
Continui, Laura. Pi forte - le dava istruzioni, e lei strinse cos forte la
mano di Macchina Rossa che le parve di poter spezzare le dita tozze della
donna. - Respiri e spinga, respiri e spinga.
Laura stava facendo del suo meglio. La pressione fra le gambe e alle reni
era una sinfonia di dolore tormentoso. - Eccoci, va benissimo - disse u-
n'altra infermiera, guardando sopra la spalla di Macchina Rossa. Laura
tremava, con i muscoli in preda agli spasmi. Non poteva certo farcela da
sola, doveva esserci una macchina che lo facesse per lei. Ma non esisteva,
e Laura, circondata da monitor e apparecchiature ad alta tecnologia, era so-
la. Respirava e spingeva, respirava e spingeva tenendosi aggrappata alla
mano di Macchina Rossa, mentre le asciugavano il sudore dalle guance e il
dottor Bonnart continuava a incoraggiarla a sforzi maggiori.
Alla fine, quasi alle undici meno venti, il dottor Bonnart disse: - Bene,
signore, portiamo dentro la signora Clayborne.
Laura fu trasferita su una lettiga a rotelle, con quella che le sembrava
una palla di cannone di carne incastrata fra le cosce, e fu spinta in un'altra
stanza. Aveva le pareti di piastrelle verdi, un lettino di acciaio inossidabile
con le staffe e una batteria di luci potenti appese al soffitto. Un'infermiera
copr il tavolo con un telo verde, e Laura fu distesa supina sul tavolo, con i
piedi sollevati nelle staffe. La luce scintillava su un vassoio di strumenti
che sarebbero stati al loro posto al tempo dell'Inquisizione, e Laura distolse
in fretta lo sguardo. Si sentiva gi esausta, poco pi forte di uno straccio da
pavimenti strizzato, ma sapeva che l'attendeva ancora la parte pi este-
nuante del processo del parto. Il dottor Bonnart sedette su uno sgabello ai
piedi del tavolo, con il vassoio degli strumenti a portata di mano. Mentre
esaminava lei e la posizione del bambino, cominci addirittura a fischietta-
re. - Conosco quella canzone - disse una delle infermiere. - L'ho senti-
ta alla radio questo pomeriggio. La senti e ti entra in testa, non  vero?
- Guns and Roses - disse il dottor Bonnart. - Mio figlio li adora. Se
ne va in giro con un berretto da baseball con la visiera all'indietro e parla
di farsi tatuare. - Cambi la posizione delle dita. Laura lo sent insinuarsi
dentro di lei, ma laggi era intorpidita, come se fosse piena di ovatta umi-
da. - Io gli ho detto, un solo tatuaggio e ti spezzo il collo. Potrebbe solle-
vare il bacino appena un po', Laura? S, cos va bene.
Macchina Rossa accese una videocamera posta su un treppiede, con l'o-
biettivo puntato fra le gambe di Laura. - Ecco fatto, Laura - disse il dot-
tor Bonnart mentre l'altra infermiera gli infilava un nuovo paio di guanti da
chirurgo. - Pronta a fare un po' di lavoro?
- Sono pronta. - Pronta o no, pens, avrebbe dovuto farlo comunque.
L'infermiera leg una mascherina da chirurgo sul naso e sulla bocca del
dottor Bonnart. - Okay - disse lui - facciamola finita. - Si sedette di
nuovo sullo sgabello, con la camicia di Laura ripiegata su fino alle ginoc-
chia. - Voglio che lei cominci a spingere, Laura. Spinga finch non dico
alt, e poi si riposi per alcuni secondi. Sta venendo fuori molto bene, e cre-
do che voglia uscire a farci compagnia, ma dovr dargli una spinta. Okay?
- Okay.
- Bene. Cominci a spingere subito.
Cominci. Che fosse dannata se anche lei non aveva impressa nel cer-
vello quella canzone dei Guns and Roses.
- Spinga, spinga. Si rilassi. Spinga, spinga. - Un panno le deterse il
viso. Respiro affannoso. David non voleva uscire. Perch non voleva usci-
re? - Spinga, spinga. Cos va bene, Laura, molto bene. - Lei ud il tin-
tinnio argenteo di uno strumento al lavoro, ma sent soltanto un leggero
strappo. - Spinga, Laura. Continui a spingere, vuole venire fuori.
- Sta andando proprio bene - le disse Macchina Rossa, e le strinse la
mano.
-  incastrato - si sent dire Laura; una cosa stupida. Il dottor Bonnart
le disse di continuare a spingere, e lei chiuse gli occhi e strinse i denti e fe-
ce quello che lui diceva, con le cosce che tremavano per lo sforzo.
Verso le undici e venti, Laura credette di sentire David che cominciava a
scivolare fuori. Era un movimento di un dito o due appena, ma la emozio-
n. Era fradicia di sudore e aveva i capelli madidi sulle spalle. La stupiva
che qualcuno fosse mai riuscito a venire al mondo. Spinse finch le sem-
br che i suoi muscoli stessero per cedere, poi si ripos per qualche minuto
e spinse ancora. Le cosce e la schiena erano attanagliate da crampi. - Oh,
Ges! - mormor, con il corpo teso e stanco.
- Sta facendo meraviglie - disse il dottor Bonnart. - Tenga duro.
Un'ondata di collera sorse dentro di lei. Che cosa stava facendo Doug in
quel momento, mentre lei si affannava sotto i riflettori? Che andasse all'in-
ferno, gli avrebbe intentato causa per il divorzio, appena finita quella fac-
cenda! Spinse e spinse, col viso arrossato. David si spost, forse di un altro
dito. Lei pens che avrebbe finito certamente per staccare le staffe dai so-
stegni; spingeva contro le staffe con tutte le sue forze, mentre Macchina
Rossa le asciugava la fronte.
Click, click, faceva lo strumento in mano al dottor Bonnart. Click, click.
- Eccolo che arriva - disse il dottor Bonnart mentre la lancetta dell'o-
rologio oltrepassava le undici e mezza.
Laura sent il bambino staccarsi da lei. Fu una sensazione di grande sol-
lievo misto a grande ansiet, perch, in mezzo alle spinte umide e al bip
dei monitor, Laura si rese conto che il suo corpo veniva separato dalla cre-
atura viva che vi era cresciuta. David stava entrando nel mondo, e, da quel
momento in poi, sarebbe stato alla sua merc come ogni altro essere uma-
no.
- Continui a spingere, non smetta - incalz il dottor Bonnart.
Lei si tese, con i muscoli del dorso che pulsavano. Sent un suono umido
di risucchio. Lanci un'occhiata all'orologio con gli occhi gonfi: le 11:43.
Macchina Rossa e l'altra infermiera si spostarono in avanti per aiutare il
dottor Bonnart. Qualcosa scatt e tagli. - Una bella spinta - disse il
medico. Lei obbed, e il peso di David svan.
Slap. Slap. Un terzo rapido slap.
Cominci il pianto, simile al suono sottile e acuto di un motore che vie-
ne acceso a freddo. Le lacrime sgorgarono dagli occhi di Laura, e lei tir
un lungo respiro profondo ed espir.
- Ecco suo figlio - le disse il dottor Bonnart, e le porse qualcosa che
frignava, chiazzato di rosso e blu e con una visetto da ranocchio sulla testa,
simile a un cono sformato.
Lei non aveva mai visto un bambino cos bello, e sorrise come il sole fra
le nuvole. La tempesta era passata.
Il dottor Bonnart depose David sul ventre di Laura. Lei lo strinse a s,
sentendo il suo calore. Piangeva ancora, ma era un suono meraviglioso.
Poteva sentire gli aromi densi e il sentore di rame del sangue e dei fluidi
vitali. Il corpo di David, ancora collegato al suo dal cordone ombelicale
rosso-bluastro, si mosse sotto le sue dita. Era un esserino dall'aria fragile,
con le dita delle mani e dei piedi minuscole, un nasino appena accennato e
la bocca dalle labbra rosee. Non c'era niente di fragile nella sua voce, inve-
ce. S'innalzava e si abbassava, un'ondulazione di un sentimento che dove-
va essere collera furiosa. Si annunciava, pens Laura. Facendo sapere al
mondo che David Douglas Clayborne era arrivato, ed esigendo che gli fa-
cesse largo. Quando il cordone ombelicale fu tagliato e annodato, David
trem in un impeto di furia infantile, e il suo pianto divenne irregolare.
Laura fece: - Shhh, shhh - mentre le sue dita accarezzavano il dorso li-
scio del bambino. Sentiva le piccole scapole e le sporgenze della colonna
vertebrale. Scheletro, nervi, vene, intestini, cervello; era integro e comple-
to, ed era suo.
Allora la sent prorompere. Quello che le avevano detto di aspettarsi al-
tre donne che avevano avuto figli: un'ondata calda e luminosa che le per-
vadeva tutto il corpo, che sembrava far pulsare e gonfiare il suo cuore. Lo
riconobbe come amore materno e, mentre accarezzava il bambino sent
David rilassarsi, passando dalla rigidezza dell'indignazione alla morbi-
dezza dell'accettazione. Il pianto si attenu, divenne un piagnucolio som-
messo, e fin in un sospiro gorgogliante. - Il mio bambino - disse Laura,
e alz gli occhi sul dottor Bonnart e sulle infermiere con le lacrime agli
occhi. - Il mio bambino.
- Il bambino del gioved - disse l'infermiera, controllando l'orologio.
- Far molta strada.
Fu solo dopo mezzanotte che Laura si trov nella sua stanza, nel reparto
maternit al primo piano dell'ospedale. Era esausta ed euforica nello stesso
tempo, e il suo corpo voleva dormire, mentre la mente voleva rievocare al-
l'infinito il dramma del parto. Form il numero di casa con la mano che le
tremava.
Salve, questa  l'abitazione di Douglas e Laura Clayborne. Vi preghia-
mo di lasciare un messaggio dopo il segnale, e vi ringraziamo di aver
chiamato.
Bip.
Le parole l'abbandonarono. Si sforz di parlare prima che il timer della
macchina scattasse. Doug non era in casa. Era ancora agli Appartamenti
Hillandale, ancora con la sua ragazza.
"La fine" pens Laura.
- Sono all'ospedale - si costrinse a dire. E dovette dirlo: - Con Da-
vid. Pesa tre chili e settecento grammi.
Click: la macchina, che faceva orecchie da mercante.
Laura, svuotata, si stese nel letto e pens al futuro. Era un posto perico-
loso, ma c'era David, e quindi sarebbe stato sopportabile. Se il futuro com-
prendesse Doug o no, non lo sapeva. Serr le mani sul ventre vuoto, e fi-
nalmente scivol nel sonno, nel grembo pacifico dell'ospedale.
5
Vecchio ossuto
La voce di Dio cantava nell'appartamento di Mary Terror, alla velocit
di 33 giri e mezzo al minuto. Lei era seduta sul letto, e stava usando un
pennarello blu sull'uniforme bianca extra-large che aveva preso in affitto
alla Costumes Atlanta il venerd pomeriggio. Le uniformi delle infermiere
del reparto maternit al St. James avevano delle guarnizioni blu scuro in-
torno al colletto e al taschino sul seno, e le cuffiette erano rifinite in blu.
Quella divisa aveva degli automatici a scatto, anzich i bottoni come le u-
niformi vere, ma era l'unica della sua taglia che fosse riuscita a trovare.
Erano quasi le sette del sabato mattina. Fuori, il vento era aumentato
d'intensit, sospingendo nuvole grigie sopra la citt. Il tre febbraio, pens
Mary: quindici giorni prima dell'appuntamento presso la signora piangen-
te. Lavorava con cura e pazienza, controllando che l'inchiostro non facesse
macchie o si spandesse. Teneva una boccetta di solvente a portata di mano,
in caso di errori, ma aveva la mano ferma. Sul comodino c'era una targhet-
ta di plastica con una scritta in bianco: JANETTE LEISTER, in memoria
di due compagni caduti. L'aveva fatta fare in un posto di Norcross che fab-
bricava targhette di plastica e articoli di cartoleria, secondo le esigenze del
cliente, e perci si chiamava While U Wait. Era negli stessi colori che por-
tavano le infermiere al St. James. Anche le scarpe bianche, numero 43,
provenivano dal noleggio di costumi, e aveva comperato delle calze bian-
che nel reparto abbigliamento di Rich.
Il giorno prima era andata in ospedale, togliendosi la divisa del Burger
King, appena finito il turno di lavoro, indossando jeans e maglione sotto
una giacca a vento informe. Era salita in ascensore al reparto maternit e
aveva girato un po'. Si era avvicinata alla grande finestra per guardare i
bambini, e aveva fatto attenzione a non incontrare lo sguardo di nessuna
delle infermiere, ma aveva preso nota dentro di s delle guarnizioni blu
sulle uniformi bianche, delle targhette di plastica con il nome in bianco su
sfondo blu e dell'ascensore che si apriva proprio di fronte al banco delle in-
fermiere. Nel reparto maternit non si vedeva in giro personale del servizio
di sicurezza, ma Mary aveva visto una guardia giurata con un walkie-talkie
nell'atrio, e un'altra che passeggiava su e gi nel parcheggio. Il che signifi-
cava che il parcheggio era da scartare: avrebbe dovuto trovare un altro po-
sto per lasciare il camioncino, abbastanza vicino per raggiungere l'ospedale
a piedi e tornare indietro. Mary aveva controllato la presenza di scale, tro-
vandone una a ogni estremit del lungo corridoio del reparto maternit.
Quella nell'ala sud dell'edificio era vicina a un locale di sgombero, il che
poteva causare qualche incontro sgradito. Avrebbe dovuto ripiegare su
quella a nord. C'era un problema, per: un cartello sulla porta della tromba
delle scale avvertiva USCITA DI SICUREZZA. L'APERTURA FA
SCATTARE L'ALLARME. Lei non poteva controllare dove portasse la
scala, quindi non aveva idea di dove sarebbe sbucata. La cosa non le pia-
ceva, e stava per mandare a monte tutto, quando aveva visto un anziano
portantino aprire proprio quella porta, spingendola con il palmo della ma-
no, e passare. Non si sent nessun segnale d'allarme. Forse l'allarme veniva
spento in certe ore del giorno, oppure il cartello era un falso, oppure c'era
qualche sistema per eludere l'allarme? Forse avevano avuto dei problemi a
disinserirlo, e lo avevano staccato. Valeva la pena di rischiare?
Aveva deciso di pensarci su. Mentre guardava attraverso la vetrata i
bambini, alcuni addormentati e altri che piangevano senza rumore, Mary
aveva capito che non poteva prendere un bambino da quella sala perch
era troppo vicina - soltanto venti passi - al banco delle infermiere. Alcune
culle erano vuote, nonostante che avessero ancora le targhette col nome. I
bambini erano nella stanza delle madri. Il corridoio descriveva una curva
fra il banco delle infermiere e la scala nord, e quasi su ogni porta c'era un
fiocco rosa o celeste. Le ultime quattro porte vicino alla scala erano pro-
mettenti: tre fiocchi su quattro erano celesti. Se un'infermiera entrava in
una di quelle stanze e trovava un bambino con la madre, quale ragione po-
teva avere per entrare?  l'ora della poppata. No, la madre doveva cono-
scere l'orario delle poppate, e poi a che servivano le mammelle? Devo solo
controllare un attimo il bambino. No, la madre avrebbe voluto un motivo
pi preciso.  ora di pesarlo.
S. Quello avrebbe funzionato.
Mary si era spinta fino alla porta della scala nord e poi era tornata nel
punto in cui il corridoio curvava. Da una delle stanze si era sentita una ri-
sata di donna. In un'altra c'era un bambino che piangeva. Aveva preso nota
del numero delle tre stanze con il fiocco celeste: 21, 23 e 24. La porta del
21 si era aperta all'improvviso, ed era uscito un uomo. Mary si allontan in
fretta, dirigendosi verso un vicino refrigeratore d'acqua. Aveva osservato
l'uomo avviarsi nella direzione opposta, verso il banco delle infermiere:
aveva capelli castano chiaro e portava pantaloni grigi, camicia bianca e
maglione blu. Ai piedi aveva delle scarpe stringate nere e lucide. "Ricco
bastardo, padre di un figlio ricco" aveva pensato, mentre beveva un sorso
d'acqua e ascoltava le scarpe dell'uomo scricchiolare sul linoleum. Poi era
tornata verso la porta della scala e aveva guardato il cartello. Doveva sape-
re dove portava, se aveva intenzione di agire, perch non poteva salire in
ascensore. Non aveva scelta.
Mary aveva spalancato la porta con il palmo della mano, come aveva
fatto il portantino. Non era scattato nessun allarme. Aveva visto del nastro
isolante nero che teneva abbassato lo scatto della porta, e aveva capito che
qualcuno aveva deciso che era meglio ingannare l'allarme piuttosto che a-
spettare l'ascensore. Aveva pensato che fosse un buon segno. Era entrata
nella tromba delle scale e aveva chiuso la porta dietro di s.
Aveva iniziato la discesa. La porta seguente aveva un grande uno rosso
dipinto sopra. La scala continuava, e Mary l'aveva seguita. In fondo alla
tromba delle scale c'era una porta senza contrassegni. Attraverso il pannel-
lo di vetro, Mary aveva scorto un corridoio dalle pareti bianche. L'aveva
aperta, lentamente e con prudenza. Ancora nessun segnale d'allarme e nes-
sun segno di avvertimento dall'altra parte. Percorse il corridoio, con i sensi
all'erta. A un incrocio di corridoi, un cartello indicava differenti destina-
zioni: ASCENSORI, LAVANDERIA, e MANUTENZIONE. Nell'aria a-
leggiava l'odore della vernice fresca, e c'erano delle tubature attaccate al
soffitto. Mary aveva proseguito in direzione della lavanderia. Un attimo
dopo aveva sentito qualcuno canticchiare, e poi un negro robusto con i ca-
pelli bianchi cortissimi aveva svoltato l'angolo, spingendo uno spazzolone
per i pavimenti, corredato di un secchio con un congegno per strizzarlo.
Indossava una divisa grigia che lo identificava come uno degli addetti alle
pulizie dell'ospedale. All'istante Mary si era messa sul viso una maschera:
un indurimento dei lineamenti, una freddezza degli occhi. La maschera di-
ceva che aveva diritto di stare dov'era e aveva una certa autorit. Sicura-
mente un addetto alle pulizie non conosceva tutti quelli che lavoravano
nell'ospedale. Il suo canto a bocca chiusa si era interrotto. Mentre si avvi-
cinavano, l'aveva guardata. Mary aveva sorriso leggermente, aveva detto:
Mi scusi e lo aveva superato come se avesse fretta di andare da qualche
parte. Ma non troppa fretta.
Sissignora aveva risposto l'addetto alle pulizie, scostando il secchio
dal suo cammino. Mentre proseguiva oltre l'angolo, lo aveva sentito ri-
prendere a canticchiare.
Un altro buon segno, aveva pensato lei, mentre la tensione le defluiva
dal viso. Aveva imparato, tanto tempo prima, che si poteva entrare in molti
posti dove non sarebbe stato consentito, a patto di guardare davanti a s e
tirare dritto, e a patto di ammantarsi di un'aura di autorit. In un posto cos
grande c'erano molti capi, e i gregari badavano di pi al lavoro che dove-
vano sbrigare.
Si era imbattuta in una zona dove erano disposte parecchie ceste per la
biancheria. Le giunsero voci di donne vicine a lei. Mary immaginava che
una donna sola forse non avrebbe fatto domande, ma un membro di un
gruppo forse s. Aveva svoltato un altro angolo e aveva atteso, schiacciata
contro una parete, che le voci svanissero. Poi aveva proseguito, concen-
trandosi sul percorso e su come tornare alla scala. Aveva attraversato un
locale pieno di presse a vapore, lavatrici ed essiccatoi. Ci lavoravano tre
donne di colore, che ripiegavano la biancheria su un lungo tavolo e, lavo-
rando, parlavano e ridevano fino a sopraffare il frastuono pulsante delle la-
vatrici in funzione. Davano le spalle a Mary, che le aveva superate con una
falcata rapida e potente. Aveva raggiunto un'altra porta, l'aveva aperta sen-
za esitare e si era ritrovata su una banchina di carico sul retro dell'ospedale
St. James, con due autocarri fermi nelle vicinanze e un paio di carrelli ri-
masti incustoditi.
Quando si era richiusa la porta alle spalle, aveva sentito lo scatto di una
serratura automatica. Un cartello avvertiva PREMERE IL CAMPANEL-
LO PER ESSERE AMMESSI. RISERVATO AL PERSONALE AUTO-
RIZZATO. Aveva guardato il pulsante bianco del citofono vicino alla ma-
niglia della porta. C'era l'impronta sporca di un pollice. Poi aveva disceso
alcuni scalini di cemento fino all'asfalto e aveva cominciato il lungo giro di
ritorno fino al parcheggio, con lo sguardo vigile in cerca di guardie giurate.
La gioia le cantava nel cuore.
Si poteva fare.
Mentre lavorava sulla divisa, Mary cominci a pensare al suo camionci-
no. Andava benissimo per quella zona, ma non avrebbe retto a un lungo
viaggio. Le serviva qualcosa che potesse parcheggiare su una strada se-
condaria per dormirci dentro. Un furgone di qualche genere sarebbe andato
bene. Poteva trovare un furgone di seconda mano da un rivenditore di auto
usate, e scambiarlo col suo camioncino. Ma le sarebbero serviti anche dei
soldi, perch lo scambio non sarebbe stato certo alla pari. Poteva vendere
una delle pistole, forse. No, non aveva il porto d'armi per nessuna. Forse
Gordie le avrebbe ricomprato la Magnum? Dannazione, fino a quel mo-
mento non aveva pensato affatto ai soldi. Aveva poco pi di trecento dolla-
ri in banca, e un altro centinaio sparso nell'appartamento. Non bastavano
per restare a lungo in viaggio, non con un furgone che aveva bisogno di
benzina e un bambino che aveva bisogno di cibo e pannolini.
Si alz e and verso l'armadio a muro della camera da letto. Lo apr e ti-
r fuori il fucile Buckaroo da ragazzo col mirino telescopico che aveva
preso a Cory Peterson. Forse da quello avrebbe ricavato un centinaio di
dollari, pens. Settanta sarebbero andati benissimo. Gordie poteva compra-
re quello e la Magnum. No, meglio tenere la Magnum, era un'arma adatta
da tenere nascosta. Forse lui avrebbe comprato il fucile a canne mozze, pe-
r.
Tornando verso il letto, Mary scorse una figura che s'incamminava sulla
statale nella fioca luce grigia. Shecklett portava un cappotto che gli svolaz-
zava intorno al vento, e stava raccogliendo lattine di alluminio schiacciate
per metterle in un sacco della spazzatura. Lei conosceva la sua routine. Se
ne stava fuori per un paio d'ore, poi rientrava e tossiva l'anima, dall'altra
parte della parete.
Dovresti vergognarti a vivere cos con tutti quei soldi che hai messo da
parte.
Lo aveva detto Paula. Nella lettera che Mary aveva preso dalla spazzatu-
ra di Shecklett e aveva rimesso insieme.
Tutti quei soldi che hai messo da parte.
Mary osserv Shecklett raccogliere una lattina, fare alcuni passi, racco-
gliere una lattina. Un autocarro pass rombando, e Shecklett barcoll nella
sua scia turbolenta. Lott con il sacco della spazzatura, poi raccolse un'al-
tra lattina.
Tutti quei soldi.
Be', dovevano stare in banca, naturalmente. O no? Oppure il vecchio era
tipo da non fidarsi delle banche? Forse teneva i soldi ficcati nel materasso,
oppure in scatole da scarpe legate con gli elastici? Rimase a guardarlo an-
cora un po', rigirando quella possibilit nella mente come un insetto inte-
ressante sbucato di sotto un sasso. Shecklett non riceveva mai visite e Pau-
la - sua figlia, immagin Mary - doveva vivere in un altro stato. Se avesse
dovuto succedergli qualcosa, forse sarebbe passato molto tempo prima che
qualcuno lo trovasse. Lei poteva farlo facilmente, e non aveva intenzione
di restare a lungo da quelle parti, dopo avere preso il bambino. Okay.
Mary and in cucina, apr un cassetto e prese un coltello con la lama af-
filata e stretta. Un coltello usato per ripulire il pesce dalle interiora, pens.
Lo pos sul banco, poi torn in camera da letto e si rimise al lavoro sulla
divisa da infermiera.
Aveva finito da tempo il lavoro, quando sent Shecklett tossire mentre
passava davanti alla sua porta. Le lattine di alluminio tintinnarono; portava
con s il sacco della spazzatura. Mary era in piedi vicino alla porta, vestita
in jeans, maglione marrone, giacca a vento e berretto di lana. Rimase in
ascolto del tintinnio delle chiavi di Shecklett mentre infilava nella porta
quella giusta. Allora usc al freddo, con la calibro 38 stretta nella mano de-
stra e il coltello infilato nella cintola sotto la giacca a vento.
Shecklett era un vecchio ossuto, con la faccia segnata dalle cicatrici del-
l'acne, i capelli bianchi incolti e arruffati dal vento e la pelle rugosa come
cuoio vecchio. Shecklett aveva appena avuto il tempo di registrare la pre-
senza di qualcuno vicino a lui, quando sent la canna della pistola premer-
gli contro il cranio. - Dentro - ordin Mary, e lo guid oltre la porta a-
perta, sfilando la chiave dalla serratura. Poi sollev il sacco della spazzatu-
ra pieno di lattine e port dentro anche quello, mentre Shecklett la fissava
sotto choc, con gli occhi di un celeste slavato arrossati dal freddo.
Mary chiuse la porta e mise il paletto. - In ginocchio - gli disse.
- Ascolti... ascolti... aspetti, va bene?  uno scherzo?
- Inginocchiati. Sul pavimento. Obbedisci.
Shecklett esitava, e Mary calcol se colpirlo con un calcio alla rotula o
no. Poi Shecklett deglut, con il grosso pomo d'Adamo sporgente, e s'ingi-
nocchi sul sottile tappeto marrone nella stanzetta angusta. - Mani dietro
la testa - ordin Mary. - Subito!
Shecklett obbed. Mary sentiva l'odore della paura secreto dalla pelle del
vecchio, che odorava di un misto di birra e ammoniaca. Le tende della fi-
nestra erano gi tirate. Mary accese una lampada sopra il televisore. La
stanza era una squallida topaia, con giornali e riviste accatastati a pile, vas-
soi di cene precotte disseminati in giro e abiti lasciati dov'erano caduti.
Shecklett tremava, poi fu colto da un attacco di tosse e si port le mani alla
bocca, ma Mary gli premette la canna della Colt sulla fronte, finch non in-
trecci di nuovo le dita dietro la testa.
Si allontan da lui e guard in fretta l'orologio da polso. Le nove e sette
minuti. Avrebbe dovuto sbrigare la faccenda in fretta, in modo da poter
trovare una buona occasione per il furgone prima di indossare l'uniforme e
fare il tragitto fino al St. James.
- Va bene, ho chiamato la polizia. E con questo? - La voce di She-
cklett tremava. - Lei avrebbe fatto lo stesso se avesse sentito qualcuno
urlare come un ossesso nella casa vicina. Non era un fatto personale. Non
lo far pi. Lo giuro su Dio. D'accordo?
- Hai dei soldi - disse Mary con voce inespressiva. - Dove sono?
- Soldi? Io non ho soldi! Sono povero, lo giuro su Dio! Lei tir indietro
il cane della Colt, puntando la pistola sul viso di Shecklett.
- Ascolti... aspetti un momento... cos' tutta questa storia, eh? Mi spie-
ghi di che si tratta e forse potr aiutarla.
- Tu hai dei soldi nascosti qui. Dove?
- Non ne ho! Ma guardi questa casa! Pensa che abbia dei soldi?
- Paula dice di s - ribatt Mary.
- Paula? - Il viso di Shecklett divenne grigio. - Che cosa c'entra
Paula con questo? Ges, io non le ho mai fatto del male, no?
Mary era stanca di perdere tempo. Prese fiato, sollev la Colt e la cal
ad arco sul viso di Shecklett, con forza selvaggia. Lui grid e si abbatt di
fianco, con il corpo tremante squassato dal dolore. Mary s'inginocchi vi-
cino a lui e accost la pistola alla tempia che pulsava. - Il tempo delle
stronzate  finito - gli disse. - Dammi i soldi. Capito?
- Aspetti... aspetti... oh, mi ha spaccato la faccia... aspetti...
Lei lo afferr per i capelli e lo rimise in ginocchio. Il vecchio aveva il
naso fracassato. I capillari rotti stavano diventando di un rosso violaceo, e
il sangue gli sgorgava dalle narici. Le lacrime scorrevano sulle guance ru-
gose di Shecklett. - La prossima volta ti faccio saltare i denti - disse
Mary. - Voglio i soldi. Pi meni il can per l'aia, pi ti far soffrire.
Shecklett alz la testa verso di lei battendo le palpebre, con gli occhi che
cominciavano a gonfiarsi. - Oh, Dio... per favore... per favore... - Mary
sollev di nuovo la Colt per colpirlo alla bocca, e il vecchio trasal e pia-
gnucol. - No! La prego! Nel cassettone! Primo cassetto, nei calzini! 
tutto quello che ho!
- Fammi vedere. - Mary si alz, indietreggi e tenne la pistola punta-
ta su Shecklett mentre si alzava traballando. Lo segu da vicino, mentre
percorreva un corridoio fino alla camera da letto, che pareva investita da
poco da un tornado. Il letto era senza lenzuola. Alle pareti erano appese fo-
to ingiallite in bianco e nero di Shecklett giovane con una bella donna bru-
na. Sul cassettone c'era la foto in cornice di Shecklett che portava un fez
con la nappina e stava in piedi in mezzo a un gruppo di membri della Holy
Shrine, panciuti e sorridenti. - Apri il cassetto - disse Mary, con le vi-
scere tese come una molla compressa. - Piano piano.
Shecklett lo apr al rallentatore, spaventato, col sangue che gli colava dal
naso. Fece per infilare la mano dentro, e Mary avanz e gli premette la
canna della pistola contro la testa. Guard nel cassetto, non vide altro che
mutande e calzini arrotolati. - Non vedo soldi.
- Sono l. Proprio l. - Lui tocc uno dei calzini arrotolati. - Non mi
faccia pi male, d'accordo? Ho il cuore malato.
Mary prese la pila di calze che le aveva indicato. Chiuse il cassetto e gli
restitu le calze. - Fammi vedere.
Shecklett le svolse, con mani tremanti. Dentro i calzini c'era un rotolo di
banconote. Lo tenne sollevato per farglielo vedere, e lei disse: - Contali.
Lui cominci. C'erano due biglietti da cento dollari, tre da cinquanta, sei
da venti, quattro da dieci, cinque da cinque e otto da un dollaro. Un totale
di 443 dollari. Mary gli strapp di mano i soldi. - Non sono tutti - disse.
- Dov' il resto?
Shecklett si port la mano al naso, con gli occhi gonfi scintillanti di pau-
ra. - Sono tutti. La mia pensione sociale.  tutto quello che ho al mondo.
"Fottuto bugiardo!" pens lei, e per poco non lo colp di nuovo al viso,
ma le serviva cosciente. - Tirati indietro - gli ordin. Quando lui obbe-
d, Mary sfil i cassetti uno dopo l'altro e ne rovesci il contenuto sul letto.
In un paio di minuti ebbe finito; la pila conteneva le magliette di Shecklett,
maglioni, copie di Cavalier, Nugget e National Geographic, fazzoletti, una
bottiglia piena di J.W. Dant e una rimasta a met, e le altre cianfrusaglie di
una vita solitaria, ma niente denaro, a parte qualche monetina da un quarto
di dollaro, da venti e da dieci centesimi.
Mary Terror si gir per affrontare il vecchio, che si era appiattito contro
la parete, e disse: - Paula pensa che tu hai messo da parte un sacco di
soldi.  vero o no?
- Che cosa ne sa lei di Paula? Non ha mai nemmeno incontrato mia fi-
glia!
Mary and all'armadio della camera da letto, lo apr e lo mise a soqqua-
dro, mentre Shecklett continuava a chiederle come facesse a conoscere la
figlia. Mary rovesci il materasso e poi l'intera rete del letto, senza trovare
altro che vassoi di cene precotte e giornali vecchi sotto il letto. Travolse
come un bulldozer l'armadietto dei medicinali nel bagno e divelse i pensili
in cucina, e quando la ricerca fu finita sapeva di conoscere Shecklett molto
meglio di Paula.
- Non c' altro, davvero? - domand, puntandogli contro la Colt.
- L'ho detto che non c'era! Ges Cristo, guardi che cosa ha fatto alla
mia casa!
- Dammi il portafogli.
Shecklett lo ripesc dai pantaloni e glielo consegn. Non c'erano carte di
credito, e il portafogli conteneva un biglietto da cinque e tre da un dollaro.
- Ascolti - disse Shecklett mentre Mary intascava i soldi e gettava via il
portafogli - adesso mi ha preso fino all'ultimo centesimo. Perch non se
ne va e basta?
- Giusto. Prima me ne vado, prima puoi chiamare i porci, vero?
Lo sguardo di Shecklett si pos sulla pistola. Lo sollev fino al viso di
Mary, poi lo riport sulla pistola. Il pomo di Adamo ballonzolava. - Non
lo dir a nessuno - promise.
- Togliti i vestiti - ordin Mary.
- Eh?
- I vestiti. Via.
- I vestiti? Ma come mai vuole che...
Lei gli piomb addosso prima che potesse aggiungere un'altra parola. La
pistola si alz e si abbass, e il vecchio cadde sulle ginocchia, con la ma-
scella rotta e tre denti allentati. Gemendo di dolore, cominci a spogliarsi.
Quando ebbe finito, col corpo bianco e ossuto nudo, Mary disse: - Alzati.
- Lui obbed, con gli occhi infossati fra le palpebre gonfie e terrorizzati.
- In bagno - gli ordin, e lo segu dentro. - Mettiti dentro la vasca a
quattro zampe. - A quell'ordine il vecchio recalcitr, e cominci a suppli-
carla di lasciarlo stare, che non lo avrebbe detto a nessuno, non lo avrebbe
mai detto a nessuno. Lei premette la canna della pistola contro la scaletta
della spina dorsale, e lui entr nella vasca nella posizione che gli aveva
imposto.
- Gi la testa. Non guardarmi - disse Mary. Il torace scheletrico di
Shecklett si sollev, e lui toss con violenza per un minuto circa. Lei attese
che la tosse si calmasse, poi estrasse il coltello dalla cintura.
- Giuro che non lo dir ad anima viva. - Il suo torace si sollev di
nuovo, stavolta in un singhiozzo. - Dio, la prego, non mi faccia male. Io
non le ho mai fatto niente. Non lo dir a nessuno. Terr la bocca chiusa, lo
giuro su...
Mary prese uno straccio per le pulizie dal lavandino e lo ficc nella boc-
ca di Shecklett. Lui ansim ed ebbe un conato, e allora Mary si chin sul
suo corpo nudo. Ficc il coltello di lato nella gola di Shecklett, con le noc-
che che sfregavano sulla carta vetrata della sua pelle. Prima che Shecklett
potesse capire appieno quello che lei stava facendo, Mary gli tagli la gola
da un orecchio all'altro con la lama stretta, e il sangue vermiglio zampill
in aria.
Shecklett tent di urlare malgrado lo straccio. Mentre il sangue sprizzava
nella vasca dalla carotide recisa, Shecklett si afferr la gola con una mano
e fece per alzarsi sulle ginocchia. Mary gli punt un piede sulle reni e lo
spinse di nuovo gi. Il corpo del vecchio si dibatteva e fremeva sotto la
forza di Mary, mentre il sangue scorreva nella vasca uscendo a scatti come
da un rubinetto. - Mi chiamo Mary Terror - gli disse mentre moriva dis-
sanguato. - Soldato dello Storm Front. Combattente per la libert dei cit-
tadini privi di diritti nello stato stupratore di coscienze, e giustiziera dei
porci dello stato. - Lui stava tentando di nuovo di alzarsi, con la coscien-
za della morte prossima che gli consentiva un ultimo sprazzo di energia.
Lei dovette tenerlo gi con forza, e il flusso di adrenalina cess in pochi
secondi. Si dibatt sul fondo della vasca come se nuotasse a rana nel suo
stesso sangue. - Patrona dei giusti. Protettrice dei deboli. Nemica della
mentalit che prevarica sulle coscienze, e custode della fede.
Aveva un fiume di sangue, per essere un vecchio ossuto.
Mary si sedette sul bordo della vasca e lo guard morire. C'era qualcosa
in lui che la fece pensare a un neonato che nuotava in un mare di sangue e
fluido materno per venire alla luce. Il vecchio mor senza un fremito o un
ultimo sussulto disperato. S'indebol sempre pi, semplicemente, finch la
debolezza lo uccise. E rimase l nella vasca, con la vita che scorreva nello
scarico, gli occhi aperti e la pelle del colore di un pesce che Mary aveva
visto una volta, arenato e con la pancia gonfia su una spiaggia grigia.
Mary si alz in piedi. Squarci con il coltello il materasso in camera da
letto, tanto per assicurarsi che non ci fossero nascosti dentro dei soldi.
L'imbottitura di cotone fuoriusc gonfiandosi, e serv a pulire la lama. Poi
Mary lasci l'appartamento di Shecklett e chiuse la porta dietro di s, pi
ricca di 551 dollari e alcuni spiccioli.
L'uniforme era pronta. Fece una doccia con Dio appollaiato sugli alto-
parlanti, il basso che martellava le pareti come un pugno impaziente. Pri-
ma che il giorno finisse, sarebbe diventata madre. Si ripul le mani dagli
schizzi di sangue, e sorrise avvolta in un velo di vapore.
6
Mani grosse
Il sabato mattina, poco dopo le undici, Doug era in piedi vicino alla fine-
stra della stanza 21. Guardava le nuvole muoversi nel cielo color peltro, e
pensava alla domanda che Laura gli aveva appena rivolto.
Da quanto tempo dura la relazione?
Naturalmente sapeva. Lui aveva capito che sapeva il giorno prima; glielo
aveva letto negli occhi quando le aveva detto che non aveva potuto liberar-
si dal lavoro fin dopo la mezzanotte del gioved. Gli occhi di Laura aveva-
no guardato attraverso di lui, come se non fosse pi realmente l. Non vo-
glio sentirne parlare aveva detto, ed era ammutolita. Ogni volta che le
parlava, si scontrava con lo stesso muro di parole: Non voglio sentirne
parlare. Lui aveva capito che era sconvolta perch non era stato presente
alla nascita di David, e quel fatto gli rodeva come tanti piccoli piranha, de-
cisi a spolparlo fino alle ossa, ma poi si era accorto che c'era dell'altro.
Laura sapeva. Chiss come, sapeva. Quanto sapesse, non poteva dirlo con
certezza, ma il solo fatto che sapesse era abbastanza grave. Per tutto il
giorno e la sera precedenti era stato o Non voglio sentirne parlare oppu-
re un gelido silenzio. La madre di Laura, che era arrivata ad Atlanta il
giorno prima insieme al marito per vedere il nipotino, gli aveva chiesto che
cosa avesse Laura, come mai non volesse parlare, non volesse fare altro
che tenere in braccio il bambino e coccolarlo. Lui non aveva potuto ri-
spondere perch non lo sapeva. In quel momento lo sapeva, e guardava il
cielo color peltro nella speranza di riuscire a pensare a qualcosa da dire.
- La verit - disse Laura, leggendogli il pensiero nella rigida riluttan-
za del corpo. - Ecco che cosa voglio.
- Una relazione? - Volt le spalle alla finestra, con un sorriso da
commesso viaggiatore incollato sulle labbra. - Andiamo, Laura! Non rie-
sco a crederti... - S'interruppe perch suo figlio era a poche porte di di-
stanza, dietro il vetro del nido, e lui non riusciva a portare avanti la men-
zogna.
- Da quanto tempo? - insistette lei. Aveva il viso smunto e pallido, gli
occhi stanchi. Si sentiva leggera nel corpo e oppressa nello spirito. - Un
mese? Due mesi? Vorrei saperlo, Doug.
Lui rimase in silenzio. La sua mente stava cercando uno spiraglio, come
un topolino che sente un passo nell'oscurit.
- Lei abita negli Appartamenti Hillandale - riprese Laura. - Interno
5-E. Gioved sera ti ho seguito fin l.
Doug apr la bocca. Rimase a bocca aperta. Gli sfugg un lieve ansito.
Lei vide il rossore salirgli alle guance. - Tu... mi hai seguito? Veramente
tu... mio Dio, mi hai davvero seguito? - Scosse la testa, incredulo. - Ge-
s, non posso crederci! Mi hai seguito come... come se fossi una specie
di... criminale comune o roba del genere?
- BASTA, DOUG! - Il tuono le sfugg prima che potesse trattenerlo.
Non era una urlatrice, tutt'altro, ma l'ira evidentemente scaturiva da tutti i
pori del suo corpo, come vapore bollente. - Piantala con le bugie, d'ac-
cordo? Smettila di mentire, subito!
- Tieni bassa la voce, per favore.
- No, che diavolo, non terr bassa la voce. - L'espressione scioccata e
indignata di Doug era come cherosene sui carboni. Le fiamme divamparo-
no alte, sfuggendo al suo controllo. - So che hai una ragazza, Doug! Ho
trovato i due biglietti! Ho scoperto che Eric era a Charleston la sera che
avrebbe dovuto chiamarti in ufficio! Qualcuno mi ha telefonato e mi ha
detto qual era il suo indirizzo. Puoi giurarci che ti ho seguito, e per Dio
speravo che non andassi da lei, ma invece eccoti l! Proprio li! Com'era la
birra, Doug? - Sent la sua bocca torcersi in una smorfia amara. - Vi
siete goduti le sei lattine? Mi si sono rotte le acque proprio l nel parcheg-
gio, mentre tu andavi verso la sua porta! Mentre nostro figlio... mio figlio...
nasceva, tu facevi le capriole a letto con una sconosciuta all'altro capo del-
la citt!  stato bello, Doug? Avanti, dimmelo, dannazione!  stato bello?
 stato davvero davvero bello?
- Hai finito? - Lui aveva le labbra serrate e un'espressione stoica, ma
Laura vide nei suoi occhi il luccichio della paura.
- NO! No, non ho finito! Come hai potuto fare una cosa simile? Sa-
pendo che io stavo per avere David? Come? Ma non hai una coscienza?
Mio Dio, devi essere convinto che sia proprio stupida! Credevi che non lo
avrei mai saputo?  cos? Credevi di poter continuare per sempre questa
vita segreta, e che io non lo avrei mai immaginato? - Le lacrime le bru-
ciavano gli occhi. Le respinse con forza, e sparirono. - Avanti, sentiamo!
Sentiamo come pensavi di poter avere la tua fetta di torta a casa e la tua...
- Non poteva pronunciare la parola che stava pensando. - la tua ami-
chetta agli Appartamenti Hillandale, senza che io lo scoprissi!
Il rossore era scomparso dalle guance di Doug. Restava l immobile, li-
mitandosi a fissarla con occhi che scintillavano come monete false, e le
sembrava molto piccolo. Sembrava essersi raggrinzito nello spazio di un
minuto o poco pi, al punto che i pantaloni Dockers color kaki e la polo
erano appesi a uno scheletro di ossa e bugie. Alz una mano per toccarsi la
fronte, e Laura vide che la mano tremava. - Qualcuno te lo ha detto? -
domand. Anche la sua voce era rimpicciolita. - Chi  stato?
- Un'amica. Da quanto tempo dura questa storia? Vuoi dirmelo o no?
Lui inspir e poi si lasci sfuggire il fiato. Si stava sgonfiando, proprio
sotto i suoi occhi. Il suo viso era diventato gessoso e pallido, e sembrava
parlare con grande sforzo. - L'ho... conosciuta... in settembre. La... la ve-
do da... dalla fine di ottobre.
Natale. Per tutto Natale Doug era andato a letto con un'altra donna. Per
tre mesi, mentre David cresceva dentro di lei, Doug aveva continuato i
suoi febbrili andirivieni dagli Appartamenti Hillandale. Laura gemette: -
Oh, mio Dio - e si premette la mano sulla bocca.
- Fa la segretaria in un'agenzia immobiliare - continu Doug, sfer-
zandola con una voce piccola e sommessa. - L'ho conosciuta mentre fa-
cevo un lavoro per uno dei titolari. Mi  sembrata... non so, carina, imma-
gino. L'ho invitata fuori a pranzo. Ha accettato. Sapeva che ero sposato,
ma non le importava. - Doug distolse lo sguardo da Laura, scrutando di
nuovo le nuvole. -  successo in fretta. Due appuntamenti di fila a pran-
zo, e poi l'ho invitata a cena. Lei ha risposto che mi avrebbe preparato la
cena a casa sua. Mentre andavo laggi, ho fermato la macchina lungo la
strada e sono rimasto seduto a riflettere. Sapevo quello che stavo facendo.
Sapevo che stavo calpestando te e David. Lo sapevo.
- Ma lo hai fatto lo stesso. Molto premuroso da parte tua.
- L'ho fatto lo stesso - ammise lui. - Non ho nessun'altra scusa se
non una vecchia e logora: ha 23 anni, e quando ero con lei mi sentivo di
nuovo un ragazzo. Appena agli inizi, senza responsabilit, senza moglie,
senza figlio in arrivo, niente mutuo per la casa, niente rate della macchina,
nient'altro che l'orizzonte sconfinato davanti a me. Sembrano stronzate,
non  vero?
- S.
- Pu darsi, ma  la verit. - Lui la guard, col viso invecchiato dalla
pena. - Avevo intenzione di non vederla pi. Doveva essere la storia di
una sola volta. Ma... mi ha preso la mano. Lei si sta preparando agli esami
per agente immobiliare, e io l'ho aiutata a fare i compiti a casa. Bevevamo
vino e guardavamo vecchi film. Sai, parlare con una persona di quella et 
come parlare a un essere di un altro pianeta. Non ha mai sentito nominare
Howdy Doody, o gli Steppenwolf, o Mighty Mouse o John Garfield o Bo-
ris Karloff o... - Scroll le spalle. - Immagino che stessi tentando di
reinventare me stesso, forse. Di ringiovanirmi, di tornare com'ero prima di
sapere come va il mondo. Lei mi guardava e vedeva qualcuno che tu non
conosci, Laura. Riesci a capirlo?
- Perch non mostravi quella persona a me? - chiese lei. Aveva la vo-
ce incrinata, ma tratteneva le lacrime. - Io volevo vederti. Perch non me
lo hai permesso?
- Tu conosci il vero me stesso - ribatt Doug. - Era pi facile in-
gannare lei.
Laura si sent schiacciare dalla disperazione. Avrebbe voluto infuriarsi e
urlare e lanciare qualcosa, ma non lo fece. Con voce sommessa, disse: -
Una volta ci amavamo, non  vero? Non  stata tutta una menzogna, vero?
- No, non era una menzogna - rispose Doug. - Ci amavamo. - Si
pass il dorso della mano sulla bocca, con gli occhi vitrei e sfocati. - Riu-
sciremo a superare questa storia? - domand.
Qualcuno buss alla porta. Entr un'infermiera con i capelli rossi e ricci,
portando un esserino avvolto in una trapunta azzurra. L'infermiera sorrise,
rivelando incisivi grossi. - Ecco il piccolo! - annunci in tono vivace, e
porse David alla madre.
Laura lo prese. Aveva la pelle rosea, la testolina, rimodellata in un ovale
dalle mani gentili del dottor Bonnart, coperta di una leggera peluria casta-
na. Fece un suono miagolante, e batt le ciglia sugli occhi azzurro chiaro.
Laura sent il suo odore, un profumo di pesche e panna che aveva avvertito
fin dalla prima volta che le avevano portato David dopo averlo pulito. In-
torno alla caviglia sinistra grassoccia portava una fascetta di plastica con
battuto a macchina sopra "Maschio, Clayborne, Stanza 21". Il miagolio di-
venne un singhiozzo, e Laura fece: - Shhh, shhh - cullandolo fra le
braccia.
- Credo che abbia fame - disse l'infermiera.
Laura apr la parte superiore della camicia da ospedale e guid la bocca
di David verso uno dei capezzoli. Una delle manine di David si chiuse sul-
la carne del seno e la sua bocca si mise al lavoro. Era una sensazione piena
di soddisfazione e - s - di sensualit, e Laura mand un sospiro profondo
mentre suo figlio succhiava il latte materno.
- Ecco fatto. - L'infermiera offr un sorriso a Doug, poi se lo riprese
quando vide il suo viso pallido con gli occhi infossati. - Bene, ve lo la-
scer per un po' - disse, e poi lasci la stanza.
- Gli occhi - disse Doug, chinandosi a guardare David.
- Somigliano ai tuoi.
- Vorrei che te ne andassi - gli disse lei.
- Possiamo parlarne, no? Possiamo risolvere tutto.
- Vorrei che te ne andassi - ripet Laura, e sul suo viso Doug non tro-
v misericordia.
Si raddrizz, fece per parlare ancora, ma cap che era inutile. Lei non gli
prestava pi attenzione, l'aveva concentrata tutta sul bambino che stringeva
al seno. Dopo un minuto o due in cui non si sent altro suono che quello
della bocca di David che succhiava dal capezzolo gonfio di Laura, Doug
usc dalla porta e scomparve.
- Ti far diventare grande e forte - disse lei al figlio in tono carezze-
vole, il viso illuminato di nuovo da un sorriso. - S, grande e forte.
Era un mondo duro, e la gente poteva ridurre l'amore in cenere e calpe-
stare le ceneri. Ma in quel momento la madre teneva stretto il figlio e gli
parlava con dolcezza, e tutta l'asprezza del mondo era tenuta a bada. Laura
non voleva pensare a Doug e a quello che li aspettava, cos non lo fece.
Baci la fronte di David e sent il sapore della sua pelle dolce. Segu con
l'indice le lievi linee azzurrine delle vene sulla tempia. Il sangue vi scorre-
va dentro impetuoso, il cuore batteva e i polmoni erano al lavoro: il mira-
colo si era avverato, ed era proprio l, fra le sue braccia. Lo guard battere
le palpebre, osserv gli occhi azzurro chiaro concentrati su un regno di
sensazioni. Era tutto ci di cui aveva bisogno.
I suoi genitori rientrarono dopo un quarto d'ora circa. Avevano tutti e
due i capelli grigi, Miriam aveva la mascella decisa e gli occhi scuri e
Franklin un sorriso semplice, scherzoso. In apparenza non s'interessarono
di dove fosse Doug, forse perch fiutavano il fumo della collera di Laura,
che aleggiava ancora nella stanza. La madre di Laura tenne in braccio Da-
vid per un po' e lo coccol, poi glielo restitu quando cominci a piangere.
Il padre osserv che David prometteva di diventare un ragazzone, con le
mani grandi adatte a lanciare un pallone da football. Laura sub i genitori
con sorrisi cortesi e cenni di assenso, mentre teneva David stretto a s. Da-
vid ogni tanto piangeva e poi smetteva, come se si girasse un piccolo inter-
ruttore, ma Laura lo cullava e lo vezzeggiava, e ben presto il neonato si
addorment fra le sue braccia, con il cuore che batteva forte e regolare.
Franklin si mise comodo a leggere il giornale, e Miriam si era portata il la-
voro a piccolo punto. Laura dormiva, con David annidato vicino a lei. Fece
una smorfia nel sonno, sognando una pazza su un balcone e due spari.
All'una e 28 minuti, un furgone Chevy verde oliva, con alcuni fori ar-
rugginiti nello sportello del passeggero e il finestrino posteriore sinistro in-
crinato, si accost alla rampa di carico sul retro dell'ospedale St. James. La
donna che scese portava una divisa da infermiera bianca con guarnizioni
blu scuro. La targhetta di plastica sul taschino la identificava come Janette
Leister. Vicino alla targhetta era appuntato un bottone giallo di Smiley.
Mary Terror si ferm un attimo per ripescare un sorriso dal profondo
della faccia. Aveva l'aria tirata a lucido e rubiconda, e si era messa un luci-
dalabbra chiaro. Il cuore le martellava, aveva lo stomaco annodato dal ner-
vosismo. Ma trasse alcuni respiri profondi, pensando al bambino che stava
per portare a Lord Jack. Il bambino era lass al primo piano, ad aspettarla
in una delle tre stanze con il fiocco azzurro sulla porta. Quando fu pronta,
sal i gradini fino alla rampa di carico. Una cesta per la biancheria e un car-
rello a mano erano stati lasciati l. Lei spinse la cesta verso la porta e pre-
mette il pulsante del citofono, poi rimase in attesa.
Nessuno rispose. "Su, forza!" pens. Premette di nuovo il pulsante.
Dannazione, come mai nessuno sentiva il campanello? E se avesse aperto
un addetto alla sicurezza? E se qualcuno si fosse accorto subito del trave-
stimento e le avesse sbattuto la porta in faccia? Lei portava l'uniforme giu-
sta, i colori giusti, le scarpe giuste. "Andiamo, andiamo!"
La porta si apr.
Una donna negra, una delle inservienti della lavanderia, si affacci a
guardare.
- Sono rimasta chiusa fuori! - esclam Mary, con un sorriso fisso e
rigido. - Ci crederebbe? La porta si  chiusa ed eccomi qui! - Cominci
a spingere la cesta davanti a s oltre la soglia. Ci fu un secondo o due in
cui pens che la donna non l'avrebbe lasciata passare, e disse in tono alle-
gro: - Mi scusi, devo passare!
- Sissignora, entri pure. - La lavandaia sorrise e indietreggi, tenendo
la porta aperta. - Sta arrivando un bel temporale!
- Sicuro. - Mary Terror fece altri tre passi lunghi, tenendo la cesta
davanti a s. La porta si richiuse alle sue spalle con uno scatto.
Era entrata.
- Certo che si dev'essere persa! - disse la lavandaia. - Come mai 
finita quaggi?
- Sono nuova. Ho cominciato appena qualche giorno fa. - Mary si
stava allontanando dalla donna, guidando la cesta in un lungo corridoio.
Sentiva il mormorio del vapore e i tonfi ritmici delle lavatrici al lavoro. -
Si vede che non mi so orientare come pensavo.
- Lo credo! Ci vorrebbe una mappa per girare in questo labirinto.
- Buona giornata, allora - disse Mary, e abbandon la cesta vicino a
un gruppo di altre ceste, parcheggiato vicino al locale della lavanderia. Ac-
celer il passo, addentrandosi nell'ospedale. La lavandaia disse: - Arrive-
derci - ma Mary non rispose. Era tutta concentrata sul percorso che l'a-
vrebbe portata alla porta delle scale, e camminava di buon passo lungo il
corridoio, con i tubi del vapore che sibilavano sopra la sua testa.
Super una curva e si ritrov a una ventina di passi da una donna poli-
ziotto con una ricetrasmittente, che andava nella sua stessa direzione. Il
cuore di Mary perse un colpo, e lei rimase indietro per un minuto o due,
lasciando il tempo alla donna poliziotto di sgombrare il campo. Poi, quan-
do il corridoio fu libero, Mary si diresse di nuovo verso le scale. I suoi oc-
chi saettavano avanti e indietro, controllando le porte ai due lati del corri-
doio. Aveva i sensi in allarme, e il sangue ghiacciato nelle vene. Sent del-
le voci qua e l, ma non vide nessun altro. Finalmente raggiunse la tromba
delle scale, apr la porta e cominci a salire.
Mentre superava il pianterreno, si trov di fronte un'altra prova: due in-
fermiere che scendevano. Fece balenare di nuovo il sorriso, le due infer-
miere sorrisero con un cenno, e Mary le oltrepass con le mani umide di
sudore. Poi arriv alla porta con un grosso due sopra. Mary la varc, con-
trollando con lo sguardo il nastro nero che teneva abbassato lo scatto della
serratura e ingannava l'allarme. Si trovava nel reparto maternit, e non c'e-
ra nessun altro nel corridoio, fra lei e la curva che portava al banco delle
infermiere.
Mary sent un lieve scampanellio che, immagin, convocava una delle
infermiere. Il pianto dei bambini si spandeva attraverso il corridoio come il
canto di una sirena. Ora o mai pi. Scelse la stanza 24, ed entr come se
fosse la padrona dell'ospedale.
C'era una giovane donna a letto, che allattava il neonato. Un uomo era
seduto su una sedia vicino al letto, osservando la scena con autentica me-
raviglia. Rivolsero entrambi la loro attenzione all'infermiera alta un metro
e ottanta che entrava, e la giovane madre sorrise con aria sognante e disse:
- Stiamo andando benissimo.
L'uomo, la donna e il figlio erano negri.
Mary si ferm. Disse: - Lo vedo.  un semplice controllo. - Poi si
volt e usc. Non poteva portare a Lord Jack un figlio nero. Attravers il
corridoio fino alla stanza 23 e trov una donna bianca a letto che parlava
animatamente con un'altra giovane coppia e un uomo di mezza et, con al-
legri mazzi di fiori e palloncini disposti in giro per la stanza. Il bambino
non era con lei. - Salve - disse a Mary. - Potrei avere il mio bambino,
che ne dice?
- Non vedo perch no. Glielo vado a prendere.
- Lei  proprio alta, eh? - fece l'uomo di mezza et, e il sorriso rivel
un dente d'argento.
Mary gli rivolse un sorriso, con gli occhi gelidi. Si volt, usc dalla stan-
za e si diresse verso la porta che aveva un fiocco azzurro e il numero 21
sopra.
Era nervosa. Se non avesse funzionato, stavolta, forse avrebbe dovuto
rinunciare alla missione.
Pens a Lord Jack, che l'aspettava presso la signora piangente, ed entr.
La madre era addormentata, con il bambino stretto al petto. Su una sedia
vicino alla finestra era seduta una donna anziana con i capelli grigi e ricci
che lavorava a piccolo punto. - Salve - disse la donna sulla sedia. -
Come va, oggi?
- Benissimo, grazie. - Mary vide gli occhi della madre cominciare ad
aprirsi. Anche il bambino prese ad agitarsi: le sue palpebre fremettero a-
prendosi per un secondo, e Mary vide che gli occhi del piccolo erano az-
zurro chiaro, come quelli di Lord Jack. Il suo cuore diede un balzo. Era
opera del karma.
- Oh, mi sono appisolata. - Laura batt le ciglia, cercando di mettere
a fuoco l'infermiera che troneggiava sul letto. Una donna imponente con
un viso banale e i capelli castani. Un bottone giallo di Smiley sulla divisa.
La targhetta col nome diceva Janette qualcosa. - Che ora ?
- L'ora di pesare il bambino - rispose Mary. Avvertiva la tensione
nella propria voce, e la domin. - Ci metter solo un minuto o due.
- Dov' pap? - chiese Laura alla madre.
- E sceso a comprare un'altra rivista. Conosci lui e la sua lettura.
- Posso pesare il bambino, prego? - Mary tese le braccia per ricever-
lo.
David si stava svegliando. La sua reazione iniziale fu aprire la bocca e
lanciare un grido acuto, sottile. - Penso che abbia di nuovo fame - disse
Laura. - Posso allattarlo prima?
Non poteva rischiare che entrasse una vera infermiera, pens Mary.
Continu a sorridere. - Non ci vorr molto. Sbrighiamo questa faccenda,
va bene?
Laura rispose: - Va bene - anche se desiderava allattarlo. - Non l'ho
vista, finora.
- Lavoro soltanto nel fine settimana - rispose Mary a braccia tese.
- Shhh, shhh, non piangere - disse Laura a suo figlio. Lo baci sulla
fronte, annusando l'aroma di pesche e panna della sua pelle. - Oh, sei cos
prezioso - gli disse, e lo depose con riluttanza fra le braccia dell'infermie-
ra. Prov subito l'impulso di stringerlo di nuovo a s. L'infermiera aveva
mani grosse, e Laura vide che aveva una crosta rosso scuro sotto una delle
unghie. Guard di nuovo la targhetta col nome: Leister.
- Ecco fatto - disse Mary, cullando il neonato fra le braccia. - Ora
andiamo, tesoruccio. - Si avvi alla porta. - Glielo riporto subito.
- Ne abbia buona cura - disse Laura. "Dovrebbe lavarsi le mani" pen-
s.
- Certo. - Mary era quasi fuori della porta.
- Infermiera? - la richiam Laura.
Mary si ferm sulla soglia, con il bambino che ancora piangeva fra le
braccia.
- Pu portarmi del succo d'arancia, per favore?
- S, signora. - Mary volt le spalle, usc e vide il padre negro del
numero 24 che lasciava in quel momento la stanza, per dirigersi verso il
banco delle infermiere. Lei mise l'indice sulla bocca del bambino per ac-
quietare il suo pianto, oltrepass la porta delle scale e cominci a scendere.
- Aveva le mani sporche - disse Laura alla madre. - Lo hai notato?
- No, ma era la donna pi alta che abbia mai visto. - Osserv Laura
cambiare posizione sui cuscini e fare una smorfia per un dolore improvvi-
so. - Come ti senti?
- Bene, credo. Mi fa un po' male. - Le sembrava di essersi liberata di
un sacco di cemento indurito. Il corpo era tutto un dolore, i muscoli della
schiena e delle cosce erano ancora soggetti a crampi. Il ventre aveva perso
il gonfiore, ma lei era ancora intorpidita e appesantita dalla ritenzione idri-
ca. I trentadue punti fra le cosce, dove il dottor Bonnart aveva praticato un
taglio per allargare la vagina e consentire il passaggio della testa di David,
erano un motivo costante d'irritazione. - Credevo che le infermiere do-
vessero tenere le mani pulite - disse quando fu di nuovo comoda.
- Ho mandato tuo padre di sotto - disse la madre di Laura. - Penso
che dobbiamo parlare, non ti sembra?
- Parlare di cosa?
- Lo sai. - Si protese in avanti sulla sedia, con lo sguardo acuto. -
Del problema che c' fra te e Doug.
Naturale che se ne fosse accorta, pens Laura. Il radar di sua madre sba-
gliava di rado. - Il problema. - Laura annu. - S, certo che c' un pro-
blema.
- Mi piacerebbe sentirlo.
Laura sapeva che non c'era modo di evitare quella conversazione. Prima
o poi, avrebbe dovuto affrontarla. - Doug ha una relazione da ottobre -
cominci, e vide la madre aprire la bocca con un lieve sussulto. Laura con-
tinu a raccontarle tutta la storia, e la donna anziana ascolt con attenzio-
ne, mentre suo figlio veniva portato via, lungo un corridoio dove i tubi del
vapore sibilavano come serpenti ridestati.
Mary Terror, con l'indice stretto nella bocca del bambino, camminava a
lunghe falcate nel corridoio verso la porta della rampa di carico. Prima di
raggiungere la zona della lavanderia, si ferm nel punto in cui erano par-
cheggiate le ceste della biancheria. Una di esse conteneva sul fondo degli
asciugamani, e lei vi depose in mezzo il bambino e lo ricopr. Il neonato
gorgogli e miagol, ma Mary afferr la cesta e cominci a spingerla in
avanti. Mentre superava la lavanderia dove le negre erano al lavoro, Mary
vide la lavandaia che l'aveva fatta entrare.
- Di nuovo perduta? - grid la donna per sovrastare il frastuono delle
lavatrici e delle presse a vapore.
- No. Ora so dove sto andando - rispose Mary. Le scocc un rapido
sorriso e prosegu. Il bambino cominci a piangere un attimo prima che
Mary raggiungesse l'uscita, ma era un pianto sommesso, e il fracasso della
lavanderia lo sovrastava. Apr la porta. Il vento era aumentato di intensit,
e cadevano aghi argentei di pioggia. Spinse la cesta fuori, sulla rampa di
carico, e raccolse il neonato, ancora avvolto in un asciugamano. Poi scese
in fretta i gradini di cemento, fino al furgone che aveva ottenuto in cambio
del suo camioncino e di ottanta dollari al Friendly Ernie's Used Cars di
Smyrna, due ore prima. Depose il bambino che piangeva sul pavimento
dalla parte del passeggero, vicino al fucile a canne mozze. Avvi il motore,
che toss con violenza e fece sussultare tutto il furgone. I tergicristalli cigo-
lavano spazzando il vetro avanti e indietro.
Poi Mary Terror si allontan in retromarcia dalla rampa di carico, invert
la direzione e si allontan dall'ospedale che portava il nome di Dio. - Zit-
to, adesso! - disse al bambino. - Mary ti ha preso! - Il neonato conti-
nu a piangere.
Avrebbe dovuto imparare chi era che comandava.
Mary si lasci alle spalle l'ospedale e s'immise su un'autostrada, dove si
immerse nel mare di metallo sotto la pioggia d'argento.
7
Un vaso vuoto
- Salve. - L'infermiera aveva i capelli rossi e le guance coperte di len-
tiggini, e sorrideva radiosa. La targhetta diceva che il suo nome era Erin
Kingman. Lanci una rapida occhiata alla carrozzina vuota vicino al letto.
- Dov' David?
- Qualcuno lo ha portato a pesare - rispose Laura. - Mi pare che sia
stato un quarto d'ora fa. Le ho chiesto del succo d'arancia, ma forse era oc-
cupata.
- Chi lo ha preso?
- Una donna alta. Janette, si chiamava. Non l'avevo mai vista prima.
- Uh-huh. - Erin annu, con il sorriso ancora sulle labbra, ma le prime
farfalle cominciavano a svolazzarle nello stomaco. - Va bene, vado a cer-
carla. Scusatemi. - Usc in fretta dalla stanza, lasciando Laura e Miriam
alla loro conversazione.
- Divorzio. - Aveva un suono da campana a morto, pronunciato dalla
donna pi anziana. -  di questo che stai parlando?
- S.
- Laura, non  detto che ci debba essere un divorzio. Potresti andare da
un consulente matrimoniale e discutere della situazione. Il divorzio  una
faccenda penosa, sgradevole. E David avr bisogno di un padre. Non pen-
sare solo a te stessa, c' anche David.
Laura intu quello che stava per sentire. Attese senza parlare, con le ma-
ni serrate a pugno sotto il lenzuolo.
- Doug ti ha assicurato una vita piacevole - continu la madre, con il
tono di voce serio usato dalle donne che sapevano di avere barattato l'amo-
re con gli agi molto tempo prima.
-  stato un marito premuroso, no?
- Abbiamo comprato molte cose insieme, se  questo che intendi.
- Voi avete una storia. Una vita insieme, e ora un figlio. Hai una bella
casa, guidi una bella macchina, e non ti manca niente. Quindi il divorzio 
una scelta drastica, Laura. Forse potresti ottenere condizioni favorevoli, a-
limenti, ma una donna di 36 anni sola con un bimbo potrebbe avere delle
difficolt... - S'interruppe. - Sai che cosa voglio dire, non  vero?
- Non esattamente.
La madre sospir, come se Laura avesse la testa di legno.
- Una donna della tua et, con un bambino piccolo, potrebbe avere del-
le difficolt a trovare un altro uomo.  importante pensarci, prima di pren-
dere delle decisioni affrettate.
Laura chiuse gli occhi. Aveva le vertigini e la nausea, e si morse la lin-
gua perch non poteva fidarsi di quello che avrebbe detto alla madre.
- Ora sei convinta che ho torto. Lo hai pensato altre volte. Io cerco di
badare ai tuoi interessi perch ti voglio bene, Laura. Quello che devi capire
 per quale motivo Doug ha deciso di cercare distrazioni, e cosa puoi fare
per rimediare.
Lei spalanc gli occhi. - Rimediare?
- Esatto. Te lo dissi tanto tempo fa, un uomo volitivo come Doug ri-
chiede molte attenzioni. E ha bisogno anche di briglie lunghe. Prendi tuo
padre. Io l'ho sempre tenuto a briglie lunghe, e il nostro matrimonio se n'
avvantaggiato. Ci sono cose che una donna impara con l'esperienza, e nes-
suno pu insegnargliele. Pi le briglie sono lunghe, pi solido  il matri-
monio.
- Non posso... - Le vennero meno le parole. Ritent, senza fiato. -
Non posso credere che tu dica queste cose! Vuoi dire... che vuoi che resti
con Doug? Che guardi dall'altra parte se mai decider di - us il termine
della madre - cercare distrazioni di nuovo?
- Gli passer - replic la donna anziana. - Devi restare ad aspettarlo,
e lui capir che quello che ha in casa non ha prezzo. Doug  un buon lavo-
ratore e sar un buon padre. Queste sono cose molto importanti, oggigior-
no. Devi pensare a come sanare la ferita fra te e Doug, invece di parlare di
divorzio.
Laura non seppe mai che cosa avrebbe detto. Stava aprendo la bocca, il
sangue le pulsava nel viso, e sentiva l'urlo che cominciava ad acquistare
forza nei polmoni. Ardeva dal desiderio di vedere la madre farsi piccola di
fronte alla sua voce, ardeva dal desiderio di vederla alzarsi da quella sedia,
e uscire dalla stanza a passo di carica con il broncio tanto esercitato. Doug
era un estraneo per lei, e anche sua madre. Non conosceva nessuno di quei
pretendenti al suo amore. Stava per gridarlo in faccia alla madre, anche se
non sapeva ancora che cosa avrebbe detto.
Non lo avrebbe mai saputo.
Due infermiere, di cui una era Erin Kingman e l'altra una donna pi an-
ziana e robusta, entrarono nella stanza. Dietro di loro c'era un uomo in
giacca blu e pantaloni grigi, col viso rotondo e paffuto e i capelli neri, radi
sopra l'alta fronte convessa. Portava occhiali con la montatura nera, e le
scarpe gli scricchiolavano mentre si avvicinava al letto di Laura.
- Mi scusi - disse l'infermiera pi anziana alla madre di Laura. La sua
targhetta diceva: Kathryn Langner. - Vorrebbe accompagnare fuori la si-
gnorina Kingman per alcuni minuti, prego?
- Che cosa c'? - La madre di Laura si alz, il radar in piena allerta.
- Che cosa c' che non va?
- Venga con me, per favore. - Erin Kingman rimase in piedi a fianco
della donna. - Usciremo soltanto nel corridoio, va bene?
- Che sta succedendo? Laura, cos' tutta questa storia?
Laura non sapeva che rispondere. L'infermiera pi anziana e l'uomo pre-
sero posto ai lati del letto. Un presagio di orrore invase come una marea
gelida il corpo di Laura. "Oh, Ges!" pens. " David.  successo qualco-
sa a David!"
- Il mio bambino! - si sent esclamare freneticamente.
- Dov' il mio bambino?
- Vuole aspettare nel corridoio, per favore? - L'uomo parl a Miriam
in un tono piatto, che sottintendeva che lo avrebbe fatto, le piacesse o me-
no. - Signorina Kingman, chiuda la porta uscendo.
- Dov' il mio bambino? - Laura si sentiva battere forte il cuore, e
avvert una nuova stilettata di dolore fra le gambe.
- Voglio vedere David!
- Fuori - disse l'uomo alla madre di Laura. La signorina Kingman
chiuse la porta. Kathryn Langner strinse una mano di Laura, e l'uomo disse
con voce pi bassa e calma: - Signora Clayborne, mi chiamo Bill Ram-
sey e sono il capo del servizio di sicurezza, qui. Ricorda il nome dell'in-
fermiera che ha portato via il bambino da questa stanza?
- Janette qualcosa. Cominciava con una L. - Non riusciva a ricordare
il cognome, e il suo cervello era intorpidito dallo choc. - Che cosa c'?
Ha detto che mi avrebbe riportato subito il bambino. Lo vorrei adesso.
- Signora Clayborne - disse Ramsey - nel reparto maternit non la-
vora nessuna infermiera con quel nome di battesimo. - Dietro le lenti, gli
occhi erano neri come la montatura. Una vena pulsava sulla tempia sinistra
priva di capelli. - Pensiamo che la donna possa aver portato il suo bam-
bino fuori dell'ospedale.
Laura batt le palpebre. La sua mente respinse le ultime tre parole. -
Cosa? Portato dove?
- Fuori dell'ospedale - ripet Ramsey. - In questo momento i nostri
agenti stanno controllando tutte le uscite. Voglio che lei rifletta attenta-
mente e mi dica che aspetto aveva l'infermiera.
- Era un'infermiera. Ha detto che lavorava nel fine settimana. - Il
sangue rombava nella testa di Laura. Sentiva la propria voce provenire
come dal fondo di una lunga galleria. "Sto per svenire" pens. "Buon Dio,
sto proprio per svenire." Strinse la mano dell'infermiera e fu ricambiata da
una pressione potente.
- Portava l'uniforme da infermiera, esatto?
- S. Una divisa. Era un'infermiera.
- Si chiamava Janette. Glielo ha detto lei?
- Era... era... sulla targhetta. Vicino a Smiley.
- Prego?
- La... faccia di Smiley - rispose Laura. - Era giallo. Un bottone di
Smiley.
- Di che colore aveva i capelli e gli occhi?
- Io non... - Aveva il cervello congelato, le sembrava che tutto il calo-
re fosse rimasto intrappolato nel viso. - Capelli castani. Lunghi fino alle
spalle. Gli occhi erano... azzurri, credo. No, grigi. Non riesco a ricordare.
- Aveva qualcos'altro di particolare? Naso storto? Sopracciglia pesanti?
Lentiggini?
- Alta - disse Laura. - Una donna grossa. Alta. - Si sentiva la gola
chiusa, puntini neri le roteavano davanti agli occhi. Soltanto la pressione
della mano dell'infermiera le impediva di svenire.
- Alta quanto? Um metro e sessantacinque? Un metro e settanta? Pi
alta?
- Pi alta. Un metro e ottanta. Forse di pi.
Bill Ramsey infil la mano sotto la giacca e tir fuori un walkie-talkie.
Lo accese con uno scatto. - Eugene, parla Ramsey. Stiamo cercando una
donna in uniforme da infermiera, descrizione seguente: capelli castani lun-
ghi fino alle spalle, occhi azzurri o grigi, alta all'incirca un metro e ottanta.
Un momento. - Guard di nuovo Laura, che era sbiancata in faccia tranne
cerchi rossi intorno agli occhi. - Robusta, snella o di corporatura media?
- Grossa. Robusta.
- Eugene? Robusta. Porta una targhetta che la identifica come Janette,
il cognome comincia con una L. Ricevuto?
Ricevuto rispose la voce crepitante al walkie-talkie.
- Il bottone - gli ramment Laura. Stava per vomitare, lo stomaco as-
salito dalla nausea. - Il bottone di Smiley.
Ramsey accese di nuovo il walkie-talkie e trasmise a Eugene l'informa-
zione supplementare.
- Sto per sentirmi male - disse Laura a Kathryn Langner, con le
guance rigate di lacrime. - Mi aiuti ad andare in bagno, per favore.
L'infermiera l'aiut, ma Laura non fece in tempo a raggiungere il bagno
prima di vomitare il pranzo. Laura, gelida come la morte, scivol dalla
stretta della donna e cadde in ginocchio sul pavimento, e quando vi piom-
b riversa sent il dolore acuto dei punti che si laceravano fra le cosce. Fu
chiamato qualcuno per pulire il disastro, Laura fu rimessa a letto scossa dai
brividi e stordita dallo choc, e Ramsey permise alla madre di rientrare nella
stanza con la signorina Kingman. La giovane infermiera aveva gi spiegato
alla madre di Laura quello che stava succedendo, e Ramsey sedette accan-
to al letto e rivolse altre domande a tutt'e due. Nessuna riusciva a ricordare
il cognome della donna. - Lewis? Logan? - suggeriva Ramsey. - Lar-
son? Lester?
- Lester - disse la madre di Laura. - Eccolo!
- No, non era quello - la contraddisse Laura. - Era qualcosa di simi-
le a Lester.
- Pensi intensamente. Cerchi di vedere la targhetta col nome nella sua
mente. Riesce a vederla?
- Era Lester! - Insistette la donna pi anziana. - So qual era! - A-
veva il viso infiammato dalla collera. - Ges Cristo,  questo il modo di
dirigere un ospedale? Lasciare che i pazzi entrino a rubare i bambini?
Ramsey non le prestava attenzione. - Cerchi di vedere la targhetta col
nome - disse a Laura mentre l'infermiera le premeva sulla fronte una
compressa fredda. - Guardi il cognome. Qualcosa come Lester. Qual ?
- Lester, in nome di Dio! - insistette Miriam.
Laura vide con la mente la targhetta, lettere bianche su fondo blu. Vide il
nome di battesimo, e poi il cognome usc nitido dalla nebbia. - Leister,
penso che fosse. - Lo pronunci lettera per lettera. - L-e-i-s-t-e-r.
Subito Ramsey riprese il walkie-talkie. - Eugene, Ramsey. Chiama
l'ufficio del personale e fa' controllare un nome: Leister. - Lo compit
anche lui. - Portami uno stampato appena sar pronto. La polizia metro-
politana  in arrivo?
A tutta velocit rispose la voce incorporea.
- Rivoglio il mio bambino - disse Laura, con gli occhi pieni di lacri-
me. La sua mente non registrava realmente ci che stava accadendo; quello
doveva essere uno scherzo macabro, odioso. Le stavano nascondendo Da-
vid. Perch erano cos crudeli? - Vi prego, riportatemi il bambino. Ades-
so. Va bene? Va bene?
- Farete bene a trovare mio nipote! - La madre di Laura urlava in fac-
cia a Ramsey. - Mi sente? Vi toglieremo anche la camicia, se non trovate
mio nipote!
- La polizia  in arrivo. - La voce dell'uomo era incrinata dalla ten-
sione. -  tutto sotto controllo.
- Come no! - url la donna anziana. - Dov' mio nipote? Voi altri
farete bene a procurarvi un avvocato in gamba!
- Sta' zitta - disse Laura con voce roca, che si perse nella collera della
madre. - Per favore, sta' zitta.
- Che razza di servizio di sicurezza avete, in questo ospedale? Non sa-
pete nemmeno chi  infermiera e chi no? Lasciate che chiunque entri dalla
strada per portarsi via i bambini?
- Signora, stiamo facendo del nostro meglio. Lei non ci  di aiuto.
- E lei s? Mio Dio, non si sa chi ha preso mio nipote! Potrebbe essere
una pazza qualsiasi!
Laura cominci a piangere, disperatamente e con grande dolore. La ma-
dre continu la sfuriata, mentre Ramsey l'accettava a labbra serrate e la
pioggia sferzava la finestra. Il suo walkie-talkie mand un bip. - Ramsey
- rispose, e Miriam smise di urlare.
La voce disse: Abbiamo bisogno di lei gi in lavanderia, presto.
- Arrivo. - Spense il walkie-talkie. - Signora Clayborne, dovr la-
sciarla per un po'. Suo marito  in ospedale?
- Io non... non so...
- Pu mettersi in contatto con lui? - chiese Ramsey alla madre.
- Ci penseremo noi! Lei faccia il suo lavoro e trovi quel bambino!
- Restate con loro - disse Ramsey alle due infermiere, e usc in fretta
dalla stanza.
- Stia lontana da mia figlia! - Laura sent ordinare da sua madre. La
stretta dell'infermiera si allent e si sciolse, lasciando Laura con la mano
vuota. La madre la guard dall'alto. - Si sistemer tutto. Mi senti, Laura?
Guardami.
Laura sollev il viso e guard la madre con gli occhi annebbiati e bru-
cianti.
- Andr tutto bene. Troveranno David. Faremo causa a questo ospedale
per dieci milioni di dollari, ecco che cosa faremo. Doug conosce dei buoni
avvocati. Per Dio, faremo fallire l'ospedale, ecco che cosa faremo. - Vol-
se le spalle a Laura e prese il telefono, chiamando il numero della casa di
Moore's Mill Road.
Rispose la segreteria telefonica. Doug non era in casa.
Laura si stese nel letto e si rannicchi in posizione fetale, stringendo a s
un cuscino. - Voglio il mio bambino - mormor. - Voglio il mio bam-
bino. Voglio il mio bambino. - La voce le si spezz, e non riusc pi a
parlare. Il suo corpo, ormai un vaso vuoto, agognava il bambino. Serr gli
occhi, tagliando fuori tutta la luce. Si lasci inondare dall'oscurit. Giaceva
alla merc di Dio, o del fato, o della sorte. Il mondo ruotava insieme a lei,
raggomitolata in una palla tesa e dolorante, e al bambino che le era stato
rubato, e Laura lott per trattenere un grido che temeva potesse lacerarle
l'anima in nastri insanguinati.
Perse la lotta.
...
.
...
FINE Parte 1.